Lingua d’Oc e d’Oil. Una distinzione che tutti noi abbiamo incontrato almeno una volta nella vita. Ma, pochi sanno che la prima delle due dà il nome a una regione della Francia meridionale, l’Occitania, che si estende anche per un lembo di terra in Spagna e in Italia, più precisamente in Liguria e Piemonte. Incuriosito, ad autunno inoltrato, scelgo di partire alla volta di questa terra, mosso soprattutto dal desiderio di conoscere lo stile di vita e i panorami che rendono tanto peculiare la regione.
La destinazione del primo giorno è Nizza; là avrei pernottato da Liv, un ragazzo italo-francese che ha studiato giurisprudenza a Milano e che ora lavora per il Principe di Monaco. Il paesaggio che attraverso, dalla Pianura Padana alle colline del Monferrato in Piemonte, muta velocemente. Guidando ancora qualche ora giungo nei pressi di Montezemolo, dove colgo l’occasione di dare un passaggio a Hygen, un ragazzo ucraino diretto a Sanremo. Dopo averlo accompagnato fino alla città del Festival, mi rimetto in viaggio verso la mia destinazione, ammirando il mare mosso che si infrange sulla costa, come se, tutto d’un tratto, quest’ultima potesse spostarsi un po’ più in là. Superato il confine con la Francia, vengo immediatamente investito dallo sfarzo unito all’ordine impeccabile della città di Monaco; alcune strade, al posto dei marciapiedi, hanno dei veri e propri cordoli per le automobili di Formula 1, dal momento che il Gran Premio si svolge su strade cittadine. Giusto il tempo di ammirare ancora una volta la forza del mare dalla bellissima passeggiata che collega il porto turistico alla zona residenziale, passando sopra la scogliera, e mi ritrovo di nuovo in marcia. Giungo a Nizza dopo circa un’ora di auto, faccio due passi lungo la Promenade des Anglais, luogo della strage del 2016, e mi dirigo verso la residenza in cui avrei trascorso la notte; un lungo viale preceduto da un colossale cancello in ferro battuto mi introduce ad un quartiere in cui le vite di decine di individui scorrono separate da qualche centimetro di muratura, così vicine, ma così lontane.

Il secondo giorno inizia molto presto; Nizza all’alba è una città completamente diversa. Mi diverto a osservare la moltitudine di sportivi nella loro routine mattutina: c’è chi corre, chi pedala e chi marcia. La città è calma, e non si respira mai quell’aria tipicamente oppressa delle città metropolitane dell’entroterra, specialmente negli orari di punta, in cui il traffico diventa protagonista. La meta è Frontignan, una cittadina poco più a ovest di Montpellier, quasi al confine con la Spagna. Proseguo verso Cannes seguendo una strada più interna, e attraverso l’Università della Costa Azzura, articolata in diversi edifici sparsi lungo i versanti di varie colline che toccano i trecento metri di altitudine. Superata la città, imbocco Route du Gargalon, una delle strade più belle al mondo, che costeggia il massiccio dell’Esterel. Mi fermo ad ammirare il panorama surreale di un lago prosciugato, dove l’unico suono percepibile è quello di alcuni volatili in lontananza; sullo sfondo, i resti di un ponte romano compaiono timidamente dopo essere rimasti sommersi per secoli.
Inoltrandomi ulteriormente nell’entroterra, giungo nei pressi dell’abbazia di Thoronet, un complesso risalente al dodicesimo secolo caratterizzato dalla presenza passata di un gruppo monastico benedettino. Visito la struttura con piacere, districandomi negli infiniti corridoi che la compongono, fino alla cima del campanile tramite una camminata su coppi in terracotta che formano la copertura della navata centrale della chiesa, dalla quale ho l’occasione di ammirare un panorama mozzafiato che si estende su tutta la regione circostante. Quest’abbazia conserva anche alcuni esemplari di panchine disegnate da John Pawson, designer britannico che ha fatto del minimalismo la sua firma.

