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Paradossi mediorientali

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Siamo stati così veloci ad intervenire in Libia! Non si dica mai che non siamo in prima linea, sempre e comunque, nel difendere i diritti umani. Quando un brutale dittatore minaccia il suo popolo i cannoni dell’ occidente sono pronti a difendere la popolazione. Siamo pronti a usare gli elicotteri, come ha detto il comandante delle operazioni NATO in Africa del nord il 27 maggio. E manca solo l’approvazione dell’ ONU prima che gli stivali dei soldati calpestino il suolo libico. Ma allora perchè non siamo intervenuti in Bahrain?
Anche li il popolo è finito sotto le armi del repressivo regime del re Hamad. Il 14 marzo le forze armate del GCC (Gulf Cooperation Council) sono intervenute in Bahrain. Il giorno dopo il re Hamad ha proclamato la legge marziale e lo stato di emergenza. Sono stati arrestati più di ottocento manifestanti, molti dei quali sono usciti morti dalla prigione. L’alto commissario delle nazioni unite per i diritti umani, Navi Pillay, ha dichiarato che
“There are reports of arbitrary arrests, killings, beatings of protesters and of medical personnel, and of the takeover of hospitals and medical centres by various security forces. This is shocking and illegal conduct”
Ma vediamo un po’.
Perchè dovremo intervenire? Dopotutto il Bahrain già ci vende il petrolio. E la Quinta Flotta degli USA è già piazzata in Bahrain, da dove si può facilmente controllare il golfo Persico. Nel 2004 il Bahrain e gli USA hanno firmato un accordo di libero scambio, che ha ridotto sostanzialmente le barriere doganali tra i due paesi. E il Bahrain si trova al decimo posto nella classifica delle economie più libere del mondo, pubblicata dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal. Perciò lasciamo pure che siano le truppe saudite a risolvere la questione, a modo loro però. Per fortuna però che ci ha pensato Obama, il 30 aprile, a chiamare il re del Bahrain e a dirgli di rispettare i diritti umani!
E perchè non siamo intervenuti in Siria?
Anche li l’esercito ha ucciso centinaia di manifestanti. Ban Ki-Moon, il segretario delle Nazioni Unite, ha definito inaccettabile l’uso della forza contro i manifestanti. Acqua ed elettricità sono state tagliate nella città di Daara e in altre città e le forze di sicurezza siriane hanno iniziato a confiscare farina e altri beni di prima necessità.
Anche li l’esercito ha già ucciso centinaia di persone. Usano cecchini e carri armati per disperdere la folla e dal quattro giugno hanno iniziato ad usare elicotteri da guerra. L’Human Rights Watch (Organizzazione non profit che lotta per la difesa dei diritti umani) il due giugno ha dichiarato che: “The Syrian regime has carried out a “systematic” series of abuses against protesters that could “qualify as crimes against humanity,” and the United Nations must hold the government accountable”
Eppure già nel luglio del 2010, Sarah Leah Whitson, direttore dell’ Human Rights Watch per il medio Oriente aveva dichiarato che : “Whether Assad wanted to be a reformer but was hampered by an entrenched old guard or has been just another Arab ruler unwilling to listen to criticism, the outcome for Syria’s people is the same: no freedom, no rights. Assad’s record after 10 years is that he has done virtually nothing to improve his country’s human rights record”
Ma facciamo mente locale. Cosa c’è nella città di Tartus, a nord del Libano? C’è una base militare russa! E nessuno vuole mettersi contro i russi vero? Specialmente da quando hanno iniziato a rimettere a nuovo la vecchia base sovietica, per garantirsi una presenza permanente nel mediterraneo. O forse non vogliamo metterci contro un regime repressivo, che controlla un paese dominato da un partito unico, che ha appena concluso trattative per acquisti di moderni armamenti con Iran e Corea del Nord.

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Michele Pittaro

pittaro_michele@hotmail.it

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