Seduto in un piccolo bar, nel pieno centro di Buenos Aires, aspettavo che il mio compagno di viaggio scendesse dal suo appartamento, al 1220 di Calle Uruguay. Sorseggiavo pigramente una Coca Zero ghiacciata, incuriosito da uno strano rito che andava in scena dall’altra parte del locale. Quattro uomini anziani giocavano a carte in silenzio, muovendo sul tavolo le mani come se manovrassero immaginari pile di fiches da casinò. Tra una mano e la successiva, i giocatori si fermavano per qualche istante, mentre il perdente raccontava a tutti qualcosa, prima di far ripiombare il silenzio sul gruppo. L’intuizione del mio scarso castellano fu poi confermata da Gabbo al suo arrivo: erano dei noti giocatori d’azzardo, uomini che avevano perso tutto nella vita, cercando gloria e fortuna tra gli assi del mazzo. Ora, dopo anni di mani sfortunate e rimpianti, non gli rimanevano che i ricordi da scommettere, in quella partita infinita che è la loro vecchiaia. La trovai una ottima metafora per l’Argentina.
Sorvolando l’Oceano Atlantico, scuro e intenso sulle mappe di navigazione, mi ritrovavo a meditare da solo su quello che stavo facendo. Quella riflessione oscura e silenziosa che solo un volo intercontinentale di diverse ore riesce a garantire. Dietro di me c’era quell’esame di Public Economics che non avevo trovato le forze di dare, nel marasma di inizio dicembre e di fine semestre. La sensazione di ritardo che ti attanaglia vedendo tutti i tuoi amici uscire dall’aula, soddisfatti o meno, ti rimane anche a quarantamila piedi di altitudine. Davanti a me c’era però un sogno, concepito quasi inconsciamente in una notte di ottobre: prendere lo zaino grigio, pieno di mutande e speranze, e andare dall’altra parte del mondo, in Argentina, dove mi aspettava Gabri. Andavo alla ricerca di qualche preziosa storia da raccontare, qualche nuova bugia da impreziosire, tra i colori della Cordigliera Andina e le sabbie dell’altopiano.
Delle molte leggende e memorie che porto nel cuore da quei dieci giorni di distacco argentino, nessuna vale la pena di essere raccontata come quella giornata passata all’Hornocal e sulla strada grigia fino a Tres Cruces. Non perché questa sia la più impressionante delle storie, né tanto meno la più epica o divertente: se stessi cercando questo ci sarebbero le ore passate su e giù per le strade di Buenos Aires alla ricerca di magliette di calcio contraffatte, o la devastante paura di rimanere bloccati nella sabbia, tra Cachi e Cafayate, quando fummo salvati solo da un santo senza nome, il cui volto ho già dimenticato. Parlo del 18 dicembre per la sua perfetta semplicità, quella sensazione di pienezza che si vive non nei momenti intensi e ansiogeni, ma in quelli calmi e pensati, quando la vita sembra rallentare e assume un volto gentile e innocuo, come davanti ad una immensa formazione rocciosa dai colori speciali.
Ma perché l’Argentina, per questo mio primo viaggio da vero esploratore solitario o quasi? La risposta più semplice a questa domanda è ovviamente il mio compagno: Gabri aveva passato a Buenos Aires gli ultimi sei mesi della sua vita, fuggendo in exchange dalle fredde pendici alpine di San Gallo. Una risposta più profonda è però che l’Argentina è un luogo che mi affascina come pochi altri al mondo. Un paese sconfinato, dalle risorse naturali vaste e raggiungibili, unito ad un influsso di immigrati europei (e soprattutto italiani) come in nessun altro paese dell’America Latina. Sono allo stesso tempo una sorta di Stati Uniti falliti e una specie di Italia trapiantata nel nuovo mondo, un mix culturale e politico che fa riflettere come nessun altro sul passato e sul futuro del mondo occidentale. E poi c’è quella poesia, quell’inesplicabile poesia che si respira in Argentina, terra di calciatori e di scrittori, due ruoli che spesso coincidono nelle stesse persone. Da amante del Fútbol e della letteratura, non si può non esserne affascinati.
