“Ma perché te ne vuoi andare al Nord se vivi nella città più bella del mondo?” “Perché è impossibile essere felici nella città più bella del mondo”
Questa frase me la porto dentro come un tatuaggio invisibile, scritta con l’inchiostro di chi ha amato e odiato la stessa terra con la stessa intensità.
Guardare il film Parthenope durante l’ennesimo viaggio nel treno Milano-Napoli, sospesa fra binari e pensieri, dovrebbe essere classificato come tortura: è come sfogliare ad alta voce pagine di un diario mai scritto, dove ogni dialogo è un nodo alla gola; ti restituisce quella sensazione viscerale di appartenere a qualcosa che a sua volta pretende di appartenerti.
Tutti coloro che hanno voltato pagina, lasciandosi dietro ciò che era, conoscono quella sensazione di qualcosa che ti graffia la voce e ti stringe lo stomaco, quella maledetta nostalgia: la consapevolezza che siamo fatti di tutti i luoghi che abbiamo abitato e che ci hanno abitato a loro volta.
Ora dal treno si scorge una montagna che si erge maestosa nel buio e d’un tratto completa serenità: sei a casa, ma lo sei davvero?
Napoli vive in me come un fiume sotterraneo, che riemerge quando meno me lo aspetto: in una canzone, una parola, nel mare. In quel modo così terrone di vivere la vita come un’opera lirica dove i sentimenti non conoscono mezze misure, dove tutto è amplificato ed esuberante. È una città che ti plasma, ti resta cucita dentro anche se provi a scappare: ora a Milano, poi in Erasmus e poi chissà.

Milano mi ha accolto due anni fa con tutta la sua frenesia e la sua nebbia silenziosa. Mi ha mostrato che il frastuono costante, le voci echeggianti trai vicoli nascosti, gli schizzi del mare agitato in faccia, le erbacce lasciate ribelli nei ciottoli, sono solo state di passaggio. Ho scoperto l’efficienza, l’ordine nelle metropolitane e adesso sulle strisce pedonali non sono la sola ad attraversare; eppure, sembra sempre che a quell’aria manchi ossigeno. Familiare vero?
Malgrado tutto, continuiamo ad andare via.
Ogni volta che saliamo su quel treno, quell’aereo con la valigia piena di malinconia e vestiti stropicciati ci si illude che sarà più facile, che stavolta non si sentirà quel morso allo stomaco, quella lama che taglia dentro appena si vede il mare sfocarsi. Eppure, non è mai così.
Napoli è questo: tutto ti da e tutto ti toglie; ti fa sentire a casa, ma straniero. Il suo mare ti accoglie, ma la corrente è troppo forte, non riuscirai mai a risalire. Sei costretto a galleggiarci, a nuotarci rischiando che ti affoghi. Resterai sempre napoletano perché tu le appartieni.

Ci ho messo anni a capirlo: non puoi mai lasciarla davvero, la tua città. Puoi, però, imparare ad accoglierla dentro di te, a camminarci accanto. La porti dentro come una lingua madre che non parli tutti i giorni, ma che ritorna sempre con spontaneità e naturalezza. La nostalgia non è un peso, ma radice; un filo che ti tiene intero mentre il mondo ti spinge a cambiare, ciò che riesce a ricordarti quanta strada hai fatto.
Sei casa, lontano da casa. Ad un certo punto si tratta di accettare non da dove vieni, ma ciò che sei potuto diventare grazie a quei luoghi. Casa è il mare che ti porti dentro e che assapori anche quando vivi fra i monti.
Adesso sento il treno arrivare allo scalo di Napoli Centrale, ma forse ci ero già. Forse ci sono sempre stata. Forse Napoli non è solo una città: ma uno specchio in cui riconosco chi sono, anche quando sono altrove.
Godiamoci il viaggio, con tutta la sua nostalgia.
Perché forse, in fondo, il vero viaggio è imparare a portarla con noi, la nostra città, sempre.
I am Giulia, currently enrolled in the second year of International politics and government (BIG) and a politics and history enthusiast. I see writing as window that brings clarity to our complex world: a bridge between thoughts and reality.
