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LA SINDROME DEI “MAKER”

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Di Roberta Sgariglia

L’autunno newyorchese si snoda tra un impressionante numero di eventi e iniziative volte all’integrazione del  variegato tessuto sociale della metropoli e soprattutto dei cinque “borough”.

Il sindaco de Blasio, il curatore del Museum of Arts and Designs Adamson, il gruppo non profit “Center for an Urban Future” e tanti altri enti e personalità in vista sembrano porre un accento forte su un tema molto caro agli abitanti della  brulicante “Big Apple”: quello del perenne contrasto tra l’estremo lusso, la modernità, l’imprenditoria, l’elite di tecnici di Manhattan e quella facciata un po’ bohemien, a tratti anche underground caratteristica di Brooklyn, Queens, Staten Island, il Bronx.

È in particolare sul piano del design, uno dei canali principali di espressione dell’anima newyorchese nonché marchio di fabbrica della città, che questo divario tenta il proprio annullamento. L’intenzione, infatti, è quella di valorizzare nuove modalità di concepire il binomio industria-manifattura, dando voce ai milioni di designer e di “maker”, singoli artigiani che, in prima persona, diventano parte dell’esperienza artistica.

Del resto, è senza dubbio questa ostinata anticonvenzionalità a rendere New York la capitale mondiale dell’innovazione, un “pastiche” di culture e prospettive, ma soprattutto roccaforte dell’arte popolare e commerciale. Non c’è dunque da stupirsi se proprio qui si compenetrano, si fondono la produzione dell’oggetto d’arte e il concetto stesso di arte.

Fino a ottobre sarà infatti presente al Museum of Arts and Design una mostra dal titolo “The NYC makers”, la cosiddetta “MAD Biennal” (Biennale del Museum of Arts and Design): 100 “maker”, ovvero “creatori”, “ideatori” di estrazione a dir poco varia si esibiranno secondo modalità da loro scelte: da imballatori della celebre ditta Boxart, a impiegati della ditta “Martinez Hand Rolled Cigars”, a personaggi celebri come Laurie Anderson e Meredith Monk, a realizzatori di carta da parati profumata della ditta Flavor Paper.

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Insomma,  una reazione  marcata, vibrante e sensistica al grigiore diffuso del mondo industriale.

Al contrario, in questa mostra l’artista e le sue “skills” diventano la prerogativa fondamentale dell’intera biennale: la creatività non è solo concetto, idea astratta, ma soprattutto il risultato delle più svariate e imprevedibili competenze tecniche. Ma qual è la linea guida che collega le cassette da imballaggio, la carta da parati profumata e la creazione di campi magnetici colorati? Sicuramente a prima vista appare un assemblaggio colorito e divertente dell’ennesima “opera d’arte moderna”: incuriosisce, lascia un po’ perplessi, magari provoca l’osservatore e lo porta a interrogarsi sull’intenzione dell’artista. Ebbene no, l’arte dei “maker” esprime la semplice gioia ed entusiasmo che si provano nel realizzare un lavoro manuale o tecnico, nel “creare” materialmente.  E’ un aspetto questo dell’esperienza artistica che spesso viene accantonato, ma che “NYC Makers” riporta alla luce, valorizzando  la “catena di montaggio” artistica.

Questa tensione verso  il creare e lo sperimentare non è una novità nella città, ma una tendenza che ha ormai permeato in maniera capillare la mentalità industriale americana: dal 2005 il quotidiano “MAKE” fornisce resoconti dettagliati di nuovi prodotti e servizi ideati da tecnici dello stato di New York;inoltre, annualmente dal 2006 si tiene la NEW YORK WORLD MAKER FAIR (focolaio del cosiddetto “Maker Movement”), in cui appassionati di tecnologia, artigiani, educatori, “hobbyists”, ingegneri, club di scienza, autori, artisti, studenti, “commercial exhibitors” si riuniscono per presentare le proprie idee, dialogare, imparare nuove tecniche o semplicemente curiosare in giro.

Risulta dunque evidente come il “DIY: Do IT Yourself” sia ormai un imperativo categorico: si vuole uscire dalla rigida pretenziosità dell’arte tradizionale per favorire l’integrazione empirica di arte, scienza e artigianato. In effetti, a pensarci bene, queste tre parole riassumono l’essenza di “NYC Makers” e del “MAD”, e in un certo senso rappresentano anche la spina dorsale dell’identità culturale americana.

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