Dopo una cinquantina di chilometri attraverso le strade che marcano il confine settentrionale del parco naturale regionale Sainte-Baume, faccio il mio ingresso a Marsiglia, ma solo per “sorvolarla” grazie alla fitta rete di superstrade rialzate che fanno slalom tra i grattaceli della città, come dei lunghi serpenti di cemento con le squame fatte di automobili. Marsiglia è stata Capitale Europea della Cultura nel 2013, infatti, nulla può battere a livello scenografico le isole Frioul, con il castello adibito ad ex-prigione in cui è stato ambientato anche “Il conte di Montecristo” di Dumas; allo stesso tempo, però, bisogna fare attenzione nella zona del porto commerciale a tutti i venditori ambulanti di oggetti elettronici che si appostano sul ciglio della strada pronti a strappare il miglior affare, sporcando la zona di rifiuti e rendendo notevolmente pericoloso il passaggio con l’automobile. Spesso coloro che si spostano poco nella loro vita tendono ad avere una visione piuttosto limitata dei panorami lontani dal loro, e si “bevono” la versione narrata nei libri o nei programmi televisivi. Questo aspetto più critico della città, di certo, non si trova sulle migliori riviste turistiche, ma, suo malgrado, fa parte della quotidianità della città.
Proseguo verso Fos sur mer, un piccolo paesino che mi incuriosisce per la sua posizione arroccata in cima a una collina esattamente di fronte al mare. Accanto al paesino, si estende una vasta area di impianti di stoccaggio di metano e raffinazione del petrolio, per colossi industriali del calibro di Esso. Questo sito, di fondamentale importanza economica, è posto esattamente alle porte del parco naturale regionale della Camargue, noto per il suo paesaggio naturalistico incredibilmente ricco e peculiare. Le strade rettilinee tracciano confini immaginari tra le numerose saline della zona, sempre più spinte verso l’entroterra a causa dell’innalzamento del livello medio del mare.
Finalmente arrivo a Montpellier, meta del giorno, ma scelgo di non fermarmi a lungo, principalmente a causa della vaga somiglianza della città con altre località francesi già visitate. Continuo il mio viaggio spingendomi ancora un po’ verso la Spagna, fino a Frontignan, dove passo la notte ospitato gentilmente da Michel, uno scrittore francese, e Chantal, sua moglie. Ho l’occasione di scambiare qualche parola con la coppia circa l’essenza della Francia, e, nello specifico, di questa zona meridionale. Mi spiegano che la maggior parte delle persone vede questa regione soltanto come una grande zona turistica, e, di fatto, con il tempo tutto si è piegato a questa volontà. Inoltre, la coppia sottolinea il fatto che persistono ancora i problemi della Francia di una volta, come l’estrema provincializzazione, con Parigi capitale e tutto il resto periferia. Mi parlano di quanto limitate siano le prospettive di vita delle persone che vivono in queste zone, ciononostante, sostengono che la gente sia molto felice e trovi soddisfazione in altro, che non sia necessariamente il denaro o il possesso di beni fisici.
Passata la notte, ringrazio Michel e Chantal e mi appresto a iniziare il viaggio di ritorno, questa volta passando ancora più nell’entroterra, così da visitare anche la parte centrale dell’Occitania. Giusto il tempo di esplorare una discoteca abbandonata chiamata La Plantation, con i suoi squarci di un tempo ormai perduto all’insegna di feste e bagni estivi nella piscina del cortile, e mi ritrovo ad Avignone, la famosa città fortificata con il suo centro storico patrimonio dell’Unesco. Visito qualche luogo di interesse personale, come il palazzo dei Papi e il ponte sul Rodano, ormai distrutto a metà, per poi rimettermi in viaggio.
Mi inoltro ulteriormente nell’entroterra di questa regione dal paesaggio così mutevole e attraverso una serie di paesi risalenti al periodo medioevale, ognuno con la propria chiesa mastodontica e una serie di fortificazioni, a volte persino incastrate nei giardini di qualche proprietà. Entro ad Orange, una cittadina da circa trenta mila abitanti con un sito patrimonio dell’Unesco in pieno centro: si tratta di un teatro romano risalente all’Avanti Cristo, assieme a un arco celebrativo, anch’esso costruito nell’epoca augustea. L’imponenza di questi luoghi crea un contrasto affascinante con le abitazioni di dimensioni notevolmente ridotte, come se rimanesse nell’aria il desiderio di controllo dei potenti di una volta. Orange è anche famosa per una rotonda con un teatro molto sfarzoso al centro e con un monumento dedicato ai morti di ghigliottina, invenzione degli stessi francesi.
