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LOTTA ALLA MAFIA – TRENT’ANNI DI GRANDI AMBIZIONI

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“Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?”.

Con questa domanda, nell’estate del 1982, il giornalista Giorgio Bocca cercava di decifrare il mistero dell’uomo incaricato di sconfiggere la mafia. Era una domanda fatta prima dei maxiprocessi e delle stragi degli anni ’90, ma è la stessa che oggi, dopo quasi trent’anni e decine di morti ammazzati, vorremmo rivolgere a don Ciotti.

Ospite lo scorso 21 febbraio dell’Università Bocconi in occasione dell’incontro “L’Associazione Libera e i rapporti con le Amministrazioni pubbliche per la lotta alle mafie e il recupero della legalità”, il sacerdote ha subito catalizzato l’attenzione degli studenti che affollavano l’Aula Magna ripercorrendo il percorso che ha dato vita all’associazione di cui è Presidente. “Dopo le stragi – racconta don Ciotti –  ci si chiese come impegnarsi di più, cosa fare al di là delle manifestazioni. E fu così che nacque Libera”, che proponeva un atteggiamento nuovo per far fronte alla malavita organizzata, un movimento che partiva dal basso per coinvolgere tutti e risvegliare le coscienze, con due semplici obiettivi.

Il primo è garantire ai familiari delle vittime la vicinanza e il sostegno che spesso, dopo lo sdegno iniziale, svanisce. Il secondo è l’”educazione alla legalità”, perché solo la cultura e l’istruzione ci possono dare gli strumenti necessari per combattere la mancanza di profondità morale che affligge la società moderna. “Educazione alla legalità – precisa don Ciotti con una punta di amarezza – è un termine che non mi piace. Troppe persone lo usano oggigiorno tradendone il significato. Preferirei parlare piuttosto di una saldatura tra responsabilità e giustizia, tra l’Io individuale e il Noi collettivo”. È questo il tema della “corresponsabilità”, parola che don Ciotti scandisce lentamente, quasi a sottolinearne l’importanza.

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Non cerca di dare certezze, ma piuttosto di mettere al servizio degli altri l’esperienza da lui maturata: ripercorre la sua vita e le sue battaglie, ad incominciare dalla legge 109/’96 sulla confisca dei beni mafiosi e il loro utilizzo a fini sociali. Una legge fortemente voluta, ma che trova tuttora una limitata applicazione per via del fatto che sul 45% degli immobili sequestrati gravano ipoteche bancarie. Proprio per affrontare questo problema l’11 marzo si terrà nell’Università Statale un incontro con il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, dove verrà chiesto al mondo bancario uno maggiore sforzo nella lotta ai clan mafiosi.

Al di là delle difficoltà, ci sono, però, i rincuoranti successi, come la nascita di “Libera Terra”, un marchio di prodotti agricoli frutto del lavoro di giovani che, riunitisi in cooperative sociali, coltivano gli ettari di terra confiscati ai boss. Si tratta di un lavoro duro, “perché la mafia distrugge i beni confiscati” e non permette alle persone di acquistare dignità tramite il lavoro. Particolarmente sentito è il racconto di alcuni studenti di Latina, offertisi di raccogliere i tralci di vite tagliati e gettati nel fango dagli uomini della mafia, o di quei giovani di Corleone che hanno sfidato i clan organizzando un incontro con don Ciotti nel cuore del territorio di Cosa Nostra. Sono questi racconti, piccoli e grandi aneddoti di una battaglia che “sarà impossibile vincere senza l’appoggio della politica”, che colpiscono e fanno leva sui giovani studenti, “gli unici a poter cambiare le cose”.

In chiusura don Ciotti rivolge un ultimo appello, questa volta non con le sue parole ma con quelle di Sant’Agostino: “La speranza ha due bei figli: la rabbia e il coraggio”. La rabbia verso una realtà arrogante, che macina ogni giorno i suoi delitti, il coraggio di lottare con il cuore (cor habeo) per quello che si ama e la speranza di vincere una lotta alla mafia che hanno combattuto in molti, senza mai avere la meglio. Perché la mafia non verrà mai sconfitta se “non cambierà la politica e il suo modo di affrontare le cose. In definitiva se non cambierà ognuno di noi”.

Difficile dire cosa don Ciotti potrebbe rispondere alla domanda posta, in un pesante agosto di quasi trent’anni fa, al generale Dalla Chiesa. Sono uomini diversi, sia nei ruoli che negli strumenti usati per combattere, ma condividono a distanza di decenni una causa e, forse, avrebbero condiviso anche la stessa risposta. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi pagati dai cittadini non sono altro che loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

Sergio Rinaudo

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