“Io l’ho veduto, allora. Tu sonavi”. Così Antonia Pozzi dà il “la” ad una delle sue poesie. Musica, razionalità e irrazionalità sembrano essere gli ingredienti di una ricetta che tutti cercano di imitare: quella della vita. Un attimo, ci ho provato anche io.
Versione complessa
Sale velocemente, proprio come una piena. Scivolo sempre più verso le lacrime, esternazione di un subbuglio di emozioni che si agitano violentemente dentro di me. Non sono bravo a filtrare le emozioni: spesso piango o rido come un matto.
Così, nel bel mezzo della sala musica dell’Università Bocconi, mi ritrovo ad ascoltare un ragazzo che suona il piano mentre accenna una melodia con un filo di voce. Stringendogli la mano, ho detto: “Nice to meet you, I’m Marco.” Lui ha risposto con un semplice movimento dall’alto verso il basso della testa, coronato da un sorriso appena accennato. Mi ha spiegato che, a causa dell’influenza, non riesce a cantare; altrimenti lo avrebbe fatto e mi avrebbe meravigliato. In realtà, ero già impressionato dalla sua abilità di comporre musica—o almeno, così diceva di stare facendo—con le dita che si muovevano precise ma ponderate in posizioni contorte sulla tastiera, mentre il piano ruggiva suoni sotto la mano sinistra e tesseva una melodia sotto quella destra.
Così rimanevo incantato, in piedi, di fronte a quello spettacolo.
L’aula grigia, con un po’ di strumenti musicali organizzati in un angolo; una serie di divani in plastica rigida a comporre l’arredamento, essenziale e poco ricercato, concentrati nell’altro angolo. Giacevo immobile, con una cuffietta ancora in mano; non volevo muovermi, non volevo rovinare quella scena. Mi ero già concesso di ascoltare per un paio di minuti, dopo aver timidamente chiesto il permesso.
Difficile da spiegare, ma in quella stanza si stava consumando una battaglia, tra il centro del corpo umano e una sua periferia. Una battaglia che per me significa molto, nella quale cuore e mente si stavano affrontando senza tregua. “I can sing for you”, avrei voluto dirgli, sapergli dire, potergli dire. Ma sono rimasto zitto, inetto.
Due accordi accompagnati da una semplice melodia, questo basta a farmi commuovere. Perché il “bello” mi fa quest’effetto. Quella “cosa” chiamata “bellezza”, e ancora di più la sua contemplazione, fa crollare tutti gli argini che ogni giorno metto nel vivere il mondo secondo i miei filtri.
Un mondo fatto di diverse tribù nascoste al di là della corteccia cerebrale, ognuna con i suoi scopi, e i suoi metodi per raggiungerli, i propri bisogni, e un’imperterrita incapacità di soddisfarli tutti, a creare un’atmosfera cupa. A volte, la razionalità mi dice che andrà tutto bene, che le cose che faccio vanno bene e che, in fin dei conti, raggiungerò il mio scopo. Ma il punto è proprio questo: il mio scopo non c’è. Mi ritrovo a vent’anni senza aver ancora trovato il mio scopo, un senso, una direzione. Come un instancabile bevitore di nozioni, tracannatore seriale di sogni in perenne fibrillazione.
Non mi stanco mai, non mi sdraio mai esausto sul divano fremendo per il giorno successivo. Non sono fatto così. Ho uno spirito che mi sostiene costantemente, che mi spinge naturalmente e senza sforzo verso la positività, verso lo stare bene. A volte, però, questo spirito si affaccia appena, e inizia a disertare gli appuntamenti a cui era solito presenziare con entusiasmo. E nei rari momenti in cui mi accorgo che è ancora lì, vorrei durassero per sempre.
Questo spirito, in realtà, è semplicemente sazio e innamorato pazzo della persona che crede di essere; così, si concede un pisolino dopo il pasto, assopendosi e lasciando andare le briglie del complesso di pensieri che affolla la mia mente. Mi sento invincibile, impossibile da fermare, credo che ogni traguardo sia raggiungibile, ogni sfida superabile. “Narcisista” diceva Dani, la mia psicologa. Vero. Un narcisista che ha bisogno del suo stesso narcisismo per non annullarsi e strisciare veemente ai piedi di qualcuno o qualcosa che gli possa restituire ciò che, in tutti questi anni, crede di aver disperso.
L’affetto. La complicità. L’amore.
Così, di fronte a quelle dita che, attraverso il movimento dei tasti, traducono in suono l’interazione tra martelletti e corde metalliche nascoste nella pancia del pianoforte, mi emoziono. Mi emoziono perché quei suoni riempiono un vuoto universale, condizione primordiale, da cui tutto scaturisce. I nostri pensieri, le emozioni, in silenzio tentano una disperata risalita nel nostro animo, fino a trovare la luce in una serie di (re)azioni, a volte impercettibili, altre plateali, degne dell’infinita letteratura, più o meno scientifica, ad esse dedicata.
Emozionarsi significa riconoscere la bellezza, anche quando è il dolore a farla da protagonista. Un attimo felice è il seme di quel dolore che si manifesta quando si trasforma in ricordo.
Potersi emozionare ancora, perché ciò che provi sai essere unico, impossibile da replicare in quell’esatta forma. A volte vorrei semplicemente abbracciare chiunque mi trovi di fronte, ringraziarlo per farsi gli affari propri, ringraziarlo per come funziona il mondo, per il calderone di attimi, silenzi o parole, frastuoni che, come martellate, battono sulla nostra personalità, scalfendo chi magari non l’abbia così forte.
In un mondo sempre più piatto, monodimensionale, allergico all’immersione in qualunque aspetto della vita, facciamoci venire i capogiri dopo aver assaggiato la profondità delle nostre emozioni. Tranquilli, i due schieramenti belligeranti protagonisti di questo pezzo continueranno a combattere, ognuno con i propri arsenali, alla ricerca dell’apparente equilibrio originario della nascita al quale tanto ci ostiniamo a rimanere fedeli, tanto da imporlo come meta di questo viaggio chiamato vita.
Così, c’è chi sceglie di schierarsi, scendere in campo e combattere; chi preferisce conservare una parziale terzietà rispetto al conflitto, e chi lo ripudia a tutti i costi.
A noi l’onere.
