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A otto anni da Lehman Brothers – Intervista al prof. Zingales

Reading time: 4 minutes

lehman-brothers-sign.gi.topDi Lorenzo Sala e Sofia Bernardini.

Sono passati otto anni dal fallimento di Lehman Brothers. Otto anni in cui si sono susseguite crisi bancarie, monetarie e del debito pubblico. Otto anni in cui le banche centrali sono ricorse a politiche monetarie non convenzionali pur di scongiurare effetti ancora più disastrosi sull’equilibrio economico mondiale. Sono passati otto anni dal fallimento di Lehman Brothers, ma qualcosa è davvero cambiato? Questo è stato il tema dell’evento tenutosi il 28 Ottobre 2016, ospiti d’eccezione il Professor Luigi Zingales e il Dottor Guido Maria Brera. La discussione, moderata dal Professor Bruni, si è snodata tra tre macro argomenti: la crisi finanziaria conseguente al fallimento di Lehman, le politiche monetarie non convenzionali delle banche centrali, in particolare il quantitative easing, e la crisi attuale delle banche italiane.

Innanzitutto, il Professor Zingales ha riassunto le cinque cause principali del fallimento di Lehman e le tre conseguenze. Per prima cosa bisogna considerare la frode che caratterizzava il sistema bancario americano, poi l’elevata leva finanziaria delle banche che ha amplificato la crisi dei mutui subprime, innescando una spirale negativa: la frode porta ad una crisi di fiducia, quindi alle perdite, con conseguente vendita di titoli che crea ulteriore pressione sul prezzo degli asset, quindi ulteriori perdite. Questo meccanismo coinvolge un debito a breve termine, con prestiti giornalieri tra cash providers e collateral providers, tecnicamente chiamati bilateral o trilateral repo. Questi repo sono soggetti a intradaily risk, quindi appena Lehman ha mostrato delle perdite, i soldi sono stati ritirati dal money market fund e investiti in Us treasury bond perché considerati più sicuri. Infine, si devono aggiungere la cattiva politica della FED e del governo statunitense. Le scelte del governo furono incoerenti e la FED non si comportò da prestatore di ultima istanza, affermando di non poter salvare Lehman, per poi salvare AIG poche settimane dopo. La crisi non venne prevenuta, anzi. Da qui tre conseguenze principali: corsa agli sportelli, panico e debt overhang, eccesso di debito delle famiglie con conseguente una riduzione della domanda aggregata.

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Il Dottor Brera ha dato un quadro economico-sociale degli anni che hanno preceduto il fallimento di Lehman. I primi anni 2000 sono stati caratterizzati dalla nascita dell’euro, dalla globalizzazione e dall’abolizione del Glass Steagal Act, con la conseguente nascita di un nuovo tipo di banca, che univa quelle commerciali a quelle d’investimento. Inoltre, la filosofia del tempo era caratterizzata da un forte individualismo: chiedendo in prestito denaro alle banche l’individuo comprava una casa, un automobile e tutti i beni materiali di cui necessitava. La banca assunse un’accezione di welfare state, ma il suo bilancio si espanse sempre di più. Date le dimensioni dei collateral, bastava un inaspettato movimento intraday per causare crisi di fiducia, con conseguente ritiro dei collateral e fallimento della banca stessa.

La risposta delle Banche Centrali alla crisi finanziaria è stato un pacchetto di politiche monetarie, tra cui il quantitative easing, ovvero l’acquisto da parte della banca centrale di titoli governativi con scadenza a breve termine e conseguente riduzione dei tassi di interesse a breve sul mercato. La stessa politica implementata prima negli USA e poi nell’UE ha avuto risultati diversi: mentre l’americano medio beneficia di una riduzione dei tassi di interesse a livelli prossimi allo zero, in quanto soggetto altamente indebitato, l’europeo medio è risparmiatore, quindi è danneggiato da tassi di interesse molto bassi. Inoltre, nel breve periodo il QE può ridurre gli effetti della crisi di liquidità, ma nel lungo periodo rischia di addormentare le politiche fiscali, le quali dovrebbero invece sostenere la crescita.

Infine, la discussione si è soffermata sull’attuale situazione bancaria italiana. In questo caso prestiti inesigibili più una supervisione più rigorosa da parte della BCE hanno reso la situazione insostenibile. L’introduzione del bail-in, pratica che prevede la ricapitalizzazione della banca non più con soldi pubblici ma con la partecipazione di azionisti, obbligazionisti e correntisti con depositi superiori a 100 mila euro,  aggiunge un ulteriore fattore di instabilità ad una situazione già abbastanza critica.

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Alla fine dell’evento, noi di Tra i Leoni abbiamo incontrato il Professor Zingales e gli abbiamo posto la seguente domanda:

“Professor Zingales, secondo lei quali sono i fattori che potrebbero causare una nuova crisi finanziaria nei prossimi anni? Il rischio principale è rappresentato dalle banche europee?”

“Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda le prospettive di crescita di lungo periodo, le quali sono limitate da un problema di flussi di capitale a livello internazionale: i capitali dovrebbero andare dai paesi sviluppati ai paesi in via di sviluppo, dove hanno un rendimento maggiore, invece spesso vanno in direzione contraria. Vediamo come la Cina investa negli Stati Uniti, quando dovrebbero essere gli Stati Uniti a investire in Cina. Ciò è dovuto al fatto che i risparmi sono più sicuri negli Stati Uniti. Il minor investimento nei paesi in via di sviluppo crea una mancanza di domanda a livello mondiale e porta a una riduzione della crescita media sia nei paesi in via di sviluppo sia in quelli sviluppati. Il secondo aspetto riguarda il rischio bancario. La debolezza delle banche tedesche, e in particolare di Deutsche Bank, non dovrebbe trasformarsi in una crisi sistemica perché la Germania ha la capacità di intervenire e di salvare la situazione. I bond subordinati, che Deutsche Bank possiede in notevole quantità, possono essere utilizzati per ricapitalizzare la banca e renderla più solida, in quanto non sono posseduti da investitori individuali. A mio parere, il rischio principale è rappresentato dalla situazione bancaria italiana. Alcune banche devono essere ricapitalizzate per salvarsi. Ad oggi non sappiamo se Monte Paschi sia in grado di raccogliere 5 miliardi, non sappiamo se Unicredit riesca a raccoglierne 13, infine non sappiamo nemmeno di quanti milioni abbiano bisogno le banche venete perché, non ne parliamo, ma anche esse avranno bisogno di ricapitalizzarsi. A questo punto c’è il rischio di un incidente, c’è il rischio che una sfiducia nel sistema bancario si traduca in corsa agli sportelli. Non succede fino a quando succede e quando succede è troppo tardi per intervenire.”

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