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L'angolo del penalista

Violenza ostetrica: evoluzione storica e risvolti penalistici

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La violenza ostetrica attiene a tutte quelle condotte violente, abusanti o comunque irrispettose della personalità della donna poste in essere durante l’assistenza al parto. Oltre ad alcune normative specifiche adottate da singoli Stati, il tema della violenza ostetrica negli ultimi anni è stato affrontato dall’OMS, dal Consiglio per i diritti umani della Nazione Unite e dal Consiglio d’Europa. In Italia una proposta di legge, che prevede anche sanzioni di carattere penale, è dal 2016 all’esame del Parlamento.

Un contributo di Marta Zanchi

Cosa si intende per violenza ostetrica

La questione della violenza ostetrica sorge negli anni Novanta principalmente nei paesi del Sudamerica, nei quali è emerso per primo un dibattito su tale forma di violenza di genere. Tuttavia, negli ultimi tempi questo tema ha iniziato ad essere oggetto di attenzione anche da parte dei paesi occidentali.

La violenza ostetrica ha trovato per la prima volta un suo formale riconoscimento dal punto di vista giuridico in Venezuela per mezzo della Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, emanata nel 2007. All’art 15(13) la violenza ostetrica viene definita come “appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali avendo come conseguenza la perdita di autonomia e della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna”. Le pratiche più diffuse, rientranti nel concetto di violenza ostetrica, sono l’abuso fisico diretto, l’abuso verbale, l’impiego di procedure mediche coercitive o non acconsentite, l’assenza di consenso informato nella scelta del trattamento, la violazione della privacy e la negligenza nell’assistenza al parto.

La dichiarazione dell’OMS e il rapporto ONU

Nel 2014 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilasciato una dichiarazione dal titolo “La prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”. In tale documento, l’OMS ha evidenziato come un numero crescente di studi abbia dimostrato che, in tutto il mondo, durante la gravidanza ed in modo particolare durante il parto, molte donne avessero fatto esperienza di comportamenti irrispettosi, negligenti o abusanti. Tali comportamenti, secondo le sopracitate ricerche, potrebbero generare conseguenze nocive dirette sia per la madre che per il bambino. Al fine di prevenire ed eliminare simili comportamenti, l’OMS ha stilato quindi un elenco di linee guida che gli Stati avrebbero dovuto implementare.

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Nell’ottobre del 2019 la Relatrice Speciale sulla violenza contro le donne del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, Dubravka Šimonović, ha presentato all’Assemblea Generale il primo rapporto sulla violenza ostetrica che colloca questo tipo di violenza all’interno di un quadro più ampio di discriminazione di genere. Infatti, secondo la relatrice, “leggi discriminatorie e stereotipi di genere pericolosi sul ruolo naturale delle donne nella società e nella maternità giocano un ruolo anche nel parto e contribuiscono a limitare l’autonomia e l’agire delle donne”.

La risoluzione del Consiglio d’Europa

Anche il Consiglio di Europa con la risoluzione n. 2306, adottata il 3 ottobre 2019, ha per la prima volta affrontato il tema della violenza ostetrica e ginecologica, definendola una forma di violenza rimasta nascosta per molto tempo e sottolineando quanto essa sia tutt’ora frequentemente ignorata. Il Consiglio d’Europa, segnalando la necessità di un’assistenza alla nascita basata sull’umanità e sul trattamento dignitoso, nel pieno rispetto dei diritti umani della donna, ha preso in considerazione il fatto che le condizioni di lavoro difficili e le risorse limitate delle strutture sanitarie possano incidere su tali dinamiche. Per queste ragioni, ha esortato gli Stati Membri ad implementare le linea guida indentificate dall’OMS e a porre in essere una serie di azioni per contrastare, prevenire e combattere la violenza ostetrica e ginecologica.  Esso ha inoltre invitato i ministeri della salute a raccogliere dati sulle procedure mediche durante il parto e sui casi di violenza ginecologica ed ostetrica, ad intraprendere studi su questo tema e a renderli pubblici. Ha invitato, poi, gli Stati Membri a condurre campagne di informazione e sensibilizzazione sui diritti delle pazienti, sulla prevenzione e la lotta al sessismo e alla violenza contro le donne, compresa la violenza ginecologica ed ostetrica, raccomandando, allo stesso tempo, di assicurare un finanziamento adeguato alle strutture sanitarie in modo da garantire condizioni di lavoro dignitose per gli operatori sanitari, un’accoglienza rispettosa e premurosa delle pazienti e delle donne in travaglio. Infine, ha sollecitato gli Stati a prevedere meccanismi di denuncia per la violenza ginecologica ed ostetrica che escludano qualsiasi mediazione, nonché a prevedere sanzioni nei confronti degli operatori sanitari quando i fatti di violenza ginecologica ed ostetrica siano stati accertati.

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La prospettiva italiana

In Italia, nel marzo 2016 è stata presentata alla Camera dei Deputati una proposta di legge intitolata “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico” al fine di promuovere il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità personale della partoriente e del neonato. Tale proposta di legge, tra le altre cose, è volta ad introdurre nel nostro ordinamento una nuova fattispecie di reato che vada a punire i responsabili di atti di violenza ostetrica con la reclusione da due a quattro anni, salvo che il fatto costituisca più grave reato. La proposta, tuttavia, non è mai stata approvata e si trova tutt’ora in fase di esame in commissione.

Al momento, dunque, in Italia non è ancora presente una norma ad hoc che punisca questo tipo di violenza e per tale ragione dovrebbe ricorrersi all’utilizzo di altre fattispecie di reato espressamente previste dal nostro ordinamento. Ad esempio, essa potrebbe essere ricondotta al delitto di violenza privata previsto dall’art. 610 c.p., che punisce chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. Nei casi più gravi, invece, tale fattispecie potrebbe essere configurata come violenza sessuale. Infine, la violenza ostetrica potrebbe configurare il reato di lesioni personali quando l’intervento sanitario indesiderato provochi una malattia nel corpo o nella mente della donna.

La mancanza di una disciplina specifica, unita ad una scarsa conoscenza di tale problematica, rendono molto difficoltoso fornire un’adeguata tutela alle vittime di questo tipo di violenza.

Non resta che sperare che la risoluzione del Consiglio d’Europa, il rapporto delle Nazioni Unite e le campagne di sensibilizzazione portate avanti in Italia da diverse associazioni, possano contribuire a creare un maggior dibattito su queste tematiche, molto spesso considerate un tabù, in modo da portare all’adozione di strumenti idonei a garantire un’adeguata protezione della donna durante il parto.

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