26 May 2026 – Tuesday
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Il Cammino Minerario di Santa Barbara 

Lo strano prodotto dell’estro di un’Isola: dolcissima umiliazione creativa. 

Il primo Antipapa della Storia muore tra le budella della terra, accanto al Papa martire che ha combattuto una vita intera. 

L’Atlantide dei minatori: città-formicaio attestata dagli storici imperiali e divorata poi dai mirti, dalla polvere, e mai più ritrovata.

Deserti bianchissimi bagnati dal mare, sulla cui terra uomini e donne si curvano con ceste e zappe, mietono covoni di sale come grano. 

E ancora uomini-insetto che portano a spalla il Cristo morto, dèi cacciatori che rivaleggiano con Caracalla, tombe abitate da fate, fiori di grotta, menhir e nuraghi erosi da una terra che non distingue tra templi e tafoni… 

Non si tratta di immagini di un Salgari o di un Verne, bensì del frutto della fantasia primitiva di un’Isola. Questa profusione di storie mi si è gradualmente dischiusa nel sud della Sardegna, terra controversa, materna ed urticante abitata da pastori e politici, briganti e cantautori. Qui ho scoperto come la gelosia per un estro esuberante si possa sperimentare anche nei confronti di un luogo. 

Si tratta di una dolcissima umiliazione creativa, subita nel corso del Cammino Minerario di Santa Barbara. Il percorso si articola in un anello di circa 500 km, perlopiù sterrati, nel cuore della provincia del  
Sulcis-Iglesiente, e ne sviscera gli annali martoriati di colonia degli Imperi e di cava del Mediterraneo. Attraversa pascoli e scogliere, vigne e sughereti, grotte e saline, lagune e montagne, e decine su decine di complessi per l’estrazione mineraria, in abbandono dal secolo scorso. Il Cammino presenta, senza sofismi, le proprie radici naturalistiche, archeologiche, religiose ed operaie.  

Ne ho percorsa una porzione. Al ritorno, avevo una storia da raccontare. 

Il Cammino, innanzitutto 

DATI E CONTESTO DI UN TURISMO DIFFERENTE 

Serve un po’ di contesto. 

Il CMSB si inserisce nel più ampio universo dei Cammini d’Italia: una rete di tracciati escursionistici in vari gradi di difficoltà, sulla falsariga di mete affermate quali il Cammino di Santiago o la Via Francigena. 

Itinerari di tal specie ricadono oggi nella nomenclatura di “turismo sostenibile”, in evidente opposizione all’esecratissimo overtourism. Le virtù della formula si spingono ben oltre ai costi bassissimi: i Cammini d’Italia rappresentano una proposta di turismo senza emissioni, che distribuisce equamente gli ospiti nel territorio e ripropone quest’ultimo al grande pubblico. Il pellegrino attraversa la regione sostando ove curiosità e bisogno – anziché moda e marketing – lo sospingano, permettendo una maggior ripartizione del profitto nel territorio. 

Questi sono tra i valori alla base della Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara. Nacque nel 1997, quando una superficie di oltre 3500 km2 nel sudovest sardo divenne il primo Parco Geominerario al mondo riconosciuto dall’UNESCO: a partire dal 2001, ciò permise la bonifica ed il restauro delle aree più deteriorate e lo stanziamento di fondi per la loro preservazione. Da allora, attraverso la riqualifica delle antiche reti viarie, furono aperti diversi sentieri che attraversano per intero il corpus centrale dell’area: allo stato attuale la Fondazione dispone di un anello di oltre 500 km di sentieri percorribili a piedi e 550 km di ciclovia, e un’equivalente ippovia è tuttora in fase di sviluppo. 

