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Il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia.

Ho deciso di partire dalle parole della cara Oriana, per introdurre l’argomento, sempre spinoso, delle donne nel mercato del lavoro. Già da questa prima frase mi sorge un dubbio: perché l’argomento deve essere spinoso? La risposta è banale: quando si parla dei diritti delle minoranze gli interessi che si scontrano sono sempre molteplici e, certo, non si può accontentare tutti. Tuttavia ancora la mia scelta semantica apre una riflessione: sono forse le donne una minoranza? No affatto, si tratta di almeno il 50% della popolazione!

Ma siamo nel 2012, certi problemi c’erano caso mai 20 o 30 anni fa, la condizione della donna non è più un punto da dibattere in questa nostra democratica civiltà occidentale.

Dall’incontro organizzato la settimana scorsa dalla neonata associazione bocconiana Women In Business,  che ha visto come ospiti partecipanti la professoressa Dubini ed il professor Graziano, è però emerso il contrario. I dati mostrati dal professore, specialista in economia e politiche sociali, hanno rilevato una situazione quanto mai preoccupante. Analizzando infatti il Global Gender Gap Index (un indicatore che tiene conto di molteplici elementi quali occupazione, istruzione, politica, …) l’Italia si posiziona nella classifica generale non solo non ai primi posti, occupati affatto inaspettatamente dai paesi dell’Europa più settentrionale, ma effettivamente abbastanza male: 74° posto, su un totale di 135 pesi considerati.

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Se dalle università vediamo uscire con una laurea un pressoché egual numero di ragazzi e ragazze, le differenze cominciano una volta che essi si affacciano nel mondo del lavoro, e aumentano al progredire della carriera. Il risultato è che ai vertici della politica e delle imprese le posizioni occupate dal gentil sesso sono un numero molto limitato.

Non ci piace trovare una soluzione nelle tanto discusse quote, inutile dirlo. Ciò che si dice è che siano addirittura “contro le donne”, portatrici di disparirà al posto che uguaglianza. Forse sarebbe bene considerarle come una soluzione temporanea, propone la professoressa Dubini, una medicina amara la cui assunzione sarà sospesa una  volta che il male che è venuta a curare sarà passato. “Personalmente non mi piacciono le quote” è l’opinione di Viviane Reding, vicepresidente della Commissione Europea, “ma mi piace quello che le quote fanno”.

La mancanza di donne ai vertici ha portato per anni alla sistematica esclusione dall’agenda politica quanto dalle decisioni di organizzazione aziendale di tutte quelle tematiche tipicamente più “rosa”. Di conseguenza le donne non trovano risposta ai loro bisogni e necessità e sono portate ad uscire/non entrare nel mercato del lavoro ed il circolo diventa vizioso.

Che fare?

Una soluzione può essere forse individuata nell’implementazione dello Stato Sociale, suggerisce il professor Graziano. Ciò richiede però una visione di lungo termine la quale alla classe politica, così del resto come agli elettori, spesso manca. Non ci resta che rimboccarci le maniche e costruire da noi questo futuro, bello ed equo e giusto come ce lo aspettiamo e come ce lo meritiamo. Ma se non siamo noi a lottare in prima persona per i nostri diritti, ad alzare la mano “ci siamo anche noi, ascoltateci”, chi lo farà?

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Noi ragazze dell’WIB cerchiamo oggi di fare questo, credendo in quanti camminano accanto a noi, credendo nelle nostre possibilità di donne in erba ed in questo mondo che ci attende. Irto di ostacoli, d’accordo, ma attende noi, ed a noi toccherà cercare di sormontarli. Non siamo da sole, i nostri compagni e compagne ci stanno al fianco, correndo la stessa gara, verso quello che riteniamo un mondo migliore ed equo e giusto.

Le carte sono in tavola, la discussione è aperta, non esitate a partecipare per dire la vostra opinione!

 

Sara Mari

marisara@hotmail.it

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