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LA FESTA DEL THE

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È possibile trasformare il consenso di una minoranza in un plebiscito? Negli ultimi vent’anni, in molte democrazie occidentali, alcuni movimenti di dimensione modesta sono riusciti a ritagliarsi posizioni politiche decisive, che hanno spesso indotto i governi a sostenere le loro idee, anche se in netto contrasto con i principi del buonsenso politico. L’Italia è stata tra i primi a sperimentarlo: la Lega Nord, che nasce come espressione di una minoranza, seppur solida, dell’elettorato italiano, ha assunto nel corso degli anni un peso politico sproporzionato e una posizione mediatica ingigantita, riservandosi il potere di fatto di orientare le priorità di governo. L’Italia non è sola: movimenti analoghi per posizione strategica e peso politico (non necessariamente per contenuti) sono sorti in molti paesi simili al nostro. Alcuni sono spiccatamente di destra, come il fronte di Le Pen in Francia e il Beytenu israeliano, altri di impronta moderata o liberale, come il Tea Party americano o il Liberal Party inglese, altri infine di sinistra, come i Grunen tedeschi.

Cosa hanno in comune questi movimenti? Perché sono sorti solo recentemente e perché ricevono nelle dinamiche politiche un’attenzione sproporzionata rispetto alla loro effettiva portata? L’idea più diffusa (anche se, a mio giudizio, completamente fuorviante) è che tali movimenti siano stati in grado di intercettare profondi cambiamenti nel sostrato sociale e culturale. In realtà, questi movimenti hanno semplicemente colto una crepa nei rispettivi sistemi politici, si sono affrettati a riempirla e, in questo modo, sono diventati irrinunciabili, fino a vedersi trasferita una misura politica che non rappresentano. Un’analisi delle loro caratteristiche comuni può aiutarci a chiarire quest’aspetto.

Primo, questi movimenti concentrano i propri messaggi su poche tematiche toccanti, che possono affrontare con pugno duro, e che gli assicurano una base elettorale piccola ma solida, sufficiente a mantenere la loro posizione pivotale (un partito si definisce pivotale se può da solo provocare la caduta di un governo). A tale scopo, le tematiche vincenti risultano essere sicurezza, tasse e difesa del territorio. Tutte problematiche i cui risultati sono facilmente manipolabili e spesso insignificanti, se presi singolarmente. Secondo, evitano di trascinarsi nell’esprimere o nell’ideare un progetto politico completo. Occupazione, riforme strutturali, sviluppo, istruzione sono affrontati di traverso, senza sguardo di insieme. Terzo, si mantengono ai margini della politica, non si definiscono classe dirigente, trasmettono un messaggio di rottura, di protesta, e al contempo beneficiano di tutto ciò che il potere politico garantisce. Non solo: questa posizione dichiaratamente marginale gli consente di addebitare il mancato raggiungimento dei risultati promessi ad errori nel partito di maggioranza, dal quale sono pronti, almeno virtualmente, a staccarsi.

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Dove nascono questi movimenti? Stranamente, i sistemi proporzionali non fanno al caso loro: i governi di coalizione sono prevedibili e i partiti sono già predisposti ad accogliere impulsi variegati. Tali movimenti mostrano tutta la loro forza nel bipolarismo, anzi: in una crepa aperta nei sistemi politici bipolari (o che, come l’Italia, provano ad esserlo, seppur con scarsi risultati). La strategia consiste nel ritagliare una base solida ai margini di un partito di maggioranza, di entità tale da essere necessaria per il controllo del parlamento. Nel momento in cui la propria posizione mediatica è al culmine, tirare le redini del governo, e all’occorrenza far mancare il supporto. In questo modo, tornando alla domanda di partenza, è possibile trasformare un consenso esiguo in un plebiscito, sia in parlamento che sugli organi d’informazione.

Può una legge elettorale maggioritaria (che concentri i premi di maggioranza sul partito che riceve più voti) aiutare a limitare quest’ascesa? L’evidenza a nostra disposizione, per il momento, ci suggerisce di no. Questi movimenti si svilupperebbero all’interno dei partiti stessi e ne detterebbero le linee programmatiche, come è avvenenuto recentemenre nella campagna repubblicana per le midterm elections americane, profondamente influenzata dalla vittoria del Tea Party in alcune primarie. Un sistema proporzionale perfetto con sbarramento non ne impedirebbe la formazione, ma ne limiterebbe notevolmente la posizione strategica, portando tuttavia numerosi altri svantaggi sui quali non è il caso di soffermarsi. Il problema vero è che la loro posizione li rende immuni da responsabilità politiche per gli insuccessi, e al contempo ne enfatizza a dismisura i successi. I partiti di opposizione non hanno incentivi a sottolineare lo stato parassitario di questi movimenti, che restano pur sempre spine nel fianco per i partiti di maggioranza. L’unico modo per limitare i danni è fare comprendere la povertà dei loro progetti politici e la falsità dell’enfasi che l’opinione pubblica gli riserva.

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Ruben Gaetani

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