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Art & Entertainment

Not every one L.O.V.E.s Cattelan!

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Venerdì 24 settembre, un uomo punta il dito in Piazza Affari. È Maurizio Cattelan e la sua mano non solo è di marmo e alta undici metri, ma tiene ben sollevato il dito medio. Ad agitare l’indice ammonitore, intanto, ci pensa qualcun altro. L’opera, difatti, è stata subito accusata di essere troppo provocatoria e irriverente, deleteria per l’immagine di una Milano ancora moralista e perbenista. Così si è assistito proprio in questi giorni a un patetico braccio di ferro nella giunta comunale tra il sindaco Moratti, che non vede l’ora di tirarla giù, e l’assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory, che vorrebbe mantenere la scultura davanti alla Borsa fino al 2012.

L’artista ha fatto sapere di essere disposto e regalare L.O.V.E. alla città, a condizione che il suo lavoro non venga snaturato: l’installazione è stata progettata proprio per Piazza Affari, posta in un altro luogo non avrebbe senso. Sorge spontaneo domandarsi da cosa sia causata tanta incertezza. Era stato il Comune a proporre a Cattelan di esporre una sua personale a Milano, dimostrando che la città fosse finalmente pronta ad accoglierlo. Entro breve tempo, però, erano già sorte delle controversie. Meglio il Pac o il Palazzo Reale, esporre il Cavallo Inri oppure no, e soprattutto il Dito, metterlo proprio davanti alla Borsa?

D’altronde si sa che, quando c’è di mezzo Cattelan, Milano non riesce proprio a non agitarsi. Già nel 2004 avevano fatto scalpore i tre fantocci/bambini impiccati alla quercia secolare di piazza XXIV Maggio, staccati dopo un solo giorno da un fanatico.

Eppure le sue opere vogliono andare ben aldilà della semplice provocazione. Come si può, ad esempio, sottovalutare il coinvolgimento emotivo suscitato da una scultura come Him? Immaginate la scena. Siete in una sala di un museo dove un bambino inginocchiato vi dà le spalle, così, già carichi di pietà vi avvicinate, domandandovi quale sarà il suo volto e il suo dolore; ma la compassione si trasformerà in sconcerto quando finalmente scoprirete che quello scolaro ha i baffi e altri non è se non Hitler. Questo è interagire con il pubblico, questo è lasciare un segno e non solo un ricordo. Proprio quest’opera, scelta da Cattelan per il manifesto della sua mostra, è stata motivo dell’ennesima polemica. In molti, tra i quali l’assessore alla Cultura e il Direttore generale del Comune Antonio Acerbo, hanno difatti ritenuto inappropriato abbinare tale immagine a un evento il cui ricavato finanzierà la costruzione del Museo della Shoah a Milano. L’unica, forse, a non aver ostacolato l’artista in questa vera epopea è stata la Curia, che ha dato senza remore il suo benestare per l’esposizione del Papa colpito dal meteorite (“La Nona Ora”).

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Che senso ha, dunque, chiamare un artista internazionale come Cattelan se poi non si fa altro che cercare di ridimensionarlo? Questo è il sintomo di una netta separazione che persiste tra l’essere e il voler essere. La città vorrebbe affermarsi nel panorama dell’arte contemporanea al pari di Londra, Parigi, New York (che nel 2011 dedicherà a Cattelan una retrospettiva incensurata al Guggenheim), ma allo stesso tempo non riesce a lanciarsi con spregiudicatezza senza essere poi assalita dai sensi di colpa.

L’installazione in Piazza Affari non è un semplice Dito né una Mano, bensì un Gesto, che rappresenta un saluto nazista mutilato, come monito contro le ideologie del Novecento e contro tutto ciò che ostacola l’apertura del pensiero. L’ambiguità, la presunta quanto palese sfacciataggine di quella posa, è stata la chiave per forzare il castello di moralismo, pregiudizi e stereotipi al cui interno ci siamo arroccati.

Cattelan è riuscito ancora una volta a cogliere gli aspetti più bui del nostro tempo e a spiattellarceli sotto il naso con audace ironia, per scatenare una violenta presa di coscienza. Probabilmente è per questo che l’opera è piaciuta a moltissimi cittadini, i quali vorrebbero che restasse davanti alla Borsa per sempre. A prescindere dalle sorti della scultura, la morale di questa storia sembrerebbe essere ben riassunta da quel vecchio proverbio che dice che “quando il Dito punta il cielo, l’imbecille guarda il Dito.”

Adriana Cola

adriana.cola@studbocconi.it

©Foto: Adriana Cola

Il dito incriminato – “L.O.V.E.”  di Maurizio Cattelan

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