4 July 2026 – Saturday
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Prima Della Prima Volta

Del “ragazzo di Corso Como” hanno già scritto in tanti, e molto meglio di quanto avrei potuto fare io. Per questo non volevo aggiungere un altro articolo su ciò che gli è successo. Volevo raccontare Davide. Tutti conoscono la prima volta in cui si è parlato di lui. Io volevo raccontare tutte quelle che l’hanno preceduta.

Ricordo esattamente dov’ero quando ho sentito il nome di Davide in televisione per la prima volta. In aula l’avevo sentito tante volte, ma da uno schermo ancora mai. Non lo stavo nemmeno guardando il telegiornale quel giorno. Scorreva in sottofondo mentre cucinavo in fretta durante una pausa pranzo che finisce ancora prima di cominciare. Poi, all’improvviso, sento un nome: Davide Simone Cavallo.

Impossibile.

Dev’essere un altro Davide Simone Cavallo.

Apro Google.

Ancora prima dei risultati della mia ricerca, compare una manciata di parole, una sintesi automatica, efficiente.

Davide Simone Cavallo è uno studente universitario della Bocconi di 22 anni, diventato noto in Italia per una straordinaria storia di perdono e umanità dopo aver subito una violentissima aggressione

Una persona intera compressa in una riga. Di tutta la sua vita, l’algoritmo ha deciso che bastasse questo. Ventidue anni possono davvero essere racchiusi da una sola frase? La leggo una volta, poi una seconda. Resto a fissare lo schermo per qualche attimo.

Continuo a scorrere. Sotto i miei occhi le testate si susseguono come fotogrammi: “Ragazzo Bocconiano accoltellato in Corso Como”; “Studente accoltellato a Milano”; “Aggressione a Davide Simone Cavallo”; “Ridotto in fin di vita per 50 euro”.

E poi lo vedo: il viso di Davide, che mi sorride da una foto allegata ad uno degli innumerevoli articoli. Per un istante non vedo più il servizio. Vedo l’ultima fila a sinistra dell’aula di Fundamentals of Organizations. Vedo lui che canta un motto per il suo team durante il seminario di Behavioral Skills. Vedo il tavolo della mia cucina, proprio quello su cui ero appoggiata mentre scorrevo gli articoli, animato da discussioni di dieci minuti l’una su quale verbo suonasse meglio nelle slides di Global Industries of Imaginaries.

Ognuno dei titoli di quegli articoli aggiunge informazioni, ma nessuno racconta una persona. I giornali non mentono, semplicemente raccontano la parte della storia che può stare in un titolo. 

Chi conosce Davide sa quante cose quei titoli non riescano a contenere. Eppure, una volta usciti dallo schermo, iniziano a vivere di vita propria, entrano nelle conversazioni e nei commenti. E così, senza nemmeno accorgersene, una persona diventa qualcosa di più: un simbolo.

La gente ha bisogno di simboli. Hanno dei contorni più netti rispetto alle persone. Si ricordano meglio. Si raccontano più facilmente.

Ho osservato Davide stringere la mano a decine di persone durante un evento. Alcune volevano semplicemente dirgli grazie, altre cercavano nelle sue parole una conferma, un insegnamento, forse persino una risposta. Lui, invece, continuava ad essere semplicemente Davide. Sorrideva sempre nello stesso modo, genuinamente. Raccontava ciò che gli era successo con una calma disarmante, indipendentemente dal fatto che chi aveva davanti vedesse in lui il volto della resilienza, del perdono o della poca sicurezza di Milano.

Ma un simbolo è sempre una semplificazione, serve a rappresentare qualcosa. Una persona, invece, eccede sempre ciò che simboleggia. Ed è proprio qui che inizia il Davide che conosco io.

“E’ strano pensare che la prima volta in cui si parla di me è perchè sono stato attaccato”.

Quando me l’ha detto, una sera, ho ripensato a quella ricerca su Google. A quella sintesi. Ai titoli e alle fotografie. A tutte le persone che, pronunciando il suo nome, stavano inevitabilmente parlando di quella notte di ottobre.

