24 October 2026 – Saturday
24 October 2026 – Saturday

Lettera a due case

Riflessioni sparse su un’appartenenza completa

Ci sono posti che chiami “casa” per abitudine, altri che continui a chiamare “casa” anche se non ci vivi più, altri ancora che “casa” la diventano col tempo, nonostante non ti abbiano visto crescere. E durante l’ora e mezza che passo regolarmente in aereo, su uno scomodo sedile di un volo Ryanair, sorvolando quella che mi sembra terra di nessuno, mi chiedo dove sia davvero “casa”, perché in quel momento non sono né di Bari né di Milano; sono solo un corpo in cielo, sospeso tra due versioni di me stessa.  

Ogni volta che torno nella città che mi ha visto crescere, ho l’impressione che niente sia cambiato. Gli stessi ulivi, maestosi e placidi, incorniciano la strada che mi porta dall’aeroporto in città. Dai finestrini dell’auto, i soliti palazzi chiari si stagliano contro il cielo azzurro, la cui fine non riesci a distinguere dall’inizio del mare. Nell’aria, il profumo della focaccia appena sfornata, calda e oleosa madeleine proustiana che ti trasporta al tavolo da pranzo della tua infanzia, alle chiacchierate in famiglia fatte a voce decisamente alta, che non diventano mai rumore, e ancora riecheggiano nelle strade dalle finestre a piano terra. C’è un calore tipico, da queste parti, che ti stringe come un abbraccio un po’ invadente, che ti accoglie senza chiederti il permesso. Anche in pieno dicembre, qui il sole si comporta come se fosse estate: ti scalda il viso e le ossa, e in qualche modo ti convince che il tempo non sia mai davvero passato.  

Bari, Italia

Ma qualcosa, anche solo di impercettibile, è cambiato. Cerco un cucchiaio nel cassetto senza guardare, lo cerco dov’è sempre stato. E invece, mi ritrovo in mano una forchetta. Non sono cose che stravolgono, ma che scompongono, piccole fratture nell’immagine che conservo di questo posto. Dissonanze che, più delle grandi trasformazioni, spaesano: non è solo nostalgia, né solo cambiamento. Le cose restano familiari, ma non sono più le stesse, scivolano un po’ più in là, quanto basta per non trovarle più al primo colpo. Il bar dove si passavano tutte le sere ha chiuso; il lungomare, scenario di innumerevoli giri silenziosi in macchina, è diventato pedonale; la strada di campagna dissestata, che scricchiolava sotto le scarpe, è stata riasfaltata. 

Bari, Italia

E io, che vado e vengo, che arrivo sempre per ripartire, inizio a chiedermi se davvero torno sempre nello stesso posto, o se è semplicemente la me di oggi a sentirlo diverso. Forse, la verità è che anche io sono cambiata, lasciando indietro pezzi di me, nascosti tra le pieghe di una quotidianità che non calza più come una volta. Sarà questo il destino di chi sceglie di andare via: vedere i propri luoghi cambiare, senza poterli cambiare con sé. Eppure, nonostante tutto, continuo a chiamarla casa, con la stessa ostinazione con cui si ama un posto che ti ha cresciuto e che, in qualche modo, ti amerà sempre, anche se non ti riconosce più del tutto. 

E così, mentre una città inizia a sembrarmi ogni volta un po’ meno mia, un’altra città sta imparando a chiamarmi per nome: non mi ha visto crescere, ma mi ha visto diventare grande. È diventata “casa” in punta di piedi, senza che io me ne accorgessi. “Non vedo l’ora di tornare”. Ascoltavo queste parole come se le avesse pronunciate qualcun altro. Eppure, erano mie, rivolte a quella città che all’inizio sembrava solo una tappa nel mio percorso e che, invece, ora porto dentro.

È una città di strade larghe e binari della metro che pulsano di vita, di piazze sempre piene, dove la gente corre da un posto all’altro, con lo sguardo che scivola tra turisti, palazzi e tram che tintinnano nel loro passaggio. Le vie sono un intreccio di storie che si sfiorano, si rincorrono, si perdono, di passi rapidi che si susseguono senza mai stancarsi. Questa città ti insegna a muoverti nel caos, ad orientarti tra il rumore costante e la folla che non si ferma mai, a trovare spazi di respiro anche dove sembra impossibile. Ogni angolo nasconde una storia, un incontro improvviso, un momento che ti ricorda che sei parte di qualcosa di vivo e in movimento. 

All’inizio, mi sentivo un punto tra tanti, inghiottita dalla città che non dorme mai: lei correva, e io arrancavo per starle dietro. Tutti avevano una direzione, una meta precisa, verso cui si muovevano a passo deciso; io, invece, cambiavo marciapiede tre volte, prima di capire dove stessi andando. A un certo punto, però, ho iniziato a riconoscere i volti familiari di chi partiva da casa al mio stesso orario; ho imparato che alle casse del supermercato c’è sempre la fila alle sei, e che il pane buono finisce in mattinata; ho iniziato a non aver bisogno di alzare la testa per controllare quale direzione prendere quando sono in metro. Ho smesso di cercare il silenzio, iniziando a riconoscere il mio ritmo anche nel caos. 

Milano, Italia

Poi, una sera, torni a casa con le gambe pesanti, racconto di una giornata che è sembrata infinita. In alto, dal balcone che si affaccia su questa città di cemento e bagliori urbani, lo sguardo si perde tra i lampioni che iniziano ad illuminarsi flebilmente, tra i tetti e le chiome degli alberi. Le luci delle case si ripopolano pian piano, finestre aperte su una quotidianità diversa da quella in cui sei cresciuta, ma ormai altrettanto familiare. I rumori salgono dalla strada, brusio lontano che diventa ovattato. E, per un attimo, tutto si ferma: il sole colora il cielo con lo stesso calore che a dicembre scaldava il viso e le ossa. E così, un mercoledì sera come tutti gli altri, sai di essere di nuovo a casa. 

Non c’è più un prima e un dopo, un qui e un altrove: le città parte del mio respiro, ora, sono due. Anche se la osservo con occhi nuovi, quella che mi ha cresciuto resterà sempre il posto che mi ha insegnato a guardare, dandomi le coordinate per orientarmi nel mondo, per riconoscere ciò che scalda, ciò che accoglie. L’altra, che mi ha raccolta mentre cercavo direzioni, continuo a chiamarla casa con la consapevolezza di chi sa che pur non essendo nata lì, ha deciso di restare e di crescere insieme a lei. E in questa doppia appartenenza, fragile e potente, trovi tutta la tua completezza. 

Editorial Staff | chloe.bavaro@studbocconi.it | + posts

A southern Italian girl whose favorite book all throughout her childhood was called “I want to be a journalist” (and deep down, it’s still my favorite to this day).

I’m currently in BEMACC because I’m in love with arts, and the fundamental importance of culture has always been fascinating to me.

I will never turn down the opportunity to write about anything that catches my interest, even though I have a sweet spot for anything culture - related.

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