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Il Dragone al Crepuscolo

Reading time: 3 minutes

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di Marta Fracas

Un detto cinese recita: “Il giallo genera lo Yin e lo Yang”. Il riferimento è al Tao, simbolo di equilibrio e centro di totale serenità e assenza di turbamento. Tuttavia la concezione di questo colore legata all’affascinante filosofia orientale perde di significato se non si considera l’elemento da cui il giallo ha origine, vale a dire il Sole. In Piazza Tienanmen, luogo simbolo per la storia cinese, sullo sfondo di un cielo grigio e anonimo si staglia un maxischermo che proiettata un’alba dai colori vivaci.

Una scelta singolare, ma importante, soprattutto alla luce delle ultime rilevazioni del Centro di Monitoraggio Ambientale per la municipalità di Pechino, le quali evidenziano una densità di polveri 2.5 di oltre 700 microgrammi per metro cubico (oltre 30 volte il limite massimo previsto). Molte testate giornalistiche internazionali non hanno esitato a definire l’iniziativa imbarazzante, se messa a confronto con la gravità dell’emergenza inquinamento nazionale. Da fonti istituzionali, intanto, si apprende che la trovata non avrebbe fini civici, ma esclusivamente commerciale e turistico.

La vicenda ha permesso comunque di porre ancora una volta l’accento sulla drammatica emergenza con cui il Dragone convive ormai da tempo. Sottolineare la negligenza con cui questo gigante orientale affronta la questione risulterebbe scontato. Cerchiamo invece di capire quali misure siano state adottate per combatterla.

Ogni cinque anni l’esecutivo cinese redige un piano, detto appunto “quinquennale”, il quale contiene le indicazioni circa gli interventi economici e le politiche ambientali (attualmente in vigore fino al 2015) che intende portare avanti. Proposte quali l’aumento dell’uso di combustibili non-fossili, la riduzione dei consumi d’acqua a livello industriale, la diminuzione delle emissioni di CO2, l’aumento della superficie delle foreste sembrano però riproporsi a intervalli regolari senza sortire grandi effetti. Emblematica la vicenda risalente al 2005, quando, benché buona parte delle sostanze inquinanti fosse stata ridotta, ad  aumentare in maniera vertiginosa era stata la concentrazione di diossido di zolfo.

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Ma allora, cosa impedisce alla Cina di diventare un Paese più salubre e ecologico?

Un elemento importante potrebbe risiedere nell’eccessiva fiducia riposta nella cosiddetta “curva Kuznets”, secondo la quale l’interesse di un Paese nei confronti delle minacce ambientali dipende essenzialmente dal rapporto fra il proprio grado di benessere e l’ambiente circostante. Perciò, al crescere del reddito l’inquinamento ambientale diviene maggiore in seguito ad un aumento della produzione e dei consumi. Perché si dia la giusta importanza a degli interventi in favore dell’ambiente, occorre dunque superare una certa soglia di benessere.

Il governo cinese, però, ritenendo ancora che il Paese sia in pieno sviluppo economico, adotta questa tesi come scusante per coprire le proprie inefficienze, e afferma che: “finché l’industrializzazione riguardava solo una ristretta parte del mondo allora l’inquinamento risultava accettabile e nessuna accusa veniva mossa”. Il problema è che ormai la questione interessa l’intero pianeta. Dal “Libro Bianco”, dichiarazione sulla nuova dottrina di sicurezza del Paese, emerge la volontà di diminuire le emissioni di CO2, a patto che ciò non alteri lo sviluppo economico.

Un trend recente, invece, vede la Cina riconoscersi insieme agli USA tra i principali responsabili dell’inquinamento globale. Una proposta avanzata suggerisce di valutare l’inquinamento dividendolo per il numero di cittadini per Paese. In questa ottica, il peso assunto dai cittadini americani rispetto al fenomeno sarebbe maggiore rispetto all’incidenza di quelli cinesi. Ad ogni modo, il prossimo traguardo che il paese del Dragone intende raggiungere è una svolta verso il settore terziario, in modo che possa gradualmente integrarsi con l’industria.

Ciò avrebbe il duplice effetto di ridurre le emissioni nocive e lanciare una nuova sfida a quell’Occidente che, secondo il regista e filosofo cinese Wang Chongxiao, “Ha un grande valore per l’Oriente, anche se purtroppo, non abbiamo appreso il meglio, ma solo la superficie, la parte tecnica. Cosa peggiore, abbiamo tralasciato il meglio della nostra cultura, il contatto con la natura, l’equilibrio interiore.” I ritmi dell’odierna società cinese sembrano essere interamente scanditi dal lavoro, ma i risultati eccezionali in ambito produttivo sembrano non far pesare molto tutto ciò. Viene però da chiedersi se, in nome di questo, valga la pena scavalcare secoli di storia e impedire ai cittadini di vivere un rapporto sano con un ambiente salubre e la natura.

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E, in fondo, chissà se in futuro sarà ancora possibile godere della vista unica di un tramonto reale ed emozionarsi davanti allo spettacolo unico della natura, ben diverso da quello offerto  da un maxischermo.

marta.fracas@studbocconi.it

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