L’apertura al grande pubblico e la cura del percorso sono passate per la stampa di guide cartacee prima e la creazione di un’app dedicata poi, nonché dallo sviluppo di un sistema segnaletico in loco. Corona il tutto la rete di apposite Posadas, dal sardo per “luogo di riposo”: edifici pubblici sottratti all’abbandono e restaurati come siti d’ospitalità convenzionati lungo il Cammino. Nell’ultimo biennio, sono state aperte anche accattivanti promozioni mirate, che permettono ai pellegrini di determinate categorie di ottenere vitto e alloggio gratuiti in un massimo di tre Posadas. 

Non che di pubblicità ci fosse bisogno davvero. È sufficiente scoprire i primati del cammino e delle sue miniere, la Storia che evocano, i paesaggi che offrono. 

Le miniere 


Miniera e Pan di Zucchero, Masua (SU)

TERRA E POPOLO DAMNATI AD METALLA

La prima peculiarità del Cammino Minerario di Santa Barbara è indicata dal suo unico attributo. 

Il sudovest dell’isola è un unico traforo di cave, cunicoli, miniere e gallerie. Per millenni, i popoli mediterranei ne hanno inseminato la terra. Le coste, scavate e imbottite qua e là secondo il bisogno, d’epoca in epoca hanno cambiato forma e assecondato la violenta consuetudine mineraria dell’uomo. Gli stessi fondali marini, per secoli ospiti degli scarti minerali delle fonderie, presentano ancora i segni di una composizione geologica alterata; fino a pochi decenni fa c’erano purulente distese nerastre, dove oggi si può balneare in acque trasparenti. 

In questa provincia dalla topografia mutata, ieri sorgeva Plumbea ed oggi Carbonia. Da qualche parte nell’entroterra prosperava un tempo Metalla, città mineraria romana mai rintracciata e diventata mito. Oggi i ruderi delle miniere si avvicendano a quelli delle scogliere, e quasi si confondono gli uni con gli altri. In tutti questi alveari hanno vissuto, sofferto e lavorato schiavi e prigionieri, ingegneri ed operai. Il Cammino riconosce che, per quanto controversa e sconnessa, tale sia la Storia della regione. E che, in quanto tale, meriti di essere conservata. 

D’altra parte, non c’è gelosia isolana capace di tacere una Storia che, da tremila anni, procede ininterrotta. 

Lo sfruttamento ed il commercio dei minerali iniziano già in età nuragica, nel II millennio a.C. Da quel momento, non c’è popolo che non aggiunga il proprio tassello al lungo avvicendarsi di scavi che divorano  il sudovest sardo: dal IX Secolo a.C. e per tutta l’età antica fioccano miniere metallifere fenicie, cartaginesi e romane, ripristinate in età medievale da Pisani e Aragonesi e trasmesse in tempi moderni ai Savoia.  

Per tutta l’età industriale, invece, le coste del Sulcis-Iglesiente sono preda delle concessioni di fameliche imprese continentali, finché alla fine dell’Ottocento la Sardegna fornisce al Regno d’Italia la maggior parte del fabbisogno di metalli e la quasi totalità dei minerali di piombo (98%) e di zinco (85%). L’ultimo secolo, scosso dalle guerre mondiali e dalla competizione internazionale, ha assistito al ritiro definitivo del capitale privato e alla totale statalizzazione delle miniere, fino alla chiusura negli anni Novanta delle ultime sopravvissute. 

La Storia del saccheggio della terra si accompagna a quella del sangue dell’uomo. 

Dal Principato romano fino alla fine del Settecento, l’attività in miniera non è annoverata tra le professioni retribuite, bensì tra le più dure pene del Codex. I damnati ad metalla, nell’ordinamento giuridico latino, sono i rei destinati al lavoro forzato perpetuo nelle cave metallifere, e in più di un canale sono stati rinvenuti ceppi ed anelli di ferro fissati alle pareti. Molti sono i martiri paleocristiani che conoscono tale damnatio, da essi a ragione definita proxima morti: essere scortati in esilio oltre il Mediterraneo, rinchiusi in un cunicolo e costretti con le armi ad un lavoro interminabile. Tale il destino tanto dei prigionieri imperiali quanto dei galeotti nel Rinascimento. 

