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Il Movimento e il Muro (di rassegnazione)

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Dopo gli americani e i Mille, anche Grillo sbarca in Sicilia, come a dire: sbarco per fare l’Italia e liberarla da chi la opprime. E’ questo l’obiettivo che si è dato il movimento: sull’onda della crisi e della sfiducia verso l’attuale politica portare rinnovamento e democrazia “dal basso”.  Inizia cosi la campagna elettorale siciliana, strategicamente rilevantissima, malgrado lo scarso interesse da parte dei media tradizionali e i toni, spesso sopra le righe. Grillo propone uno schema collaudato: arriva in camper, sale sul palco e cavalca il malcontento, con l’appoggio onnipresente del web, mezzo e fine della stessa campagna politica. L’attesa per il risultato è lunga, dilatata soprattutto dalla curiosità di alleati e detrattori, che aspettano al varco. L’exploit c’è. Il M5S è primo partito di Sicilia, anche se il vincitore è Crocetta. Tuttavia il livello di astensionismo è oltre il 50%. Dato sorprendente, considerato che M5S avrebbe dovuto raccogliere il voto dei molti delusi della politica. Il movimento nuovo avrebbe dovuto convincere gli elettori vecchi. Certo, tra gli astenuti ci sono quelli che non votano mai, gli eterni indecisi e quelli che  “piuttosto che votare Grillo faccio lo sbarco al contrario e vado a vivere in continente”. Al netto di queste categorie, resta l’ampia fetta dei delusi, per i quali il voto è diventato vuoto a rendere. L’impressione è, infatti, che la cattiva politica stia uccidendo il cittadino interessato. La sfiducia nelle istituzioni, l’immobilismo delle parti politiche, e il cortocircuito tra politica e paese reale, persuade l’elettore dell’inutilità del voto. Tale disaffezione si ripercuote sull’intero paese, fornendo ai furbetti le migliori condizioni per proliferare e rosicchiare indisturbati la nazione. Ciò spiega perché in Italia la disonestà, non faccia più clamore ed anzi i colpevoli siano sempre più presuntuosi ed arroganti. Anche Grillo si è scontrato, dunque, contro il muro grigio della rassegnazione. Non è valsa l’oratoria feroce, la mobilitazione della rete e i catartici vaffa. Ciò che serve è la depersonalizzazione della politica. Troppe maschere e pochi ideali. Si “tiene” per qualcuno, invece di votare per qualcosa. Ed è fatale che i sostenitori diventino tifosi ed il confronto si faccia derby. La debolezza delle idee è mascherata dietro la forza del carisma. In questo modo, però, votare diventa come andare allo stadio:  conta solo fare gol, chi mena per primo mena due volte, gli avversari sono nemici, senza preoccuparsi della corruzione dell’intero campionato. Fuor di metafora, l’attuale sistema dei partiti si è dimostrato inadeguato e inconcludente per gli affari della res publica e anche troppo compatto nelle malversazioni. Non è un caso che l’attuale governo, dando l’impressione di essere distante da certi meccanismi, continui ad essere nei sondaggi preferito ad ogni alternativa, malgrado decisioni impopolari. Il problema sono i partiti, che hanno tradito i loro scopi e si sono trasformati in re Mida al contrario, corrompendo tutto ciò che toccano. Devono tornare ad essere ponte tra il potere e il popolo, ad essere luoghi di confronto politico e non apparati voraci e clientelari. Sono i partiti lo strumento per diffondere l’idea di partecipazione efficace nella gente. L’idea del partito azienda è fallimentare, perché l’azienda appartiene all’imprenditore, il partito deve appartenere ai suoi componenti e a tutto il Paese. Ecco perché M5S non pare aver convinto gli sfiduciati: perché soffre il peccato originale di sembrare un’altra entità politica costruita ad personam.

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Edoardo Righini

ed.righini@gmail.com

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