Quella mattina di inizio estate australe ci eravamo svegliati all’hotel Paseo de los Colorados, nel villaggio piccolo e pittoresco di Purmamarca. Quattro strade polverose attorno ad una dolce piazzetta, dove la chiesa del paese faceva compagnia ai negozi di souvenir colorati e ai baretti rustici. Il Cierro de los Siete Colores, l’imponente massiccio di roccia che dominava l’abitato, ci osservava mentre caricavamo la macchina e ci preparavamo a partire verso Nord, dopo una breve colazione. Iniziammo a risalire la valle di Humahuaca fino all’omonima cittadina, passando per Tilcara e Maimarà, sulla Ruta Nacional 9. Lungo il percorso l’aria riscaldata dal sole all’interno del nostro 4×4 si riempiva con una colonna sonora particolare: i cori delle squadre di calcio argentine, arrangiati alla chitarra e cantati dalla sofferente voce di Pino Versiona.
Subito dopo Humahuaca la strada si divideva, facendoci uscire dalla Ruta 9 per accompagnarci su un tratto sterrato e ripido: con il nostro pick up bianco salivamo sulle montagne e verso le nuvole, che quel giorno coprivano gran parte del cielo. Tornante dopo tornante la pista si restringeva, costringendomi a stringere sempre più forte il volante e procedere con la massima cautela. Anche la macchina più adatta può fare molta fatica sulle strade andine. Alla fine, dopo oltre un’ora di salita, arrivammo allo spiazzo panoramico che cercavamo. L’Hornocal, anche noto come il Cierro de los Catorce Colores, si stagliava all’orizzonte, dietro un basso muretto su cui sedersi ad ammirare.

Mentre camminavamo verso il punto più vicino alla montagna, dove il dirupo diventava troppo ripido per continuare oltre, l’altitudine si faceva sentire sui nostri polmoni: l’aria rarefatta ad oltre quattromila metri non è la condizione migliore per una passeggiata piacevole, soprattutto se su un sentiero scosceso e sabbioso. Provato fisicamente, mi fermai per diversi minuti nel bel mezzo dell’ultima salita, con le mani sui fianchi e la lingua di fuori, a contemplare il luogo in cui mi trovavo, mentre il mio ben più atletico compare mi prendeva in giro da più in alto. La massiccia montagna si elevava davanti a noi, composta da decine di costoni rocciosi colorati. Più si saliva verso la cima, più il colore cambiava velocemente, dal marrone intenso della base fino al rosso scarlatto, passando per verde, giallo e altre mille sfumature rossastre. Qualche raggio di sole, penetrando nella sottile coltre di nubi, ravvivava i toni del panorama, come se fosse venuto apposta per noi, fin da centocinquanta milioni di chilometri.
Seduti su quel muretto di pietre secche, davanti a quella vista, io e Gabri osservavamo il mondo con gli occhi di chi ha trovato qualcosa che vale la pena guardare. Rimanemmo immobili per oltre mezz’ora, sorseggiando la poca acqua rimasta e sgranocchiando una tortilla jamon y queso. Un pensiero alla volta provavo a rimettere in fila quello che stavo vedendo, a dir la verità già pensando a come poterlo raccontare con parole degne: non è certo facile descrivere uno spettacolo del genere con semplici segni su un foglio bianco. Stanchi e soddisfatti ci rimettemmo in moto, consapevoli che rimanere fermi a lungo davanti ad una singola immagine non si può e, forse, non si deve, nemmeno per la più bella del mondo. E così, senza nemmeno salutare, lasciammo l’Hornocal ai suoi pensieri e ai suoi sogni, sperando di aver catturato anche solo un pizzico della magia che riempiva l’aria rarefatta.
