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Chi ha paura del governo greco?

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TsiprasDi Michele Magnani

Era il timore del primo ministro Antonis Samaras, lo spauracchio che incombeva sulla maggioranza di larghe intese quando, in Dicembre, le ombre della fallita elezione del nuovo Presidente della Repubblica si allungavano sul parlamento ellenico e conducevano inesorabilmente ad un ritorno alle urne, fissato per il 25 Gennaio.

Alle 23.30 dell’election day con più di dodicimila sezioni scrutinate (l’80% del totale) il partito della sinistra Syriza ed il suo capo Alexis Tsipras sembrano aver completato il sorpasso sugli schieramenti tradizionali e la loro vittoria assume contorni sempre più nitidi con proiezioni parziali prossime al 36%, secondo cui la sinistra radicale staccherebbe di quasi dieci punti il primo avversario, il partito conservatore Nuova Democrazia guidato dal premier uscente, mentre le altre compagini si troverebbero tutte sotto il dieci percento, con l’estrema destra rappresentata da Alba Dorata assestata attorno al sei ed i socialisti del Pasok, “suicidatisi” con l’accordo di governo con il centrodestra nella legislatura che volge al termine, che cedono lo scettro di paladini dei lavoratori con uno sconfortante 5%.

Tsipras avrebbe così conquistato 149 seggi, mancando la maggioranza assoluta del parlamento per sole due unità. Molto probabilmente nascerà un’alleanza con il partito di centrodestra ANEL (Greci Indipendenti), che accoglie i vecchi dissidenti interni di Nuova Democrazia, fuoriusciti per i contrasti con il leader Samaras riguardo all’atteggiamento da tenere verso Bruxelles. Il leader di Syriza potrà quindi contare su un fronte compatto per la sfida che ritiene decisiva per il programma di governo, la rinegoziazione del debito nazionale con la Troika Bce-Ue-Fmi, senza necessità di compromessi al ribasso con partiti tradizionali, ritenuti complici dell’affossamento del paese. Più difficile un accordo con il Partito Comunista della Grecia, in quanto le due forze, seppure su basi ideologiche affini, si sono spesso punte in campagna elettorale e sembra insuperabile il muro innalzato dall’opinione pubblica che divide un KKE degli intellettuali da una Syriza del popolo.

Per la verità, il quarantenne ingegnere civile originario di Atene un’elezione aveva già dimostrato di essere in grado di vincerla, in Maggio, quando Syriza superò di misura la già citata Nea Dimokratia del premier (la lista “L’altra Europa con Tsipras” venne candidata anche in altri paesi del continente, in Italia riuscì a superare lo sbarramento ed eleggere un rappresentante) nelle votazioni per il Parlamento Europeo; fu già secondo nelle politiche 2012, quando la spuntò la coalizione bi-partisan guidata da Samaras, che ha da allora operato le liberalizzazioni e le privatizzazioni (su tutte, quella della sanità e quella della radio-televisione pubblica ERT le peggio digerite dalla cittadinanza) indicate nei vari memorandum indirizzati ad Atene da Bruxelles e combattuto il debito pubblico a colpi di avanzi primari, varando le durissime finanziarie “lacrime e sangue” a cui erano e sono subordinati gli aiuti economici del Fondo Salva-Stati.

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I piani messi in campo non hanno comunque sortito risultati positivi per la popolazione greca e, se è vero che il Pil ha fatto timidamente capolino in territorio positivo nel secondo trimestre dello scorso anno (prima volta dal 2009), questo è stato trainato dalla ripresa delle esportazioni derivante dal calo generale dei prezzi, conseguenza del drammatico taglio degli stipendi subito dai cittadini ellenici negli scorsi anni. Inoltre, gli elevati interessi sul debito più che compensano gli sforzi di riduzione dello stesso da parte del governo: la Grecia sostanzialmente si indebita per ripagare il debito.

In questo contesto, con il più di 25% di disoccupati, quota che schizza ad un vertiginoso 50% tra i giovani, la classe media quasi cancellata e quattro milioni di greci a rischio di povertà, la strada non poteva che essere spianata per chi da anni grida alla revisione degli accordi stretti con l’acqua alla gola nei giorni più duri della crisi ed alla rinegoziazione del debito. Così Alexis Tsipras manifesta la sua volontà di trattare con la triade Francoforte-Bruxelles-Washington una riduzione radicale del debito pubblico, portando ad esempio un fatto storico che i tedeschi, principali avversatori di questa ipotesi, non possono ignorare: la conferenza di stati occidentali che nel 1953 tagliò del 50% i debiti della Germania Ovest con l’intento di aiutare l’economia di un continente ancora zoppicante sulla scia di un genuino sentimento di fratellanza europea.

