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Off Campus

Jean-Paul et Simone

Reading time: 4 minutes

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di Tabita Costantino

Nel luglio del 1929, all’École Normale Supérieure, un ragazzo ventiquattrenne smilzo, basso, trasandato e strabico incontra una ventiduenne alta, dagli occhi azzurri e la pelle candida.

Studiano entrambi filosofia, ascoltano il Jazz, frequentano le cantine affumicate di Parigi, si recano al Café-théâtre. In più, si amano, e sarà un amore indissolubile, un legame che vive in un iperuranio cosmico, una particella immutabile, inscindibile.

Nell’ottobre dello stesso anno Simone e Jean-Paul stipulano un patto, un chiaro contratto rinnovabile: due anni da trascorrere il più vicino possibile e quindi una lunga separazione. Nella stesura appongono consapevolmente una clausola esplicita, scritta non in piccolo: l’infedeltà, un’infedeltà inedita, percepita come un dovere reciproco, una sorta di assicurazione contro le menzogne, i sotterfugi, le ipocrisie del matrimonio di quella borghesia di cui i due facevano parte. E’ un amore diverso, nessuna dissimulazione; di li a poco J.-P. e S. avrebbero condiviso, per più di mezzo secolo vita, penna e impegno politico.

“Io ero intelligente, ma lui era un genio, Jean-Paul rispondeva esattamente ai desideri dei miei quindici anni: era il doppio in cui ritrovavo, portate all’incandescenza, tutte le mie manie. Con lui avrei potuto dividere tutto.”

Jean-Paul dà del “tu” alla folla di gente che gli sta intorno alle università, in strada, al caffè; a Simone, invece, si rivolge sempre con il “Vous”: “Non si può essere più uniti di quello che siamo voi ed io”. Difficile capire se si tratti di un modo per mantenere le distanze o è piuttosto un’accortezza riservata a lei sola, una via per elevarla fra tutte le altre. Già, perché Jean-Paul ha una marea di donne; un numero indefinito di amori contingenti, di amori satellite.

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“Il nostro è un amore necessario, ci conviene conoscere anche degli amori contingenti”.

Simone inizialmente fatica ad accettare le condizioni, comprime la gelosia, cerca di stare al gioco di quel genio insofferente a qualsiasi regola. “Detestava le routine e le gerarchie, le carriere, i focolari, i diritti e i doveri, tutto il serio della vita. Non si adattava all’idea di fare un mestiere, di avere dei colleghi, dei superiori, delle regole da osservare e da imporre; non sarebbe mai diventato un padre di famiglia e nemmeno un uomo sposato”. Curiosamente, le ragazze che Jean-Paul porterà nel suo letto finiranno per innamorarsi quasi tutte di Simone, una donna immersa in quel fascino inconfondibile che conferiscono solo l’intelligenza e la parola colta.

“Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. (…) Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ‘45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale. Con i tacchi bassi, i capelli tirati, somiglio ad una patronessa, a un’istitutrice (nel senso peggiorativo che la destra dà a questa parola), ad un caposquadra dei boy-scout. Passo la mia esistenza  fra i libri o a tavolino, tutto cervello. Nulla impedisce di conciliare i due  ritratti. L’essenziale è presentarmi come un’anormale. Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente”.

Non convivranno mai, non si sposeranno mai, in un fiume di epistole si confesseranno, racconteranno nei minimi dettagli le loro relazioni alternative, tutte coinvolgenti, tutte mai banali, ma tutte secondarie, poiché i due, seppur non senza tormento, torneranno sempre l’uno dall’altro, in una storia in cui il matrimonio dell’anima e il libertinismo sempre si confondono. J.-P. e S. fanno della scrittura la loro intesa più elevata, ognuno dei due è metro di giudizio per valutare il valore delle opere dell’altro. Entrambi sono rispettivamente gli unici critici che contano.

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«Voi, mia prima lettrice, mio “censore”, mia buona consigliera, mia coscienza morale, mio occhio, mio orecchio, mio testimone, giudicatemi! Quello che scrivo non esiste finché non avrò il vostro verdetto».
Percorrono, insieme o separati, le strade del mondo in tutte le direzioni possibili: “Sognare ognuno per sé, scrivere ognuno per l’altra”.

S. sostiene J.-P. anche quando il suo uomo rifiuta un premio letterario e la somma ingente che lo accompagna, “Nessun uomo merita di essere consacrato da vivo”, compiendo un gesto contro l’avidità del denaro e il mercimonio della scrittura. La rivolta, l’intransigenza, si manifestano nell’amore quanto nell’impegno letterario: rimanere liberi a ogni costo.

Alla morte di Jean-Paul, Simone scrive: «È arrivato il momento di dire mai più, non sono io che mi stacco dalle vecchie felicità, ma loro da me. Mai più i sentieri della montagna, mai più la neve del mattino, mai più un uomo». S. continuerà a scrivere di lui, raccontando i suoi ultimi giorni, ritraendo un J.-P. ormai stanco, prossimo alla fine, che non trova le parole, non ricorda. Accusata di averne violato l’intimità, restò in realtà fedele a quel dogma della trasparenza, della “verità fino alla fine”. Il filosofo dell’esistenzialismo e la madre del femminismo sono sepolti insieme al cimitero di Montparnasse.

Perché ho voluto scrivere qualche riga su questa storia d’amore? Perché a parere di chi scrive è complicata, profonda, vera, vissuta da due icone del ‘900, ma non sarebbe ugualmente straordinaria se Simone e Jean-Paul fossero due persone qualsiasi? Non è forse la prova che l’amore non necessariamente si traduce nel possesso esclusivo dell’altra persona? Non è la testimonianza del fatto che esistono infiniti modi –in questo caso, la scrittura- di consacrarsi all’altro?

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L’idea, in realtà, mi è venuta qualche giorno fa, quando il mio ragazzo mi ha fatto notare che dovrei scrivere di più, coltivare il mio “talento”. Ironicamente, sorridendo, gli ho detto “Certo, infondo potrei essere la nuova Simone de Beauvoir.”. Mi aspettavo uno sguardo di sufficienza, invece mi ha risposto: “Dai, sono brutto quanto Sartre?”.

tabita.costantino@studbocconi.it

2 comments
  1. Alessandra Rizzi

    Ciao Tabita, mi hanno consigliato di leggere il tuo articolo, complimenti!
    Coltiva il tuo talento, ma soprattutto continua ad esprimerlo!Un po’ di cultura fa bene, ci rende più liberi e meno banali…proprio come lo erano J.P e la sua Simone.

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