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Tar Sands… Nelle scarpe

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di Kristen Borda

Buone notizie per persone che adorano cattive notizie: sono stati scoperti giacimenti di bitume per oltre 170 miliardi di barili. La faccia buona della medaglia è che possiamo vivere per un altro centinaio di anni lontani dal timore di una vita senza petrolio, plastica e altri derivati così preziosi. Quella cattiva è che l’oro nero si trova sotto una distesa di 4 milioni di ettari, dove da numerosi secoli regna uno dei più grandi polmoni verdi della Terra, la foresta boreale canadese. Più nello specifico si tratta delle tar sands (sabbie bituminose), il petrolio più “sporco” che si possa trovare in circolazione.

L’argomento è tanto importante dal punto di vista economico, morale, e ambientale quanto poco conosciuto. Il sistema di estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose viene effettuato tramite miniere a cielo aperto. Richiede in primis l’eliminazione di tutti gli ostacoli di superficie – gli alberi – oltre ad una serie di altre condizioni quali temperature elevate, grandi quantità di solventi e di acqua. Il processo si traduce in un’emissione di gas serra superiore a 2/4 volte la quantità generata dal petrolio estratto tradizionalmente. Ne consegue quindi un ulteriore inquinamento del suolo e delle falde, derivati dalla permanenza degli scarti di estrazione in pozze artificiali. I metalli pesanti (admio, rame, piombo, mercurio, nichel, argento e zinco) vengono assorbiti dal terreno, e si può bene immaginare quali siano le conseguenze su animali, piante, ma anche sulle popolazioni locali.

Un bel sassolino nella scarpa, per una nazione che si è stabilita come uno dei maggiori produttori ed esportatori di energia. Il Canada prosegue sulla sua strada, non più coperta da foglie, e lo dimostra in prima battuta con il suo ritiro dal protocollo di Kyoto, evitando in questo modo sanzioni per circa 14 miliardi di dollari.  Non c’è da meravigliarsi che Greenpeace stia combattendo come un Don Quijote contro le più grandi aziende petrolifere (attualmente una decina in quest’area).

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Di certo l’inerzia governativa non aiuta; fragili e poco rassicuranti risultano infatti essere le sussurrate parole delle più alte cariche politiche: impegno alla riforestazione, piani per ridurre le emissioni di CO2, finanche l’utilizzo delle più alte tecnologie al fine di “pulire” il processo di estrazione. Fino ad ora non ci sono state iniziative di recupero delle aree sfruttate da parte delle aziende coinvolte, né dal settore pubblico. Ancora più oscuri sono i risultati delle ricerche scientifiche messe in atto per rassicurare la popolazione: forse troppi sono i conflitti d’interesse.

Se calcolare i profitti netti di un’impresa petrolifera risulta semplice, non lo è calcolare altre variabili quali il danno economico dei mancati obiettivi di Kyoto, l’incremento nella spesa pubblica sanitaria, e infine le risorse impiegate in eventuali progetti di bonifica. Tralasciando quindi l’aspetto monetario, mi voglio concentrare brevemente sulle radici della questione delle Tar Sands, il Capitalismo. Il nostro amato, che è presto sfociato senza che noi ce ne accorgessimo in un IperCapitalismo; quello che ci permette di vivere una delle migliori epoche all’insegna del “Io voglio, Io compro”. Ammettiamo che non riusciamo a farne a meno, non riusciamo ad uscire da quelle gabbie d’oro (o di petrolio) che noi stessi ci siamo costruiti.

Così deve andare. Anche il Canada, ma non i canadesi, sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il momento di tirar fuori l’asso nella manica, e poco importa se è un processo che viola qualsiasi principio di reversibilità. Serve, per il benessere. Tale concetto fa tanto pensare allo “Stato di Natura” di Hobbes e alla celebre espressione Homo homini lupus. È la stessa condizione umana, naturalmente egoistica, che ci conduce a sfruttare per sopravvivere. Sotto questa chiave, il Capitalismo ne diviene solo uno strumento.

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Tuttavia anche questa fase finirà, ma succederà solo quando brucerà l’ultimo barile di petrolio e l’ultimo quintale di carbon fossile. A quel punto, però, la foresta boreale non ci sarà più.

Ma state tranquilli, succederà solo fra un centinaio di anni.

kristen.borda@studbocconi.it

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