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Le poete maudit

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“Dal giorno in cui egli seppe leggere fu Poeta e da allora appartenne alla razza sempre maledetta dalle potenze della Terra”.  Scriveva così nel 1832 Alfred de Vigny fornendo una prima anticipazione di quella che sarebbe divenuta una delle figure più emblematiche e discusse del XIX secolo. Incompresi, asociali o autodistruttivi, anticonvenzionali e talentuosi sono alcuni degli aggettivi che meglio identificano la figura del “poete maudit”.

Sebbene fosse negato qualsiasi carattere comune ed unitario tra gli esponenti della corrente maledetta, l’artista maledetto prese vita in concomitanza della nascita di una realtà nuova che nulla aveva da spartire con gli ideali di quest’ultimo: una società di massa entro la quale il poeta si sentiva costretto a tal punto da rivolgere le sue opere non al pubblico contemporaneo, ma ad un’audience futura, d’avanguardia. Il poeta è divenuto infatti veggente, in grado di rivelare realtà sconosciute accessibili solo attraverso una sregolatezza dei sensi tale da sconfinare nell’ignoto. Per inoltrarsi in un “mondo nuovo” diviene quasi essenziale per l’artista mettere in gioco costantemente la propria vita attraverso l’uso smodato di alcool e  droghe in modo tale da intensificare e percepire ogni singola emozione. Così per Rimbaud gli esseri, gli oggetti si animano e si uniscono nel sentiero dell’immagine. La poesia acquisisce sembianze, suoni, colori fino a sconfinare nel sogno. L’unico ostacolo sembra essere  rappresentato dalle porte della percezione che se superate condurranno all’infinito : “Se le porte della percezione venissero sgombrate tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”. (William Blake) I paradisi artificiali costituiscono per artisti quali Baudelaire, Rimbaud e Verlaine una possibilità di evasione dal mondo di cui sono parte, ma al contempo un’avventurarsi alla ricerca di un piacere puro che non scende a patti con la realtà.

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Attratto dalle liriche di Rimbaud fu anche uno dei massimi esponenti del rock del novecento: Jim Morrison. Poeta, ancor prima che cantante, è stato accostato dalla critica a quegli artisti maledetti che con le loro liriche avevano turbato le ipocrisie della società della Belle Epoque. Come nei suoi predecessori, anche in Morrison si rende subito manifesto un forte sentimento di ripudio per la società di cui fa parte:l’ America degli anni ’60 .Il cantante, di conseguenza, viene visto subito e da modello per quei giovani in rivolta contro la guerra in Vietnam e da minaccia per l’opinione pubblica che riconosceva in lui una figura amorale. Il  rifiuto di Morrison per la realtà sociale e soprattutto per l’autorità colloca l’artista al centro di molte controversie con le forze dell’ordine. L’autore si fece infatti portavoce di una ribellione sana, pagata con la vita stessa, nella quale non si sentì mai l’esigenza di trascinare altri. Nella sua raccolta di poesie, e in particolare in “Tempesta elettrica”, Morrison mette in guardia il lettore dal potere dello sguardo: il mondo infatti, dice l’artista, si rivela e si nasconde nell’immagine come una strana mescolanza di menzogna e realtà e colui che guarda è un vampiro evanescente che cerca di succhiare un po’ di realtà dai fantasmi delle sue visioni. Tutto sorge in funzione dell’immagine che può dunque essere evocata o svilupparsi semplicemente dal sogno. L’artista diviene così l’unica figura che, come lo sciamano per le tribù amerinde, è capace di riconnettere la folla al flusso della vita attraverso il potere della parola.

Giulia Faoro

giulia.faoro@studbocconi.it

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