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Art & Entertainment

Biennale di Architettura 2012

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“Common ground” è stato il tema della Biennale di Architettura di quest’anno.
Venezia riflette nelle sue acque un nuovo concetto di architettura e di quelli che l’architettura la fanno: gli architetti. Ma si parla anche d’altro tra i Giardini e l’Arsenale: si raccontano storie che attraversano il mondo, tutto grazie ai Padiglioni, uno per Paese. Si tratta di narrare le vite di chi si è visto trascinare via la casa dal fango, di chi vive in ambienti freddi o sovrappopolati. Già, perché quando si comincia a parlare di progettazione dello spazio i riflettori non puntano più futuristiche costruzioni da copertina, ma persone. Siamo noi ad abitare gli spazi, noi a voler tornare alle nostre case, noi a non sopportare di vedere in stato di abbandono la città che amiamo.

In questo quadro apparentemente caotico, il filo rosso dello spazio comune e del modo di renderlo abitabile rimane ben saldo tra un’opera e l’altra anche nei diciotto eventi collaterali, fili di quel gomitolo rosso che si sono sparsi per la città. Uno è scivolato persino a casa di Álvaro Siza Vieira, in Portogallo. Il grande architetto ci mostra con semplicità i suoi disegni e oltre una tenda bianca rivela il suo viso paterno alla telecamera. Ci parla per quasi un’ora della sua storia, dei cuori pulsanti delle città. Non perde tempo a illustrare chissà quale progetto. Alla Biennale, infatti, va chiunque e lui parla a tutti sapientemente di quando, da bambino, disegnava sulle ginocchia di un anziano parente, dapprima sui tovaglioli, poi su supporti sempre più “pregiati”. Siza condivide con noi quel fatidico momento riguardante la scelta del proprio futuro, quel periodo in cui ci si chiede se seguire la passione, le maggiori opportunità di lavoro o il cercare un compromesso tra le due. E così “si entra” anche noi spettatori nella stanza con l’architetto. Fa caldo, ma c’è una leggera brezza. C’è un gran senso del futuro in quelle parole che parlano di passato e vedere le città che si spengono perché vengono abbandonate fa sicuramente venire voglia di tornare a viverle e a farle vivere.

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Questa gloria dei “bei tempi andati” è tutt’altro che nostalgia: il seme di una nuova rinascita consiste nel rimettere in discussione tutto, dal ruolo degli architetti ai materiali e le risorse da utilizzare. Spiccano tra i padiglioni Danimarca e Groenlandia che propongono ai visitatori una vera full immersion tra video, foto, reportage, dati, modellini e un ricchissimo catalogo sprigionante ricerche circa lo sviluppo di energie alternative al petrolio. Una freccia punta alla scritta “Tomorrow” che fa poi riflettere su un “domani” più semplice, dove la possibilità di colmare quel gap tra architettura e società prende forma nella proposta del Venezuela, che presenta “Ciudad (città, ndr) socializzante vs ciudad alienante”. L’esposizione si apre con i disegni di Domenico Silvestro: immagini di città colorata che si stagliano sull’urbanistica incolore dello sfondo. La metafora e la voglia di colore  nascono con la terribile alluvione che ha colpito la nazione nel 2010, lasciando più di 140 000 cittadini vulnerabili e poveri senza una abitazione. Dal fango è nato il progetto del governo per cui ogni cittadino maschio “padre di famiglia” avrebbe potuto ricostruirsi una casa lavorando sodo, ma con risorse messe a disposizione dallo Stato. Qui entra in gioco un’altra testimonianza di vita, quella di Marìa Sojo con figli, ma senza un uomo che potesse ricostruire quel sogno di abitare la propria casa. Ha lottato, imparato, è cresciuta di ruolo e adesso vive nel Complesso abitativo Macarao, che ha contribuito ad edificare.

Questi sono solo esempi della poliedricità con cui la Biennale ha abitato Venezia, rivendicando il desiderio di luoghi sempre più familiari, di città sostenibili in relazione con una Natura ferita, ma che può e che vogliamo guarire.
Ancora una volta, Venezia non è sommersa solo dall’acqua, ma da centinaia di progetti e idee che rinnovano l’idea di spazio.

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Flavia Occhini

f.occhini@ymail.com

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