di Alessandro Mazza e Chiara Corbella
Ogni società si racconta attraverso ciò che celebra; più raramente accetta di riconoscersi in ciò che abbandona. Da questa frattura nasce Tutti morimmo a stento, il primo concept album di De André pubblicato nel 1968 e concepito nella forma di Cantata in si minore per solo, coro e orchestra. L’opera reca un’ambizione liturgica più che discografica, configurandosi in una cantata nera con finestre aperte sul mondo, attraverso le quali l’ascoltatore è costretto a confrontarsi con una cupa, ma lucidissima, riflessione sull’emarginazione sociale e sulla responsabilità collettiva che ne deriva. Affacciarsi a guardare è penoso, poiché mostra un lato del tessuto sociale che si tende a nascondere, non solo perché giudicato, ma perché memento di una morale ipocrita e di un progresso incapace di salvare tutti. Dunque, per De André l’esclusione degli ultimi assume la forma di cecità collettiva: l’occhio contemporaneo, saturo di dolore, ormai confonde la solitudine con l’abitudine, l’estromissione con la statistica, la sofferenza con il contenuto. Per questo motivo, la figura dell’ultimo nell’album viene liberata da compassioni paternalistiche e protetta da spettacolarizzazione emotiva, per evitare di ridurla a semplice categoria attraverso semplificazione morale. Al contrario, con un atto quasi anti-bourdieusiano, la restituisce nella sua complessità e umanità: il drogato diventa un uomo desideroso di fuggire alla sofferenza, mentre il criminale si dilania tra colpa e desiderio di misericordia. Dunque, la poetica di De Andrè nasce dal rifiuto di identificare un essere umano con i suoi errori o le sue condizioni, spostando la critica verso una società ormai incapace di riconoscere sé stessa, anestetizzata da apatia e ipocrisia. L’obbiettivo dell’opera diventa così rieducare la percezione umana attraverso una disciplina dello sguardo, affinché l’ascoltatore possa essere soggetto di un dialogo con gli emarginati ed estendere il concetto di civiltà umana anche al suo lato più buio. Con un eco dalla filosofia di Emmanuel Levinas, riconoscere il volto e la soggettività del prossimo impone responsabilità, dato che permette di percepire entrambe la vicinanza e la distanza tra due individui. Quando una categoria diventa voce, volto, storia, induce in chi guarda l’incapacità di rimanere innocente, interrompendo la suatranquillità morale. Questo intimo atto si contrappone alla spettacolarizzazione della sofferenza, che viene esposta ma molto spesso svuotata.
La frattura tra ciò con cui la società si identifica e ciò che invece vuole nascondere assume persino una connotazione geografica all’interno di La città vecchia. In tale margine urbano, nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ladri, prostituite, ubriachi e poveri pervadono i vicoli, mentre la rispettabilità borghese non si presenta, se non con un dito puntato. Nonostante ciò, è proprio in questi luoghi esclusi dalla morale ufficiale che l’umanità assume una forma di autenticità apparentemente perduta altrove. Senza cadere in un’idealizzazione della miseria, De Andrè dimostra, ancora una volta, che ciascun essere umano, indipendentemente dalle sue condizioni o scelte, è figlio di questo mondo; dunque, l’esistenza di una periferia umana diventa contraddittoria, frutto di una costruzione imborghesita e incapace di vedere oltre il peccato. Questo concetto viene ripreso particolarmente in Via del campo,dove l’autore attua un completo rovesciamenti del giudizio morale sulla figura della prostituta. La donna, tradizionalmente incarnazione di trasgressione dalla morale della purezza, assume connotati quasi evangelici; la prostituta diventa dunque simbolo di graziosità e innocenza, e fonte di un amore sacrale capace di avvicinare il paradiso alla più concreta caratterizzazione umana.
