Ore 23:45, l’aria si è fatta fredda e il cielo non promette nulla di buono. Sono con un mio amico, siamo in macchina a fumare l’ultima sigaretta nel parcheggio della chiesetta vicino a casa mia. Tutto attorno tace; la gente delle case attorno sta già dormendo o quantomeno si sta preparando per farlo. Faccio al mio amico: “devo scrivere un articolo su un libro per il giornale dell’università.
Immagina di lasciare tutto per sei mesi, vivere dalla parte opposta del mondo senza nessun contatto con il mondo esterno, o quantomeno il mondo per come lo conosci. Dalla vita di città o di provincia che hai sempre conosciuto, dalla frenesia, dal rumore, dalle altre persone che ogni giorno riempiono le tue giornate. Da lì, ti sposti nel pieno dell’inverno nella taiga siberiana, in una capanna sulla sponda ovest del lago Bajkal. Svegliarsi ogni mattina a venti sottozero di fronte ai monti della Buriazia che svettano imponenti al di là di una distesa di ghiaccio che guardandola si direbbe tagli il mondo da nord a sud. Avere come unica interazione sociale le poche parole dei duri pescatori russi che popolano, almeno si fa per dire, gli sciami di baracche nei radi centri abitati sulla costa. D’inverno passare le giornate a tagliare legna per la stufa, mentre con l’avvicinarsi della bella stagione iniziare con la pesca nel lago ancora ghiacciato insieme a due cuccioli di cane affidati da un guardaboschi. Leggere libri su libri e bere davvero tanta vodka, mangiare e girare la zona circostante, tempo permettendo. Ecco, ora immagina di scrivere tutto dentro ad un diario. Quello che fai, quello che senti, quello che vedi, e, soprattutto, quello che vedi.
Ora, il diario in questione è il libro dell’articolo. Dopo tutto questo preambolo infinito, come dovrebbe iniziare l’articolo secondo te?”
“Boh, anche così potrebbe andare. Dipende se riesci a rendere bene la situazione.”
E allora iniziamo così, perché rendere bene la situazione è il centro attorno a cui si sviluppa il diario “Nelle foreste siberiane” dello scrittore francese Sylvain Tesson. Lo scrittore abbandona temporaneamente la sua vita a Parigi, saluta amici e fidanzata, lavoro e impegni: saluta il mondo conosciuto per buttarsi nel completo ignoto in completa solitudine. Vivrà per sei mesi nella Capanna dei Cedri del Nord, in mezzo al bosco sulla base di un versante che si inerpica fino a 2000 metri, dall’altro lato il lago Bajkal, su cui si affaccia la sua finestra. Dall’11 febbraio al 28 luglio, quella è stata la sua realtà e, Tesson, ha cercato di restituire almeno parte della sua esperienza attraverso le parole scritte man mano sul diario durante le lunghe ore a non fare niente, semplicemente perché non c’è niente da fare.
Lungo tutta la sua permanenza annota pensieri, riflessioni sulle letture, mansioni svolte e paesaggi. La povertà di stimoli artificiali permette all’eremita di concentrarsi sul paesaggio che lo circonda. L’opera assume una struttura quasi giornalistica, l’autore si cala nella vita solitaria di uno dei guardaboschi sparsi lungo tutta la riva del Bajkal, da soli nella propria capanna a decine di chilometri gli uni dagli altri, ma le pagine trasudano di qualcosa che va bene oltre.
Tesson sta provando a dipingere il quadro dentro cui è immerso, usa la scrittura come mezzo per riuscire a catturare tutto quello che gli gira attorno. Una natura vergine, solo qua e là sfregiata, o a ben vedere arricchita, da rottami dell’epoca sovietica. La taiga sconfinata copre la vista fino all’orizzonte, bloccata a ovest dai monti Primorskij e a est dal lago Bajkal, una delle più grandi riserve di acqua dolce nel mondo e poi, al di là del lago, le cime della Buriazia svettano, accogliendo ogni mattina il sole, che fa capolino illuminando il capo sotto cui è situata la capanna. Gli stessi incontri con pescatori e guardacaccia diventano parte del quadro: il loro aspetto, la loro quotidianità, perfino le loro conversazioni sono trasposte nel diario, prendendo parte al paesaggio attorno a loro. Ma questi sono solo una parte minima del paesaggio che questo libro ci porta a vedere, come se fossero la nave de “Il mare di ghiaccio” di Friedrich: ben visibili, leggermente fuori dal centro dell’opera, ma completamente assorbiti dalla forza della natura circostante, a cui sembrano essersi arresi per manifesta inferiorità, dopo una lunga battaglia testimoniata dalle varie baracche semidistrutte e dai luoghi abbandonati che costellano la zona. Infine, anche le mansioni svolte sembrano essere parte di un equilibrio imposto, vietato da rompere. Una sorta di patto fatto dallo scrittore con il suo quadro, e così appare un autoritratto, nelle vesti di un personaggio che potrebbe essere uscito da un romanzo di Dostoevskij.
In contrapposizione, o in armonia, alla centralità del paesaggio nella sua immensità c’è lui, lo scrittore, l’eremita, l’uomo, Sylvain Tesson. La sua percezione diventa chiave in un continuo alternarsi tra essa e il mondo attorno, percorrendo tutto il libro quasi come una conversazione tra le due facce della sua vita nella foresta siberiana. Perfino il tempo prende forma, ma non per com’è, bensì per come l’autore lo percepisce.
E sono la percezione, i pensieri e le riflessioni, il tramite attraverso cui Tesson ci permette di esplorare la realtà che vive, ci permette di immaginarla, ci permette di sentirla. In questo, i libri giocano un ruolo fondamentale nell’opera. Scelti accuratamente dall’autore prima della partenza, spaziano da Lawrence a Kierkegaard, da Shakespeare a Camus, da Lucrezio a Defoe. L’autore legge nel tepore della capanna o nel freddo della tenda durante le escursioni, poi riporta le sue impressioni, solcando di pensieri il paesaggio circostante.
Questo è: irradiare una landa desolata di pensieri. Questo permette di essere dentro al paesaggio come suggerito nel titolo. La conversazione tra le due anime dell’opera che si mescolano fino a diventare un tutt’uno, indistinguibile dall’esterno.
Così, sceso dalla macchina del mio amico vado al di là di casa mia, nei campi di granturco ormai freddi e vuoti, come Petrarca inizio a misurarli a passi tardi e lenti. Arrivo di fronte alla ex cava di ghiaia e mi fermo. Nel libro i sigari e la vodka, di cui l’autore fa abbondante uso, diventano quasi un espediente narrativo per giustificare i pensieri, o giustificare la loro assenza. Così mi accendo una Rothmans, anche se non è un sigaro, stappo una birra Menabrea, anche se non è la vodka Stolichnaya di Tesson, e guardo il lago artificiale della cava abbandonata: non sarà il Bajkal, ma alla fine si fa con quel che si ha.
- Riccardo Valerio Vincenzo De Ambroggi
- Riccardo Valerio Vincenzo De Ambroggi
- Riccardo Valerio Vincenzo De Ambroggi
- Riccardo Valerio Vincenzo De Ambroggi