E dunque eccomi qui, davanti ad un foglio Word, a fare l’unica cosa che, in tutti quei titoli, non avevo ancora trovato. Come si racconta una persona quando il mondo l’ha già trasformata in una storia? Forse, il modo migliore è proprio partire da tutto ciò che quella notte non è riuscita a cancellare. Non raccontando ciò che è successo a Davide, ma raccontando tutto ciò che Davide è, al di là di quella notte.

Prima di essere il ragazzo di Corso Como, era un attore. Mi raccontò che l’unica altra volta in cui il suo volto era comparso in televisione era stato per una performance teatrale. Mi colpì il modo in cui me lo raccontò, come se trovasse paradossale che la stessa telecamera che un tempo lo aveva inquadrato mentre sceglieva chi essere e come mostrarsi sul palco, oggi lo riprendesse per qualcosa che non aveva mai scelto.

Dopo aver letto la sua lettera aperta agli aggressori, gli scrissi che mi aveva commossa. Che l’avevo riletta due volte, che mi era rimasta addosso. Invece di una risposta solenne tanto quanto le sue parole nella lettera, lui mi rispose: “Amo, è il Marte in Cancro”. Sorrisi. Non perché quella risposta potesse sdrammatizzare ciò che aveva scritto. Ma perché, improvvisamente, il ragazzo della lettera e il Davide che conoscevo coincidevano perfettamente.

Aveva visto la mia carta natale una volta sola, un anno prima. Eppure, una cosa così piccola, all’apparenza insignificante, era rimasta impressa nella mia mente. Con il tempo, ho capito che il punto non era la carta natale. Era il modo in cui Davide guardava le persone, ricordando dettagli che altri avrebbero dimenticato facilmente, conservando sfumature che potrebbero sembrare quasi superflue, facendo spazio alla complessità, anche quando sarebbe molto più semplice ridurla ad una definizione.

Credo che Davide abbia sempre avuto questa capacità, di entrare nelle vite delle persone, senza fermarsi alla prima parola con cui avrebbero potuto essere descritte. Non si è fermato davanti all’etichetta dei suoi aggressori, scegliendo di vedere persone dove chiunque altro avrebbe visto soltanto mostri. Non si è fermato nemmeno davanti all’etichetta che il mondo ha scelto per lui. Se c’è una cosa che Davide mi ha insegnato, è proprio che una persona non coincide mai con l’etichetta che le viene cucita addosso.

Per molti è diventato, in momenti diversi, una vittima, un simbolo, il volto del perdono e di mille altre sfaccettature. Lui, invece, ha continuato ostinatamente ad essere Davide, con la forma più rara di coraggio che si possa conoscere, non lasciando che ciò che gli è accaduto decidesse definitivamente chi è.

E, grazie a lui, ora anche io quando leggo un titolo mi chiedo sempre cosa non c’è scritto, chi fosse quella persona prima di diventare la persona di cui tutti parlano. Quale fosse la prima cosa che raccontava quando si presentava, prima che fosse qualcunn altro a raccontarla per lei.

A volte mi capita ancora di cercare il suo nome. La riga è sempre la stessa.

Ma ormai, quando la leggo, nella mia testa dura soltanto un istante, poi sparisce. Al suo posto tornano un’aula universitaria, un tavolo animato da conversazioni su delle slides, un messaggio sul Marte in Cancro. Torna Davide.

Forse è questo il privilegio di conoscere davvero una persona: sapere che nessun algoritmo riuscirà mai a contenerla tutta.

Perché ogni storia, per quanto enorme, arriva sempre dopo una persona.

Editorial Staff | chloe.bavaro@studbocconi.it |  + posts

A southern Italian girl whose favorite book all throughout her childhood was called “I want to be a journalist” (and deep down, it’s still my favorite to this day).

I’m currently in BEMACC because I’m in love with arts, and the fundamental importance of culture has always been fascinating to me.

I will never turn down the opportunity to write about anything that catches my interest, even though I have a sweet spot for anything culture - related.

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