La poetica di De Andrè assume dunque un’essenza anti-gerarchica, in cui ha posizione centrale il rifiuto di identificare il valore umano con lo status sociale o la conformità alla morale prevalente. Senza ridursi ad un’etichetta politica precisa, l’autore rimane critico delle istituzioni quando macchine di punizione o esclusione. La Ballata degli impiccati apre una riflessione critica sulla giustizia punitiva, interrogando l’ascoltatore sul vero obbiettivo di una società vessatoria: se giustizia o afflizione, riparazione o condanna collettiva. L’impiccagione diventa simbolo di una società che si purifica eliminando fisicamente il peccato, riflesso di una comunità che emargina e nasconde gli errori invece di comprenderne l’umanità. Ed è così che gli ultimi, ignorati e soli, vengono condannati categoricamente e si dirigono verso la morte fisica o sociale recitando l’antico credo di chi muore senza perdono. L’umanesimo anarchico di De Andrè incarna dunque un’attenzione radicale alla dignità individuale, attraverso una politica di lucida pietà capace di riconoscere umanità dove altri vedono solo vergogna.
La costante attenzione di De André verso gli ultimi della società, tuttavia, non rimase confinata alla lettura politica e sociale del fenomeno, bensì ruppe argini che permisero un’interpretazione ulteriore del suo pensiero.
All’alba degli anni Settanta, Faber pubblica il suo secondo concept album: La Buona Novella. Dopo Tutti morimmo a stento del 1967, dove De André aveva già messo ampiamente allo scoperto la sua irriverente attenzione a categorie di persone tendenzialmente emarginate, questa volta tenta un passo ancora più lungo. Non a caso, l’album La Buona Novella è ispirato ai racconti dei Vangeli Apocrifi: esclusi dal canone ufficiale della Bibbia[1], per quanto spesso diversi tra loro, presentano talvolta più umanizzante rispetto al resto della “produzione evangelica”. De André, dunque, fa irruzione nell’immaginario biblico e fa riferimento al concetto di umanizzazione dei personaggi[2]. Ispirandosi prevalentemente al Protovangelo di Giacomo e al Vangelo dello Pseudo-Matteo[3],
racconta la storia biblica dall’infanzia di Maria fino alla crocifissione di Gesù.
Soprattutto, è interessante notare come l’album presenti più di una lettura interpretativa. Quanto appare evidente dalla lista delle tracce, è proprio l’intenzione di umanizzare le figure religiose e Cristo stesso. Il disco si apre con Laudate Dominem e si chiude con Laudate Hominem, brani composti in maniera molto simile tra loro, dove il secondo dei due presenta una struttura ampliata e un testo eloquente.
Non voglio pensarti figlio di Dio
Ma figlio dell’uomo
Fratello anche mio
Sulla base di questa affermazione, si può dare una rilettura a ritroso anche al resto del disco.
Di pari passo, La Buona Novella rivolge la propria lettura anche a personaggi secondari che appaiono nelle narrazioni bibliche. Un episodio-chiave sotto questo punto di vista è l’esecuzione dei due ladroni, Tito e Dimaco, insieme a Gesù. Proprio intorno a questa parte dell’album, inizia a trasparire in maniera sempre più evidente il pensiero “tipico” di De André. In ordine, la sua attenzione sociale verso gli ultimi ed emarginati è manifesta nel brano Tre Madri. Le suddette sono le madri delle tre persone destinate a essere crocifisse, con la consapevolezza di non essere nella medesima situazione: se Maria è madre del figlio di Dio, destinato a risorgere, Tito e Dimaco hanno la certezza di non tornare alla vita. Per questa ragione, le madri dei due ladroni sostengono di poter nutrire maggiore tristezza. È in casi come questo che emerge la volontà di dare un volto più umano dei vari soggetti presenti: non solo si dà spazio ai due ladroni crocifissi, ma anche alla sofferenza di chi piange l’esecuzione di due criminali condannati.
Con troppe lacrime piangi Maria
Solo l’immagine d’un’agonia
Sai che alla vita nel terzo giorno
Il figlio tuo farà ritorno
Lascia noi piangere un po’ più forte
Chi non risorgerà più dalla morte
L’ultimo paragrafo del testo riporta la risposta di Maria alle altre due madri, in cui spiega le ragioni del suo dolore. Eloquenti sono le due frasi della canzone: “Non fossi stato figlio di Dio/T’avrei ancora per figlio mio”.
