Di Luigi Capoani, docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT) e Luigi Marsero, analista dell’European Youth Think Tank.
Come European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione non profit che riunisce giovani ricercatori, ci interessiamo non solo alle trasformazioni economiche e tecnologiche del nostro tempo, ma anche ai fattori culturali che contribuiscono alla qualità della vita e allo sviluppo delle comunità. Ne discutiamo con Luigi Capoani, economista, ricercatore e presidente dell’European Youth Think Tank e con Luigi Marsero, analista dell’associazione.
Quando si parla di arte, l’attenzione tende spesso a concentrarsi sul valore di mercato delle opere e sulla dimensione privata del collezionismo. Questa prospettiva si è consolidata nel tempo, sostenuta dal ruolo crescente di gallerie, case d’asta e fiere nel guidare la domanda e nel rispondere alle esigenze degli acquirenti. Oggi, tuttavia, è opportuno recuperare una concezione diversa dell’arte: non soltanto investimento o strumento di diversificazione del portafoglio, ma anche come patrimonio condiviso e fonte di valore collettivo.
Monumenti, musei, piazze e teatri rappresentano un esempio evidente di come l’espressione artistica svolga una funzione pubblica e contribuisca a definire l’identità di un territorio. Questi luoghi non appartengono soltanto a chi li ha realizzati o finanziati, ma all’intera collettività, che ne beneficia ogni giorno.
Questa concezione dell’arte non è il risultato di una sensibilità recente. Al contrario, affonda le proprie radici nell’antichità, quando Greci e Romani avevano già compreso il ruolo che la bellezza e le opere monumentali potevano svolgere nella vita della comunità. Teatri, anfiteatri, terme, templi, acquedotti e monumenti non erano soltanto infrastrutture funzionali ma espressioni della cultura e dei valori della civitas. Ancora oggi molte delle città europee più ammirate al mondo devono la propria attrattività proprio a questa eredità. Passeggiare per Roma, Firenze, Venezia, Atene o Parigi significa immergersi in un paesaggio culturale costruito nel corso dei secoli.
L’Italia, in particolare, rappresenta uno degli esempi più significativi di questa tradizione e il suo patrimonio costituisce oggi come in passato una risorsa economica e sociale di grande valore. Non è un caso che il Bel Paese continui a essere una delle principali destinazioni turistiche al mondo: secondo i dati del Ministero del Turismo, nell’estate 2025 l’Italia si è confermata tra le mete più competitive d’Europa, registrando oltre 16 milioni di arrivi e 59 milioni di presenze.
Tuttavia, ridurre il valore della bellezza alla sola capacità di attrarre visitatori sarebbe limitante. La qualità estetica degli spazi in cui viviamo contribuisce infatti a rafforzare il senso di appartenenza e migliora la percezione della qualità della vita.
Le periferie e la scomparsa della dimensione estetica
Proprio qui emerge una delle principali criticità delle città contemporanee: mentre molti centri storici europei conservano ancora una forte identità artistica e monumentale, numerose periferie nate nel secondo dopoguerra appaiono caratterizzate da una limitata attenzione alla dimensione estetica e simbolica degli spazi pubblici. Manca spesso una riflessione su come introdurre nuova arte pubblica, nuovi monumenti, piazze e spazi culturali in aree che ne sono prive. Sebbene esistano numerosi programmi di riqualificazione urbana, più raramente si incontrano politiche pubbliche orientate alla valorizzazione estetica delle periferie.
Se da un lato molte aree soffrono ancora per la mancanza di investimenti capaci di rafforzarne l’identità, dall’altro esistono casi in cui la riqualificazione segue logiche prevalentemente speculative, dando origine a fenomeni di gentrificazione. Si tratta di un processo di trasformazione urbana in cui un quartiere popolare o degradato viene rinnovato e valorizzato, determinando però un progressivo ricambio della popolazione residente e la sostituzione degli abitanti meno abbienti con fasce sociali più agiate.
La gentrificazione non solo erode il tessuto sociale, ma rischia anche di spersonalizzare intere aree della città, al punto da renderle irriconoscibili a chi le aveva vissute per anni. Se consideriamo Milano, quartieri come Navigli, Isola, Porta Nuova, Bicocca e CityLife rappresentano esempi emblematici di questo fenomeno. Gli ingenti investimenti concentrati in alcune aree della città hanno contribuito a uno sviluppo urbano disomogeneo e ad accrescere determinate forme di disagio sociale.
In un tessuto urbano in cui ricchezza e marginalità tendono a concentrarsi in aree distinte, le disuguaglianze diventano particolarmente visibili, creando una netta separazione tra chi ha accesso alle opportunità e chi invece ne rimane escluso. Questa situazione alimenta un diffuso senso di ingiustizia e, soprattutto tra i più giovani, può contribuire a forme di disagio che favoriscono fenomeni come la microcriminalità e le baby gang.
Oggi più che mai emerge la necessità di recuperare una concezione dell’arte capace di incidere concretamente sullo spazio urbano e sulla vita delle comunità. Se da un lato, molte aree continuano a soffrire di una cronica carenza di investimenti e dall’altro, alcuni processi di riqualificazione finiscono per essere guidati dalla rendita immobiliare, tra questi due estremi esiste una terza strada. L’arte può contribuire a rendere una città più vivibile senza trasformarla in un prodotto finanziario. Può generare appartenenza senza escludere chi già abita un territorio. Può creare nuovi punti di riferimento per i cittadini senza cancellare la memoria dei luoghi.
In questa prospettiva, il ruolo delle istituzioni pubbliche diventa fondamentale. Giulio Carlo Argan (1909-1992), politico italiano tra i maggiori critici d’arte del Novecento, sosteneva che il patrimonio culturale non dovesse essere considerato come un insieme di beni da conservare, né tantomeno come una questione subordinata agli interessi della proprietà privata, ma come una risorsa di interesse collettivo la cui tutela e valorizzazione dovessero essere una responsabilità primaria dello Stato.
Ripensare l’arte in questa prospettiva significa considerarla non soltanto come un bene privato o un investimento, ma come uno strumento capace di migliorare la qualità dello spazio urbano e rafforzare il legame tra cittadini e territorio.
Come European Youth Think Tank riteniamo che questa prospettiva debba essere riscoperta e riportata al centro del dibattito pubblico. L’arte non è un residuo del passato ma una risorsa per il futuro. Se vogliamo città più inclusive e più capaci di generare benessere, dovremo tornare a considerare il bello non come un privilegio per pochi, ma come un bene comune accessibile a tutti.

Autori
Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato inoltre docente di Macroeconomia presso l’Università di Salerno e l’Università di Verona Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con l’Università di Birmingham.
È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno dell’EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e iniziative scientifiche dedicate all’innovazione, alla collaborazione internazionale e alla valorizzazione dei giovani studiosi.
Luigi Marsero è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT) e si occupa di mercati finanziari, finanziamento dell’innovazione e politiche per la competitività. I suoi interessi di ricerca includono inoltre l’economia della cultura, mercato dell’arte e impatto della valorizzazione del patrimonio artistico sullo sviluppo e sull’attrattività dei territori.
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