30 May 2026 – Saturday
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Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo

Vivere implica scoprire e scoprirsi, all’insegna di un ignoto che sradichi la canonica visione del proprio io ed elevi la trascendenza a chiave interpretativa della esistenza di ciascuno. Il termine canonicità è affascinante in quanto ibrido di due sensazioni antitetiche e collidenti, quali l’adorazione della stabilità presente e la necessità di disegnare un chiaroscuro di luci e ombre a effigie dell’incertezza del futuro.

La prima è una sensazione confortevole, che scalda il cuore e rilassa la mente, e pare assurgersi ad arte psichedelica in grado di alterare, in maniera più o meno duratura, la percezione umana dell’universo a sé circostante. Un simile conforto è abitudinario e naviga nella quiete di chi senta l’obbligo morale di criticare la monotonia, ma la applichi in assiduo silenzio, vivendo di quell’appagamento che solo un equilibrio immutato riesce a conferire. D’altro canto, il canonico può risultare banale e quasi perturbante, in quanto non sfida i limiti del recinto che custodisce le abitudini più radicate, dando prova di una fedeltà poco rassicurante, e a tratti boriosa. La vanagloria del monotono trascorrere dei giorni, cui si fatica ad apportare un cambiamento concreto, rende la canonicità l’arma per sconvolgere il proprio ritmo di vita, scalfendo il timore nei confronti della novità e nutrendosi dell’ebbrezza di intraprendere esperienze dal sapore mai esplorato. 

La commistione di due sensazioni apparentemente inaccostabili, quali la tranquillità dell’abitudine e l’elettricità del cambiamento, dà adito a una riflessione circa quale ruolo ricoprano le nostre origini nella altalenante oscillazione tra stabile certezza del presente e intraprendente sguardo al domani. La ricerca della propria essenza è un viaggio dalle infinite rotte percorribili, che si abbevera alla fonte di quello stesso ignoto che fa vacillare le consapevolezze di chi abbia scelto la sedentarietà della prima tappa senza voler esplorare opzioni alternative. Eppure vacillare nell’ignoranza di un futuro ancora recondito ostacola la rottura di quel velo di Maya che ci nasconde alla scoperta di noi stessi, rendendo l’uomo pavido rispetto all’idea di spingersi oltre i confini dell’universo di idee ed esperienze già conosciute. La spasmodica ricerca di una chiave identitaria con la quale aprire le porte del proprio destino può dunque costituire il motivo di una regressione, forse inconsapevole, ai primordi della vita stessa, spingendo il singolo a guardare al futuro valorizzando dapprima le proprie origini. Se la vita è un viaggio verso un futuro da svelare, questo non può prescriversi una meta senza prima identificare l’inizio del percorso da intraprendere; quell’inizio che descrive da dove veniamo rappresenta il preludio necessario a identificare chi siamo, e definisce la motivazione che spinge a scoprire dove andiamo. Come Gauguin personifica la fanciullezza nell’atto di stringere un frutto tra le mani, allo stesso modo concentrarsi sul presente consente di guardarsi attorno e nuotare in un mare aperto di opportunità da cogliere, come un frutto che pareva proibito all’insicuro ma risulta dolcissimo al temerario. Ed è forse attraverso la riscoperta delle nostre origini che possiamo apprezzare la dolcezza di un presente da vivere, con un occhio vigile ma interessato a un futuro ugualmente fruttuoso. 

Where Do We Come From? What Are We? Where Are We Going?
Painting by Paul Gauguin (1897)

Il viaggio si configura pertanto quale possibilità, esperienza, nonché vera e propria trascendenza; di confini, spazi, e certezze abitudinarie. L’attaccamento alle origini dona un conforto rispetto all’approccio alla quotidianità, che non può permettersi di decadere nella nocività dell’annichilimento di se stessi e dei propri obiettivi; in un simile frangente di comfort rispetto alle abitudini acquisite subentra quella volontà, passivamente coltivata e mai esternata, di scardinare la porta che serrava l’emozione del cambiamento. Il viaggio consente di approcciarsi a culture, persone e stili di vita differenti e ugualmente arricchenti, che permettono di conoscere l’altro e allo stesso tempo di conoscere la propria individualità e definirla nei particolari che un tempo si avrebbe trascurato. Viaggiare implica tessere un filo che ci lega alle nostre origini, suscitando nel singolo un sentimento di gratitudine in commistione a sana nostalgia nei confronti di chi eravamo, e che ci conduce oltre l’orizzonte che si configurava definito nella nostra mente ma pare adesso cambiare forma, evolvere e aprirsi alla novità che sfida la reiterazione di comportamenti cristallizzati. All’interno di un quadro dai colori cangianti si configura l’esperienza di una vita che nasce dall’innocenza del principio, pronto a incanalarsi nella presa di responsabilità del presente, che guarda in alto e raccoglie quel frutto che simboleggia l’essenza ultima della novità e coltivazione dei propri interessi e delle proprie passioni. Il futuro, in quanto non prevedibile, riserba delle sorprese; eppure questo può non ridursi a fato incontrollabile ma può essere forgiato da chi decida di prendere in mano la propria vita, godendo del sapore di quel frutto saggiato in un presente che si oppone alla monolitica ripetizione, quasi inerziale, delle proprie giornate. 

Gauguin vede nell’anzianità una figura di donna racchiusa in se stessa, cupa e che si copre il volto con le mani; l’interpretazione del pensiero artistico è affascinante in quanto vive dell’enigma della mente dell’artista stesso, e consente allo spettatore di appropriarsi dell’esperienza altrui e vedere negli occhi socchiusi di una donna anziana lo scorrere della propria vita passata. 

La cupezza della figura può simboleggiare il rimorso rispetto alle azioni non compiute o alle esperienze non intraprese nel passato irrecuperabile, che comprende quello che allora si sarebbe definito presente. Forse le mani stringono il volto contrito in un’espressione indecifrabile eppure sofferente ad esemplificare quanto vivere la vita significhi non essere di passaggio, ma lasciare un segno trasmesso attraverso l’impegno, la determinazione e la volontà di scoprire chi siamo e dove stiamo andando, tenendo a mente da dove siamo partiti. Gauguin dipinge la cupezza del domani quale monito rispetto allo splendore del presente, che è in parte luce riflessa del passato cui guardare senza rimanervi radicati: soltanto attraverso una visione trasversale, in termini di culture, luoghi, esperienze e persone, si potrà indagare la propria interiorità e scoprire un mare di emozioni e possibilità, che l’insicurezza di un’apparente felice monotonia ci avrebbe precluso, ma che la pienezza del presente ci consente di apprezzare. Per vivere a pieno, con se stessi e gli altri.

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