Murales tra Nebida e Masua (SU)

Incontrano una sorte anche peggiore i loro successori, che conoscono per intero la crudeltà resa possibile dalla Rivoluzione Industriale. Gli imprenditori europei non tardano a capire che un operaio, confrontato a un galeotto, rende più e costa meno. L’operaio basta a sé stesso, lo schiavo costa. Nascono interi poli operai, città di lavoratori dall’orwelliano ordinamento sociale.  

La città di Buggerru (SU), dove opera la francese Société des mines de Malfidano, vince in questi anni il soprannome di Petit Paris, ed in effetti, nel microcosmo dell’isola, merita il titolo: nel pieno dell’Ottocento e della macchia mediterranea dispone di scuole, stazione, cinema, teatro, ospedale. Qui nasce la prima linea elettrica di Sardegna e una delle prime in Italia. Tuttavia, la disparità sociale versa al contempo ai massimi storici: nessuno dei servizi è destinato alla manodopera locale, i cui figli sono impiegati a cinque anni perché non imparino a leggere e i cui malati sono rifiutati dall’ospedale, accolti dalla sola infermeria della miniera. La gerarchia sociale ricalca fedelmente i rapporti di produzione, e i diritti del padrone ben si distinguono da quelli degli operai. L’élite locale ha il pieno controllo sull’informazione, le infrastrutture ed i rapporti economici dell’enclave. 

La Storia riportata dal Cammino, tuttavia, non è quella di una sottomissione mai cessata. Si tratta invece di una lunga sequenza di scontri di classe e vittorie operaie. L’intero tracciato è tappezzato di memoriali ai lavoratori spentisi in lotta o al lavoro, come nel caso del “Sentiero delle Cernitrici”, intitolato a quattro donne morte travolte da detriti di lavorazione.  

L’acme della furia sindacale di questi luoghi ha sede proprio a Buggerru. La scintilla che fa esplodere una tal polveriera è l’arrivo alla miniera del dirigente Achille Georgiades, soprannominato tra le gallerie “il Turco bastardo” a dispetto della nazionalità greca. Tra i molti inasprimenti coi quali Georgiades mira ad ottimizzare il profitto minerario si annovera la sostituzione della bestia da soma con l’operaio, visto che la biada dell’una costa ormai ben più del salario dell’altro: apposite bretelle vengono fatte cucire dal Costantinopolitano, affinché i minatori trainino da sé i vagoni in cui depositare la pietra scavata. 

Nella Piccola Parigi del 1904 scoppia così un’azione di protesta generale, la quale evolve in rivolta non appena l’esercito cagliaritano interviene contro gli insorti. Ne nasce quello che conosciamo oggi come Eccidio di Buggerru, con cinque vittime tra i protestanti: l’importanza che riveste nella storia di noi tutti è ben maggiore di quanto s’immagini. L’indignazione prodotta in tutta Italia dai fatti di Buggerru, infatti, incoraggia la Camera del Lavoro di Milano ad indire il primo sciopero nazionale del Regno d’Italia, il 15 settembre: l’Eccidio è avvenuto solo undici giorni prima. 

Storia e religione 

Processione dei Baballottis, Iglesias (SU)

OSSIA DI SANTI, SPIRITI E ARCHEOLOGI

Del Cammino Minerario di Santa Barbara è opportuno render giustizia non al solo attributo, bensì anche all’eponima. D’altronde, la sua storia è quantomeno curiosa. 

Santa Barbara di Nicomedia, vissuta tra il III e il IV Secolo, viene rinchiusa per volontà del padre in una torre con due finestre sbarrate. Il genitore vuole preservarla dalle insidie dei pretendenti e, ancor peggio, del dilagante culto cristiano. Non sa però che la madre stessa di Barbara ha aderito segretamente al nuovo Credo, poi trasmesso di nascosto alla figlia. E in assenza del padre, secondo la leggenda, questa manifesta con miracoli la propria Fede, aprendo un terzo varco in onore della Trinità tra le mura della torre. 

