Chiudete gli occhi, immaginate un organo da più di 3700 tubi suonare Toccata e fuga in Re Minore di Johann Sebastian Bach; nel caso in cui non foste familiari con quella sensazione, sappiate che pavimento e pareti vibrano all’unisono sulle note del “re degli strumenti musicali”, ed è esattamente così che il Palau de la Música Catalana ha deciso di accogliermi.
L’opera non è semplicemente un Palau, ovvero un Teatro, ma una dichiarazione d’amore: alla musica ovviamente, ma anche ad un popolo che, all’alba del Novecento, scelse di raccontarsi in una sala da concerto fatta di luce, canto e arti applicate.

Il Teatro, capolavoro del Modernismo catalano, venne progettato da Lluís Domènech i Montaner -architetto de l’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau- per l’Orfeó Català, società corale fondata nel 1891, da cui il Palau è gestito; inoltre, quest’ultimo è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco nel 1997.
Dato il momento storico-culturale in cui l’edificio è stato costruito, lo stile è naturalmente liberty: caratterizzato da motivi floreali, linee sinuose d’ispirazione naturalistica, pareti e colonne ornate con ricchi mosaici, vetro e ceramica.
Se, per davvero, l’eccezione confermasse la regola, sicuramente in questo caso potremmo permetterci di giudicare il libro dalla copertina: la bellissima facciata esterna lascia infatti intuire e immaginare la bellezza mozzafiato che si cela fra le mura del teatro. C’è da dire, però, che, come tutte le cose belle, godersela nella sua interezza o scattare una bella foto è estremamente difficile, in quanto, per via della sua posizione, la facciata è parzialmente oscurata dagli edifici circostanti. Tuttavia, il suo fascino è percepibile dal secondo spazio che si può visitare: il colonnato.
Procedendo con ordine, osservando la facciata la prima peculiarità che salta all’occhio è un gruppo scultoreo presente all’angolo, denominato la “Canzone Popolare Catalana”, dove troviamo Sant Jordi che, vincendo contro il drago, salvò il popolo e la principessa. La leggenda è importantissima per il popolo catalano, ed essa predomina anche nell’intera facciata di Casa Batlló, uno dei capolavori del rinomato architetto Antoni Gaudí.

Proseguendo con l’analisi della facciata, alzando lo sguardo al di sopra del portone d’ingresso, invece, troviamo un doppio colonnato dai motivi floreali, stile che persiste in ogni piccolo dettaglio del Teatro; non è un caso, infatti, che quest’ultimo detenga anche il nome di “Palazzo dei Fiori” e “Giardino di Pietra”, considerando il fatto che è adornato da più di 2000 fiori diversi.


Attraversando la stanza dedicata ad uno dei fondatori, Lluís Millet, si entra nella bellissima ed ineguagliabile sala concerti, dove indubbiamente ciò che ruba la scena e lo sguardo è il lucernario, capace di trasformare l’intero auditorium in una “scatola magica” di luce.


Realizzato dall’artista vetraio Antoni Rigalt i Blanch, il lucernario è una cupola rovesciata in vetro colorato che tocca i 60 metri quadrati, estensione resa possibile dallo scheletro metallico, il quale ha permesso di eliminare le spesse pareti portanti e di inserire superfici di vetro così ampie.
La cupola rovesciata è stata progettata per rappresentare il Sole: non a caso, il centro del lucernario è di un intenso giallo dorato, che poi sfuma in colorazioni di azzurro e bianco, evocando quindi il cielo e la luce del giorno. Inoltre, la sua forma crea l’illusione che la fonte di luce entri fisicamente nella sala, illuminandola anche nei giorni più bui.
Come si può immaginare, il lucernario rappresenta una vera e propria rivoluzione architettonica per l’inizio del Novecento: il Palau de la Musica Catalana è stato il primo auditorium al mondo, e per molto tempo l’unico, a poter essere interamente illuminato in maniera naturale dalla luce del sole durante i concerti diurni.

L’incredibile bellezza del lucernario non è però ciò che mi ha colpito più nel profondo, poiché la particolarità più sorprendente resta la storia del Teatro. Proprio sul lucernario, infatti, si possono notare 40 volti di figure femminili che circondano il “Sole”.
La scelta artistica è strettamente collegata alla storia del Palau, infatti dal 1896, a soli 5 anni dalla fondazione della società corale, l’Orfeó Català ruppe con la tradizione, introducendo una sezione femminile.
Fu questa la vera avanguardia, in quanto fu una delle prime società corali in Spagna e nel mondo a promuovere un coro misto, permettendo alle donne di partecipare in prima persona alla vita culturale della città, in un’epoca in cui l’accoglienza sui grandi palcoscenici non era concessa.
L’Orfeó Català però, non giocò solo un ruolo di uguaglianza sociale in materia di genere, ma anche di classi sociali. Infatti, a differenza del resto dei grandi teatri europei dell’epoca, la costruzione e fondazione del Palau non sono avvenute per via di finanziamenti da parte dei monarchi o dello Stato; bensì, l’associazione corale stessa commissionò l’opera, e il finanziamento arrivò esclusivamente dal popolo: sia dalla ricca borghesia catalana sia dai comuni cittadini, i quali contribuirono con piccole donazioni.
Di fatto il Palau de la Musica Catalana fu l’unico auditorium costruito “dal popolo per il popolo”, contrapponendosi alla fortissima disuguaglianza sociale presente all’epoca in tutta Europa, compresa nella vicina Madrid, e diventando così un simbolo dell’identità Catalana.

Quindi, la prossima volta che vi troverete vagando per Barcellona, non limitate il vostro giro solo alle Case e alle opere più rinomate: prendete la Linea 1 della metropolitana con destinazione Urquinaona e godetevi una passeggiata in questo meraviglioso “giardino”. Perdetevi fra i fiori e fra le note di Bach, Beethoven e di tutti gli altri artisti che si sono sentiti ispirati dal suonare in questo Teatro.
Godetevi la sensazione di farvi rubare il fiato dall’ennesimo capolavoro che questa città ha da offrire.
I am Giulia, currently enrolled in the second year of International politics and government (BIG) and a politics and history enthusiast. I see writing as window that brings clarity to our complex world: a bridge between thoughts and reality.