Ma, quindi, chi ha paura – all’estero – della vittoria di Syriza? Innanzitutto la Germania, per la grande quantità di bond greci detenuti dalle istituzioni tedesche, ma anche per motivi più prettamente politici che vedremo in seguito. In secondo luogo, le borse: la prospettiva di un’amnistia, seppur parziale, del rimborso dei prestiti ha immediatamente messo in allarme i mercati finanziari che, temendo questo come conseguenza dell’eventuale vittoria di Syriza, hanno vissuto un periodo altalenante nell’ultimo mese (con interessi sui titoli del tesoro greco di nuovo esplosi a livelli del 2011), a partire dai giorni finali di Dicembre in cui lo spettro di nuove elezioni in Grecia si faceva sempre più evidente ed infine reale.

Gli stessi cittadini ellenici hanno iniziato a mettere da parte Euro in contanti, ritirandoli da conti correnti e cessando di pagare le imposte (l’avanzo primario dello stato è passato dai quasi quattro miliardi di Giugno a meno della metà a fine anno) in attesa di capire se un ritorno alla Dracma sia scongiurato. Le istituzioni di Bruxelles, infine, temono un contagio dal paese ellenico verso gli altri stati comunitari, qualora Atene dovesse uscire dall’unione monetaria. Mentre da più parti gli analisti rilevano un rischio di tenuta dell’area Euro, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ammonisce i greci alla “responsabilità finanziaria” e al “rispetto degli impegni assunti con i partner” e subito gli fa eco Christine Lagarde del Fmi minacciando “conseguenze” se il nuovo governo dovesse cambiare le carte in tavola sui pagamenti.

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In controtendenza e fortemente significativo è invece il silenzio dell’Eurotower, che nelle dichiarazioni ufficiali ha sempre evitato di riferirsi alla situazione ellenica; in ogni caso, il piano di quantitative easing annunciato da Mario Draghi va nella direzione di un sostegno considerevole alle casse del tesoro greco, calmierando lo spread e quindi sgravando i titoli di Atene da una parte dei sostanziosi interessi che debbono offrire per attirare una domanda sufficiente. Tuttavia, il ministro delle finanze tedesco Schäuble mette in guardia da imprevisti “cambi di rotta sulle politiche pattuite”, ventilando l’ipotesi di un veto tedesco all’acquisto di bond del paese mediterraneo se gli impegni non fossero rispettati, con una prevaricazione invero piuttosto marcata del requisito di indipendenza della Banca Centrale.

Eppure Tsipras, mentre assicura di non voler portare la Grecia fuori dalla moneta unica, incassa l’appoggio del ministro delle Finanze di uno dei paesi fondatori della Comunità Europea, il francese Michel Sapin, secondo il quale è auspicabile un dialogo tra i nuovi leader del Paese e le istituzioni creditrici per trattare della questione della ristrutturazione dell’enorme debito pubblico. Del resto, come il leader di Syriza tiene sempre a sottolineare, il suo programma va ben oltre la rinegoziazione del debito e copre un ampio novero di problemi con piani che mirano ad una rinascita del paese dalla depressione che perdura da ormai più di cinque anni.

Piani che vanno dal rilancio degli investimenti pubblici (anche grazie ai fondi della Banca Europea degli investimenti) alla ricostruzione dello stato sociale, dal ripristino dei diritti dei lavoratori e delle contrattazioni collettive alla lotta all’evasione fiscale. In breve, un rovesciamento del paradigma dell’austerità dell’Ue ed un’inversione di rotta rispetto agli ultimi anni targati Troika. Si comprende così l’appoggio francese, apparentemente contradditorio laddove la Francia è il secondo paese creditore di Atene (con l’Italia al terzo e la Spagna al quarto): il governo socialista di Parigi ritiene che il compromesso, il “trade-off” tra la perdita dei rimborsi greci e la possibile flessibilità sui conti sia, in definitiva, favorevole agli interessi dei francesi nel contesto europeo e più in generale agli interessi di tutti i cittadini dell’Unione.

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Non è un caso che Alexis Tsipras definisca il proprio progetto di rilancio economico come un “New Deal europeo”, accostando il suo disegno a quello che in occasione delle elezioni statunitensi del 1932 Roosevelt contrappose al presidente repubblicano uscente Hoover, incerto di fronte alla crisi esplosa più di tre anni prima. Ecco allora che molte forze progressiste europee guardano al fenomeno Syriza come possibile alternativa al modo fino ad ora dominante di condurre gli Stati membri dell’Ue all’interno della recessione e riconoscono nelle elezioni greche un vero e proprio referendum sull’austerity.

Ed ecco anche la ragione della ferma opposizione tedesca all’Agenda Tsipras: lo schiaffo al rigore sui conti pubblici propugnato da Berlino proprio da parte del paese che aveva truccato i bilanci statali, il paese debitore per eccellenza, il paese (tenendo a mente il significato di Schuld in tedesco) “colpevole” potrebbe provocare un effetto domino nelle politiche dei paesi del sud dell’Europa, donando nuove energie ai movimenti che avversano le decisioni di Bruxelles e Berlino (si pensi a Podemos in Spagna, già data come prima forza dai sondaggi, ma anche, in altri termini, al Front National francese). Solo il tempo ci dirà se il nuovo corso di Tsipras sarà efficace nel risollevare la Grecia – e forse, in prospettiva, l’Europa.

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