Nella traccia che precede Tre madri, ovvero Via della croce, fa capolino per la prima volta il De André più politico. Sebbene sia già presente qualche velata critica all’autorità religiosa del tempo nei brani precedenti, è qui che i riferimenti al potere si fanno chiari ed espliciti.
Il potere vestito d’umana sembianza
Ormai ti considera morto abbastanza
E già volge lo sguardo a spiar le intenzioni
Degli umili, degli straccioni
Il fulcro delle critiche all’ordine costituito, però, è il penultimo brano dell’album: Il Testamento di Tito. Il buon ladrone[4] prende la parola e inizia ad analizzare, quasi a confutare, pressoché ciascun punto dei dieci comandamenti.
Questo brano è stato apprezzato molto dal pubblico, rappresentando probabilmente la traccia più conosciuta de La Buona Novella[5], nonché dallo stesso De André. La visione del ladrone mette in mostra i punti di debolezza dei dieci comandamenti, dichiarando di non essere riuscito a rispettarli. Questo brano è stato apprezzato molto dal pubblico, rappresentando probabilmente la traccia più conosciuta de La Buona Novella[1], nonché dallo stesso De André. La visione del ladrone mette in mostra i punti di debolezza dei dieci comandamenti, dichiarando di non essere riuscito a rispettarli.
Tuttavia, c’è da dire che nel testo della canzone il ladrone Tito dà dimostrazione di un percorso di maturazione personale, quasi una forma di redenzione.
Io nel vedere quest’uomo che muore
Madre, io provo dolore
Nella pietà che non cede al rancore
Madre, ho imparato l’amore
Non a caso, Tito riesce a provare amore anche in un contesto di morte certa, per sé e per gli altri due condannati. Non c’è da dimenticare, in questo senso, che nell’immaginario biblico la figura del buon ladrone è quella che, in procinto di morte e con sincero pentimento, riesce a ottenere il perdono di Gesù e l’accesso al Paradiso[2].
In ottica metaforica, la disamina delle leggi divine da parte di Tito può essere vista come un’ulteriore critica al potere costituito, in questo caso di fatto nella sua interezza: De André non attacca solo l’aspetto prettamente politico-istituzionale, ma anche quello morale[3]. Ancora una volta, come detto sopra, il fatto che il cantautore dia questo diritto di parola a un ladrone condannato a morte, dunque a una figura rappresentativa dei margini della società, dà manifesta dimostrazione dell’attenzione che De André ha sempre riservato agli ultimi della scala sociale.
Forse il lascito più profondo di De Andrè sta proprio nel non salvare gli ultimi dalla cruda realtà; siamo noi, semmai, a essere messi alla prova dalla loro esistenza. E se ancora oggi la loro voce ci riguarda, è perché ci ricorda che l’umanità comincia esattamente dove finisce la comodità del nostro sguardo. Per questo Tutti morimmo a stento e La buona novella restano album necessari, finché il presente non imparerà ad ascoltarli.
Questo articolo è stato scritto in collaborazione con L’Eclisse. Potete leggere altro a questo link.
[1] https://genius.com/Fabrizio-de-andre-il-testamento-di-tito-lyrics
[2] Ivi
[3] https://tg24.sky.it/spettacolo/musica/2020/11/20/50-anni-fa-il-testamento-di-tito
[1] https://www.ilpensieromediterraneo.it/i-vangeli-apocrifi-perche-apocrifi/
[2] Luigi Viva, Non per un dio ma nemmeno per gioco. Vita di Fabrizio De André, Feltrinelli Editore, 2016, pag. 150
[3] https://www.filodiritto.com/vangeli-apocrifi-echi-nascosti-nellarte-e-nella-cultura
[4] https://www.treccani.it/enciclopedia/santo-disma/
[5] https://genius.com/Fabrizio-de-andre-il-testamento-di-tito-lyrics
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