Può apparire superfluo parlare di antica Grecia in un mondo in cui regna sovrana la tecnologia e il suo progresso, in cui tutto è così dinamico e in continua evoluzione. Eppure, dovremmo soffermarci a pensare a come siamo arrivati fin qui. La risposta può sembrare ovvia e potrebbe essere “perché c’è stato qualcuno prima di noi”. Ma la verità è che, sebbene non esistesse la tecnologia come la intendiamo noi oggi, i greci affrontavano questioni molto simili alle nostre: gli avvenimenti cambiano forma, ma certi conflitti continuano a ripetersi.
Nell’antica Grecia la politica riguardava la comunità: il significato che si dava a questa parole nasceva dal termine polis. La città era intesa come un luogo di interessi comuni, anche se attanagliata da disuguaglianze e conflitti, ed è proprio in questo contesto che nasce la democrazia ateniese. Nella Polis la Democrazia ha un forte significato simbolico, richiama l’idea di una vita pubblica condivisa, pur entro i limiti di una società che escludeva dalla partecipazione politica donne, schiavi e stranieri.
Il teatro nella vita pubblica ateniese aveva il ruolo di rappresentare la realtà ai cittadini e il compito di descrivere il mondo nelle sue migliaia di sfaccettature spettava, oltre che agli aedi, ai tragediografi e ai commediografi: raccontavano la realtà in modo inaspettato, talvolta crudo e sconvolgente.
Euripide è uno dei tre grandi tragediografi dell’antica Grecia. Nelle sue tragedie affronta, spesso con una sfumatura cupa, temi così vicini al nostro tempo da sembrare attuali. Parla di donne e del loro ruolo nella società, di religione, di intrighi e sotterfugi, ma anche di guerra e politica. Questioni che non hanno mai abbandonato il palcoscenico della nostra vita collettiva. Euripide dà voce anche ai vinti e agli oppressi, è poco compreso e viene definito il filosofo della scena: appellativo che gli è valso per il suo incredibile pathos e per l’accurata descrizione psicologica dei suoi personaggi, che combattono sempre tra dubbi e incertezze. Proprio per questo la sua voce è apparsa scomoda, come un moderno scrittore che pubblica i suoi libri pur sapendo che le sue idee susciteranno critiche.
Le riflessioni politiche di Euripide si destreggiano tra sentimenti che possono sembrare antibellici e talvolta antipatriottici e quasi anticipa un po’ quell’impulso di protesta che oggi echeggia nelle nostre piazze, dalle mobilitazioni studentesche alle rivendicazioni degli agricoltori. Cambiano le cause e i contesti, ma rimane la volontà di mettere in discussione le scelte di chi governa.
Euripide, attraverso i suoi personaggi, offre uno spunto per riflettere sull’immigrazione. Racconta che cosa significasse essere un barbaro rispetto ad essere un cittadino greco, parla di diversità, di disuguaglianze tra popoli che geograficamente erano molto vicini, ma culturalmente lontani.
Queste somiglianze tra il mondo di ieri e quello di oggi emergono nei suoi personaggi e, con particolare forza, nelle figure femminili.
Medea, infatti, è uno dei personaggi “la cui dimensione politica” emerge con maggiore forza, incarna la contrapposizione tra greci e barbari, tutti coloro che non erano greci. La sua condizione di barbara, unita all’abbandono subito e alla minaccia dell’esilio, consente di suscitare nel pubblico solidarietà nei suoi confronti.
I contemporanei di Euripide non comprendevano la sua politica antibellica e le sue riflessioni sulla condizione dei più umili e degli schiavi, il cui lavoro sosteneva l’economia ateniese. Nell’Ecuba Euripide mette in scena i rovesciamenti che la guerra può provocare, come una regina diventa schiava e cerca nella vendetta un possibile riscatto; infatti, Ecuba era la regina di Troia e viene ridotta in schiavitù dopo la caduta della città.
In una lettura contemporanea, si può affermare che lo scenario geopolitico degli ultimi anni ci ha fatto capire come sia facile rovesciare gli equilibri e generare il panico in pochi istanti. I conflitti in Ucraina o nella Striscia di Gaza mostrano quanto l’instabilità sia padrona anche del nostro tempo. A molti di noi, in Europa, la guerra poteva, e può, sembrare lontana. In realtà i confitti sono alle porte del Mediterraneo. La devastazione non ha mai smesso di esistere. La distanza tra noi e la civiltà greca sembra quasi esaurirsi.
Euripide nelle sue tragedie trova spazio anche per valori della democrazia, come la libertà, la sovranità popolare, l’uguaglianza politica e giuridica, analizzando così la realtà politica del suo tempo e riconoscendo sempre di più la graduale presa di coscienza di una profonda crisi politica e sociale. Sullo sfondo della guerra del Peloponneso, Euripide mette in discussione la realtà idealizzata dell’eroismo, denunciando gli orrori della guerra che colpiscono gli innocenti senza risparmiare nemmeno i vincitori. Nelle Troiane ci mostra la guerra attraverso la sofferenza di chi abitava la città, un punto di vista di chi viveva il conflitto attraverso il racconto dei soldati.
Questi esempi testimoniano il pensiero autonomo e critico di Euripide, ed ecco perché leggerlo oggi è ancora importante, perché ci mostra come la realtà nonostante il passare del tempo, non è poi così diversa. La lettura ci ricorda che possiamo mettere in discussione le nostre scelte, ma anche le nostre certezze e cercare di capire come interpretiamo oggi la violenza o la giustizia e cambiare direzione prima di ripetere gli stessi errori.