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Goodbye Gutenberg

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Come ha evidenziato Enrico Pedemonte nel suo ultimo libro, il giornale, inteso come copia cartacea formata da diverse sezioni e costellata da inserti pubblicitari è al capolinea. Questo per diversi motivi. Innanzitutto Google.

Google News aggrega i contenuti di diverse testate in un giornale online, indirizzando gli utenti interessati ad una notizia verso il sito originale e assorbendo in cambio una fetta degli introiti pubblicitari. Di fatto aggrega contenuti prodotti da altri, scatenando l’ira degli editori, capitanati dal magnate australiano Rupert Murdoch, che definisce la creatura di Larry Page: “parassitaria”. Murdoch, dal canto suo, ha reso il WSJ un sito a pagamento, aprendo la pista della cosiddetta opzione paywall e fondato con Steve Jobs il Daily, primo quotidiano pensato esclusivamente per iPad. Google News ha mutato il consumo di notizie, atomizzandolo alla singola news piuttosto che all’intera testata. Questa scomposizione è stata fomentata dai social network, nei quali vengono condivisi link a singole foto, video, o articoli. L’atomizzazione delle news ha dato spazio a nuovi  software “aggregatori”, particolarmente efficaci sui dispositivi tablet. Su tutti Flipboard, capostipite della specie sorta recentemente dal fecondo humus di Palo Alto. Fino a poco tempo fa, chi impediva l’accesso ai propri contenuti, non solo spariva da Google News, ma anche da Google Search. Non c’era molto da scegliere, dato che Google è il motore di ricerca più usato al mondo, ed esserne fuori equivale a non esistere. Recentemente una sentenza dell’Antitrust italiana ha permesso agli editori di scegliere se apparire su Google News, senza che questa scelta impatti su Google Search e ha reso piú trasparenti i dati di Adsense. Tale soluzione è stata adottata su proposta della stessa Google, che sembra disponibile a nuovi compromessi e intende contribuire allo sviluppo del giornalismo digitale, come attesta una recente donazione di 5 milioni di dollari a favore di fondazioni attive nel settore.

L’unbundling delle news è un dato di fatto, tanto è vero che il New York Times ha reso la consultazione del sito gratuita fino a 20 articoli, a pagamento per i successivi, con tariffe differenti a seconda  delle piattaforme utilizzate. Il problema è che su internet è tutto gratis. E’ sempre stato cosí, e non è facile adesso convincere il lettore a sborsare una quota per leggere una notizia online, secondo Arianna Huffington, impossibile. Questa trappola delle commodities, fa si che il giornalismo, sempre piú consumato online, debba basarsi solo sugli introiti pubblicitari. Gli introiti pubblicitari però non sono sufficienti. La crisi dei giornali, tuttavia, non si può ridurre solo ad un problema aziendalistico di costi e ricavi. L’aspetto più rilevante di questa trasformazione dei quotidiani non sta tanto nella migrazione di  formato, da cartaceo a digitale, quanto nella ridefinizione degli aspetti sostanziali. Che cosa sta dentro ad un giornale? Come viene presentato su tablets e smartphone? Chi può partecipare e in che modo? Come si consumano le notizie?

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Cominciamo dal principio. A che cosa serve un giornale? Tra le funzioni core di una testata c’è quella di “controllore” del potere, ovunque esso si manifesti. Concentrato nelle mani di politici, banchieri, onlus laiche, associazioni cattoliche, medici, sindacati,etc. il potere deve essere controllato, e tale controllo è svolto efficacemente se l’informazione è corretta, rilevante e imparziale. In secondo luogo, il giornale, deve creare un senso di comunità e appartenenza nei suoi lettori, favorendo lo scambio di informazioni e opinioni di vario genere (lavoro, politica, scambi commerciali, iniziative cittadine, etc). Infine, selezionando informazioni attendibili di respiro locale ed  internazionale, il giornale aiuta i lettori nell’interpretazione del mondo che li circonda. Queste tre funzioni, nei giorni nostri, non sono piú monopolio dei giornali, ma diluite in una vastità di “spazi”, dove operano soggetti di vario genere.

