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L’eleganza del Caravaggio

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Il Rinascimento in toto gettato alle ortiche per un recupero magniloquente delle nature morte olandesi. Un giudizio drastico, perentorio, vagamente ostentativo, contro ogni senso comune, qualsiasi opinione largamente condivisa. Si tratta della condanna operata da una nota scrittrice contemporanea attraverso le pagine della sua opera di debutto, a cui sono seguite -inevitabilmente- dure critiche, più che commenti favorevoli. Del resto, come solo permettersi  di paragonare i capolavori di alcuni dei più fini artisti italiani (pittori, nel caso specifico) quali Piero dalla Francesca, Michelangelo, Raffaello, Leonardo da Vinci a “quattro limoni su una tela”? Tali nomi evocano in tutti un’aurea di genio, bellezza, perfezione, ben lontani dalle impronunciabili firme di Pieter Claesz, Willem Claeszoon Heda o Nicolaes Brechem.

Nonostante ciò, si può argomentare, artisti del calibro di quelli sopracitati rappresentano astri particolarmente luminosi nelle costellazioni di esperienze pittoriche del periodo, e che il tramonto del XV secolo già presenta alcuni cenni di decadenza dei secoli successivi. Decadenza -sia chiaro- da un punto di vista della purezza espressiva, dell’ordine del tessuto compositivo, della studiata essenzialità e nell’attenzione alle forme,in primis, la figura umana. Posta la questione in questi termini, l’ostinato attacco di Muriel Barbery apre nuovi squarci sulla sua interpretazione; si può dissentire, ma, dopo i grandi maestri del ‘400, l’ ars pintandi sulla penisola perde qualcosa del suo eccezionale valore, per divenire più artificiosa, caotica e meno universale. In opposizione a quel Secondo Rinascimento viene spontaneo riscoprire e rivalutare il realismo e l’accuratezza dei colori e soggetti fiamminghi, la loro familiarità e sullo sfondo, il loro simbolismo.

Eppure, quello che i protagonisti de “L’eleganza del riccio” ammirano nei paesaggi di mare o nei vasi di frutti e fiori dei pittori nordici, viene colto e illuminato – letteralmente – in maniera definitiva dal tocco nitido e contrastante, robusto ma leggiadro di colui che, della Vita e del Reale fece la sua personalissima poetica: Michelangelo Merisi, anche detto Caravaggio.

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L’affacciarsi di tale personalità sulla scena artistica (ancora una volta italiana) stravolge e rivoluziona non solo il modo di dipingere (impossibile non menzionare l’aggressivo chiaroscuro), bensì anche quello di vedere: nessuno prima di lui aveva osato modellare nelle fattezze fuori da ogni stereotipo di un ragazzo di strada il dio Bacco o Davide, l’eroe biblico. Nessuno avrebbe sopportato (e questo fu troppo anche per i suoi committenti) che la Madonna assumesse i tratti e il corpo di una maddalena; nessuna Penitente, d’altra parte, avrebbe potuto apparire prima in maniche di camicia e capelli sciolti sulle spalle seminude,contro le quali era stato emanato un editto papale; mai il protagonista della scena rappresentata era stato relegato al secondo piano, dietro le terga, gli omeri, i corpi scolpiti dalla luce radente (il tratto distintivo del maestro) di uomini o animali.

E mentre San Girolamo,eremo di rinuncia e infaticabile studio, tende il braccio alla ricerca del calamaio dove intingere la piuma si possono scorgere i muscoli sotto la pelle, il fluire del sangue nelle vene del santo cardinale; ma la Realtà non sta qui. Non nella naturalezza del gesto, non nella descrizione del volto. La filosofia,il credo del pintore emerge dallo sporco sotto le unghie delle mani che appartengono ad un manovale, non ad un’icona agiografica. E la crocifissione di San Pietro colpisce certo per l’espressione confusa dell’apostolo, del viso ottuso dei suoi boia; ma ancora la firma di Caravaggio non traspare dai particolari più macroscopici: la si ritrova nel buio anfratto all’angolo basso destro dove si accuccia una figura,di schiena,che ci lascia ammirare i piedi più sudici nella storia della pittura. Ancora innumerevoli esempi andrebbero citati, ma il mio contributo non reggerebbe il paragone di ciò che altri, certamente più esperti di me, ci permettono di conoscere. Vorrei concludere, cercare di chiarire che cosa può lasciare l’opera di Caravaggio dietro al godimento estetico; per farlo, ripeterò una frase che ben s’addice all’epigono del Vero: “nelle bettole e nei lupanari ci sono santi e madonne. Quella è la vera vita”. E in ogni suo momento fugace noi siamo chi siamo stati e chi saremo, in ogni sua sfaccettatura si compiono i veri miracoli.

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Maddalena Armellini

maddalena.armellini@studbocconi.it

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