Proseguo sulla strada verso Verclause e giungo a Nyons, un paesino risalente al neolitico, caratterizzato da una replica datata inizio quindicesimo secolo di un ponte romano ad arcata unica, che si innalza sopra un fiume per quasi venti metri di altezza. Una chicca che vi svelo è la possibilità di attraversarlo in auto, vivendo un’esperienza unica, che termina sull’altra sponda, a pochi metri dalla torre Randonne, edificata a fine tredicesimo secolo per una baronessa della zona. Passato questo piccolo paese, si raggiunge un insediamento ancora più minuscolo, che dà il nome all’intera gola in cui mi trovo: Saint-May. Si tratta proprio di una decina di abitazioni ammucchiate su una stretta strada che si dirama da quella principale, ricca di luoghi misteriosi, quali cascate e una grotta risalente al periodo di costruzione della contrada. Nei pressi della grotta, un cartello marca l’altezza della famosa piena del 13 agosto 1868, che causò danni persino in Svizzera e in Valle d’Aosta.
Continuo per la valle e giungo nei pressi di Verclause, considerato il paese modello di questa regione della Francia: un castello diroccato in cima ad una collina e le abitazioni che si espandono in tutte le direzioni attorno alla chiesa adiacente. Ho il piacere di “avvistare” la tipica razza bovina della zona, con un folto manto, il caratteristico colore marrone scuro e un paio di corna appena abbozzate. Ammiro il tramonto da quest’altura e rimango incantato dalla bellezza statuaria del luogo, con i ruderi che fungono da soggetto in primo piano del quadro e i monti che ne costituiscono lo sfondo. Manca solo la cornice, poiché in qualunque direzione volga lo sguardo, ritrovo di fronte a me sempre un panorama mozzafiato. Ascolto con piacere il suono dei campanacci appesi al collo delle vacche, che ormai si stanno avviando verso l’abbeveratoio, e mi rincammino verso la mia auto.
Guido ancora qualche chilometro e, in lontananza, scorgo per la prima volta le Alpi, con le loro creste innevate e la loro imponenza unica. Mastodontiche, mi accompagnano fino a Gap, la mia destinazione, dove alloggio in casa di Myriam, una signora francese dall’aria simpatica, madre di ben tre figli. All’alba, rimango stupefatto di fronte alla vista dalla finestra della camera: un massiccio montuoso con la punta appiattita e innevata si staglia di fronte al centro abitato, facendomi iniziare la giornata con una grande voglia di viaggiare ancora. Fatta colazione, mi preparo e saluto ringraziando della disponibilità.
Nel giro di qualche ora, raggiungo l’inizio della strada che porta al confine con l’Italia, segnando l’inevitabile fine di questo meraviglioso percorso. Superati i mille metri di quota, tornante dopo tornante, compare la prima timida neve ai bordi della strada, per poi diventare sempre più presente, fino a costituire uno strato omogeneo di ben trenta centimetri al di sopra di tutto ciò che mi circonda. Mi fermo a una costruzione militare risalente al tempo della Seconda guerra mondiale, parte della famosa linea Maginot, architettata dai francesi per scongiurare un possibile attacco da parte dei tedeschi e degli italiani sui rispettivi fronti. Faccio amicizia con Nicolà, il custode, che mi racconta tutta la storia di questo luogo in un misto tra italiano e francese; mi parla delle varie strategie utilizzate, delle armi in dotazione, dei diversi tipi di munizioni e di tutti gli accorgimenti tecnologici che hanno fatto di quell’avamposto un esempio perfetto di quanto l’industria bellica sia stata il motore dell’innovazione industriale. Lo saluto, gli auguro il meglio e rientro in Italia passando per Monginevro.
Torno a casa da un viaggio di quasi duemila chilometri con tantissime memorie, e una manciata di persone che porterò per sempre nel cuore. Ho scoperto un lato della Francia che pochi conoscono, caratterizzato dalla semplicità della vita, unita al sano spirito francese che fa del privato l’essenza dell’esistenza, ma senza trascurare l’elemento di orgoglio nazionale. Attraversando tutti questi luoghi mi è sembrato di passare da una nazione ad un’altra, dimenticandomi che, spesso, sotto lo stesso nome convivono persone e culture completamente diverse, ognuna con le proprie tradizioni da rispettare, e, soprattutto, da conoscere e comprendere.
