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L’Italia che non impara mai

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Un’Italia in tumulto contro la politica di un nuovo Ancien Régime, un’Italia che vuole rinnovarsi ma non trova la via per farlo e resta stordita di fronte alle parole delle persone e dei partiti.

In ogni clima di confusione, si sa, c’è chi tenta di prendere le redini in mano e guidare  il calesse dove vuole a suon di carote dolci come pan di zucchero. Quanto ci piacciono le buone intenzioni? Almeno quanto ci piace scalpitare senza troppo pensare.

Ecco che, in questo lago di nervi scoperti, spunta – come oggi e come sempre- la tragicomica figura del “demagogo”. Demagogia, per intenderci fino in fondo, è quella parola che deriva dall’illuminante vocabolario greco per indicare esattamente l’azione di “trascinare” il popolo per mezzo di  un fare politico tipicamente sofista, improntato cioè al conseguimento dei consensi per mezzo di quelle parole che colgono sentimenti irrazionali, bisogni sociali latenti e identificano tatticamente un capro espiatorio su cui riversare spensieratamente dolori, affanni e frustrazioni del vivere associato.

Un uomo usa le proprie parole come cartucce per sparare a zero su quelli come lui e noi cittadini, invece di chiederci quanta sostanza di ci sia dietro un fumo caotico e uno spettacolo rivoltante, spesso tendiamo ad abbandonarci come si fa con una musica che non ci piace eppure ci trascina. Ecco, l’Italia è in discoteca: siamo tutti su una pista troppo piccola per la quale paghiamo perfino il biglietto, disprezziamo quasi per partito preso le scelte del dj ma appena qualcuno ci dice di “tirare su le mani” ci infuochiamo come fossimo trucioli di legno.

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Intanto a questo show più o meno simpatico, fatto di  barzellette e traversate a nuoto, assiste il resto del mondo che, però, aspetta una risposta che possa concretizzare la fiducia nei confronti della nostra penisola.

Agognavamo una squadra di governo seria e affidabile che restituisse all’Italia un equilibrio, un’immagine spendibile, un’idea di prospettive future meno vaga. Ce l’abbiamo.

Ma noi, malati a volte di un’italianità sui generis, non ci arrendiamo e continuiamo ad accettare (e premiare) tutto ciò che ha contribuito a rendere ilare il resto del mondo di fronte alle vicende italiche.

L’Italia ha bisogno di policy, non di politics, e ogni cittadino dovrebbe – per far si che questo bisogno si traduca in concretezza –  recarsi alle urne con consapevolezza e senso di responsabilità.

Il governo tecnico rappresenta, necessariamente, una fase che però non dobbiamo e non possiamo lasciare in una parentesi di salvataggio: si tratta di un’esperienza da cui imparare a pretendere dalla rappresentanza politica qualcosa di più, qualcosa che il governo Monti ci ha senza dubbio saputo dare.

Così, mentre scrivo, leggo che il movimento cinque stelle si dichiara al primo posto in Sicilia e al secondo nel resto d’Italia dopo aver superato la soglia del 20% secondo i sondaggi Swg.

Forse ci piace lamentarci e per farlo sappiamo di dover cacciarci nei guai.

Giulia Bifano

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