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Art & Entertainment

E se il MoMa vale quanto tutti i musei italiani

Reading time: 2 minutes

Dati alla mano, il MoMa ha un fatturato commerciale pari a quello di tutti i musei italiani. Considerate le potenzialità del nostro paese in campo artistico-culturale, questo dato risulta alquanto allarmante. I numeri però, parlano chiaro: in Italia il fatturato del turismo culturale è pari a 141 miliardi, contro i 200 miliardi di Spagna e Germania, costituendo solo il 2,6% del PIL, un punto percentuale in meno di Germania e Francia. E’ noto a tutti: ricavare guadagni dai musei è quasi impossibile. Ma come fanno allora i musei esteri a fatturare più di quelli italiani? I grandi musei utilizzano e sfruttano al massimo i servizi aggiuntivi, termine con cui si intendono servizi come caffetteria, ristorazione, bookshop, guardaroba ecc all’interno dei musei stessi. Servizi accessori o complementari che completano e soddisfano le richieste dei visitatori, generando importanti fatturati.


Servizi che hanno permesso ai più importanti musei del mondo di raggiungere altissimi fatturati commerciali: dai 53 milioni del Metropolitan ai 35 della Tate Modern passando per i 40 del MoMa. L’ Italia complessivamente, sommando quindi i fatturati commerciali di tutti i nostri musei, raggiunge solamente 40 milioni. Per questo Mario Resca, manager di provenienza McDonald, nominato direttore della Valorizzazione al Ministero dei Beni culturali dal ministro Sandro Bondi, ha deciso di intervenire su quest’aspetto. La gestione dei servizi aggiuntivi in Italia era gestita per l’85% dall’Ati (associazione temporanea d’imprese) con accordi rinnovati tacitamente di anno in anno. Resca ha scelto di emanare nuovi bandi per l’affidamento dei servizi aggiuntivi: infatti l’articolo 14 del decreto legge 159/2007 non esiste più. Secondo quella norma, l’affidamento dei servizi aggiuntivi (libreria, caffetteria, biglietteria, guardaroba, ristorante, strutture di accoglienza ecc) nei luoghi di cultura si doveva svolgere con uno stesso bando in modo da raggruppare così più servizi eterogenei offerti all’interno di uno stesso museo. In pratica, chi si occupava di gestire il bookshop, coordinava anche la ristorazione.

Grazie al provvedimento di Resca, con l’abolizione della legge, vengono quindi istituite tre gare: una per la concessione delle librerie e del merchandising; un’altra per la caffetteria e il ristorante e un terzo appalto per gli altri servizi (dalla biglietteria, alla vigilanza, alla pulizia, alle visite guidate). La logica è quindi avere dei concessionari specializzati. La situazione attuale appare però stagnante, anche a causa del clima politico degli ultimi mesi. Sembra anche che non tutti apprezzino il lavoro di Resca criticando un possibile “spezzatino dei servizi” e una volontà di tornare, nel caso il manager abbandoni, ad una procedura di bandi secondo la vecchia impostazione integrata dei servizi. Rivolgendo uno sguardo al passato, a permettere che i privati mettessero piede nei musei è stata, per la prima volta, la legge 4 del 1993, conosciuta come legge Ronchey, dal nome dell’allora ministro dei Beni culturali. La norma permetteva che i servizi aggiuntivi, fino a quel momento inesistenti nei siti italiani, fossero affidati ai privati.

Da quel momento si è proceduto con l’impostazione integrata dei servizi generando i pessimi risultati sotto gli occhi di tutti. Forse è davvero ora di sfruttare tutte le potenzialità del nostro paese, anche aprendo i musei ai grandi ricavi commerciali generati dai servizi aggiuntivi quando essi vengono gestiti secondo gli standard dei più grandi musei al mondo.

Giulia Lavoratorini

One comment
  1. diletta

    Solito problema, in Italia abbiamo 10000, ma lo facciamo valere -2000.
    -.-
    D’accordissimo con la tua conclusione!

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