Per quanto concerne il primo punto (la funzione di controllo sui centri di potere) il giornale è in grave affanno. Le inchieste hanno alti costi e non possono essere finanziate attraverso le vendite delle copie cartacee (i dati di vendita sono in declino), né attraverso i ricavi pubblicitari derivanti dai siti online. Questo comporta la chiusura delle redazioni. Niente piú Watergate? Non è detto, forse è sufficiente sperimentare nuovi modelli di business. Gli americani lo stanno già facendo. Stanno trasformando alcuni giornali, o meglio redazioni, in fondazioni no profit, arruolando giornalisti per svolgere inchieste, finanziandosi con donazioni di grandi enti e successivamente di singoli lettori. Basandosi su questa idea, é nato nel 2008 il giornale online di inchieste ProPublica (che quest’anno ha portato a casa un premio Pulitzer, il primo consegnato ad una serie di articoli apparsi solo online), fondato da Paul Steiger, ex direttore del Wall Street Journal. Da noi è nato Linkiesta. Funzionerà?

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La seconda funzione dei giornali é quella di aggregare i cittadini di una località intorno a problemi ed esigenze comuni, facendoli interagire affinché, ad esempio, domanda e offerta di lavoro si incontrino, oppure sia possibile vendere la propria macchina usata ad un concittadino (piccoli annunci commerciali), ci si possa scambiare informazioni su eventi ed iniziative locali, seguire i politici di zona e cosi dicendo. Tale funzione è stata usurpata dai social network e dai siti di compravendita online, veri e propri bazaar di opinioni e informazioni, con un grande vantaggio: partecipazione gratuita e aperta a tutti. I risultati dei social network sono chiaro scuri. Ottimi per la diffusione rapida di informazioni, sono uno strumento di democrazia efficiente. Nei paesi africani in rivolta Twitter ha svolto un ruolo decisivo nell’organizzazione dei manifestanti e nella circolazione di notizie su quanto stava accadendo. Sono tuttavia meno efficienti se si considera la possibilità di generare contenuti di qualità. I siti di compravendita online come eBay (che sta implementando una sezione per lo scambio a livello locale) hanno reso obsoleti gli annunci, mentre new ventures come Groupon stanno accentrando la raccolta degli inserti locali, e lo stesso sta facendo Google con Places.

La terza funzione dei giornali, ovvero quella di “guida” nell’interpretazione della realtà, è oggi, almeno negli Stati Uniti, passata in mano ai blogger (lo è anche da noi per alcuni argomenti specifici, quali la moda). Il giornalista non è piú il punto di riferimento dell’opinione pubblica. Tanto è vero che Arianna Huffington, fondatrice del celebre Huffington Post, è la (ex) blogger più potente d’America e una delle personalità più influenti nel mondo dei media. Il suo Post è stato recentemente acquisito per 315 milioni di dollari da AOL. II che significa che qualcuno, la fuori, crede ancora che ci sia del valore nelle news.

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C’è infine la questione dei formati. Il consumo di news avviene sempre piú su dispositivi mobili: smartphone e tablets. Che, secondo le stime degli analisti, invaderanno il mercato nei prossimi anni. Quanto deve costare l’abbonamento ad un giornale su iPhone? Quanto su iPad? Come si sfoglia, cosa c’è dentro, come si interagisce? Tutte domande cui gli editori di mezzo mondo (e anche dell’altra metà) stanno dando risposte. I dispositivi mobili hanno almeno due aspetti che cambiano le regole del gioco. Sono mobili, innanzitutto. Quindi il contenuto del giornale può e deve variare a seconda della posizione dell’utente: il giornale geo-localizato. In secondo luogo, rendono possibile il contributo immediato dei cittadini reporters e il cosidetto citizen journalism. Chiunque puo’ scattare una foto, o girare un video, magari utilizzando una app per applicare qualche filtro che migliori la qualità, aggiungere un testo telegrafico e spedirlo in rete attraverso il telefonino (si pensi alla diffusione di un’app come Instagram). I tablet sono visti come la panacea di tutti i mali. In una copertina dell’Economist sul first mover del settore sono stati definiti i libri di Jobs, con un riferimento biblico che la dice lunga sulle aspettative riposte in questi oggettini. L’iPad sta salvando i giornali?

Alessandro Chirchiglia

a.chirchiglia@gmail.com

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