Tornando verso valle, scendendo di oltre mille metri, ripassammo per la cittadina di Humahuaca, dove la strada si ricongiungeva con la Ruta 9, che da lì prosegue incontrastata nella sua corsa verso Nord, mentre le strette pareti si aprono in un più ampio altopiano. Attraversammo gli ultimi canyon rossi, scavati da fiumi secchi, verso il confine boliviano, a qualche ora di macchina di distanza. Mentre il tempo scorreva piano, sulla striscia di asfalto uniforme e infinito, io e Gabbo iniziammo a parlare. Non mi ricordo precisamente quale fosse l’argomento e, anche ricordandolo, non lo divulgherei certo così facilmente: i segreti di un uomo, o di due uomini, sui vent’anni sono estremamente preziosi. Erano anni che non parlavamo in quel modo, forse non lo avevamo mai fatto in realtà. I nostri pensieri transoceanici, divisi tra l’Italia, il Giappone e la strada per la Bolivia, si prendevano vita nell’aria del pomeriggio, entrata a forza attraverso i finestrini. Un giorno importante, vi dicevo all’inizio.

Senza fretta arrivammo a Tres Cruces, la tappa più settentrionale del nostro viaggio e il punto dove avremmo girato le ruote, per tornare a casa. Sia chiaro, un punto casuale, scelto a caso sulla mappa perché il nome ci sembrava interessante. Ma si sa, a volte sono i posti meno segnalati ad essere i più significativi. Questo sperduto paesino costeggia infatti una delle formazioni di roccia più incredibili che io abbia mai visto, per colore e forma. Le Ondas, che chiamerò così in assenza di un nome ufficiale, sono delle strane colline, costeggiate da una stretta strada sterrata. Per una qualche strana follia naturale, qui la montagna ha preso ispirazione dalle onde dell’oceano e le linee colorate assumono una traiettoria ondulata. Da lontano si ha l’impressione che si muovano al ritmo della musica. Ci fermammo con la nostra Nissan a bordo pista, per far spazio al quasi inesistente traffico di Tres Cruces. Un altro luogo meraviglioso: forse meno appariscente dell’Hornocal, ma la sorpresa di averlo trovato da soli lo rendeva un luogo speciale, alla fine della nostra strada verso la Bolivia.
Rientrammo dunque verso Purmamarca, ripercorrendo in senso opposto la Ruta 9, attraverso le stesse valli spettacolari di qualche ora prima e il Tropico del Capricorno, che passa impercettibile sopra queste terre. Non posso nascondere che, già da quel momento, il mio viaggio in Argentina sembrava star terminando. Mancavano ancora due giorni sulle Ande e uno a Buenos Aires, ma la verità è che dopo quel giorno di colori indimenticabili mi sembrava di avere la memoria piena e di aver finito il rullino delle fotografie mentali. Da dopo le Ondas di Tres Cruces non poteva che essere un lungo e sublime Garbage Time. Sulla via di casa trovammo però qualcosa che avrebbe reso il nostro pomeriggio ben più indimenticabile di quanto già non fosse. Sulla sinistra della strada troneggiava una colossale statua di lama in ferro, proprio all’ingresso di un pacchiano negozio di souvenir. Non certo un posto degno di visita, se non per il parcheggio, nel quale si trovavano dei pelosi lama. E c’è poco da fare, sono animali senza eguali in quanto a stile e bellezza.

Sotto il Cierro de los Siete Colores di Purmamarca terminava quel 18 dicembre andino. Rientrammo a casa e uscimmo per cena, trovando in uno dei pochi ristoranti del paese una cotoletta con patatine e una pessima commedia romantica con Jennifer Aniston e Adam Sandler. Fuori la notte giungeva veloce, con il buio che rapidamente divorava il tramonto e ci consegnava uno straordinario cielo stellato estivo. Sotto quelle stelle australi e sconosciute ritornammo al nostro hotel, dove tutto era cominciato diverse ore prima, con gli scarponi nella sabbia e i pensieri tra le nuvole. La Croce del Sud ci osservava, muovendosi pigramente verso occidente. In quell’atmosfera di fine del mondo, un’ultima occhiata d’intesa sulla porta, prima di ritornare ognuno nelle nostre vite, racchiuse in telegrafici collegamenti celesti. Il futuro che è e quello che mai sarà si univano perfettamente in quell’oscuro mistero chiamato cielo, legando speranze e paura di due giovani viaggiatori alla linea invisibile del Tropico.