Come in una fiaba dei Grimm, Barbara viene scoperta dal padre e denunciata alle autorità imperiali. È torturata per due giorni con ustioni e flagellature, finché non è ordinato al padre stesso, Dioscuro, di decapitarla in prima persona. Subito dopo il martirio, il genitore sarà incenerito da un fulmine divino, che non ne lascerà traccia; i resti della santa, al contrario, sono tuttora conservati – secondo la tradizione – nell’isola di Burano. 

Ad oggi Santa Barbara è la patrona di tutti i lavoratori che si espongono a morte violenta per esplosioni, incendi e disastri naturali: protegge parimenti Vigili del Fuoco, artificieri e la Marina Militare. Tra i protetti si annoverano, ovviamente, anche i minatori, che in tutta Europa pregano la martire affinché li custodisca nelle pericolose discese tra le gallerie. Pertanto, il Cammino è tappezzato dovunque di santuari ed edicole dedicati alla donna, presenza costante lungo tutto il viaggio. Come una compagna. 

Santa Barbara non è l’unica custode della regione: in una terra tanto ingrata, in una Storia tanto oppressa, nei millenni la dolcezza popolare ha trovato sollievo tra innumerevoli espressioni spirituali.  

Il territorio, invero, pullula di architetture religiose d’età neolitica e posteriore: Tombe dei Giganti, Pozzi Sacri per il culto dell’acqua, necropoli e menhir non si risparmiano lungo il Cammino. Esercitano particolare malia le Domus de Janas, dal sardo per “case delle fate”: complessi tombali d’età nuragica, abitate secondo il folklore da esseri magici d’aspetto femminile e carattere generoso – purché nessuno abbia l’ardire di guardarle in volto. Nel 2025 sono state riconosciute come patrimonio mondiale UNESCO. 

Teschio alla spiaggia Scivu, Arbus (SU)

In molti luoghi il culto del divino si è conservato e riproposto, quasi invariato, di credo in credo. Il caso più stupefacente è quello della Valle di Antas, in cui su un primitivo insediamento nuragico è stato costruito prima un tempio del dio punico Sid Addir, guerriero e cacciatore, poi quello del locale Sardus Pater Babai, ed infine uno all’imperatore Caracalla. Nell’area della valle si stratificano preghiere quanto architetture, gli dèi pagani competono con quelli primitivi tra i ruderi dei santuari, e i rimasugli di antichi giacimenti aggiungono fascino al complesso: è possibile che proprio ad Antas avesse sede la mai rinvenuta Metalla. 

Tale senso del religioso non si è estinto nemmeno oggi, e ne sopravvivono molte tracce nella vivida tradizione cattolica di questi paesi. Ho toccato con mano, un Venerdì Santo ad Iglesias, l’inquietudine che creano gli straziati bramiti delle matraccas, strumenti accapponanti che introducono le processioni religiose con un forte ronzio metallico: non rassicura di più il corteo che segue, in cui marciano muti uomini e donne incappucciati e in abito bianco, i Baballottis – dal sardo per “insetti”. Affascinante è anche il legame della città di Carbonia con San Ponziano martire: diciottesimo papa della storia, fu perseguitato da Massimino il Trace e condannato ad metalla assieme allo scismatico Ippolito di Roma. Appena prima del martirio di entrambi, nella miniera i due si riconciliarono e ricucirono lo scisma, per essere santificati assieme dopo la morte. 

La natura 

OSSIA DI SCORCI E PRIMITIVISMI 

Uno solo il grande smacco di queste storie: per conoscerle servono una ricerca impegnativa ed una buona dose d’ossessione per la terra sarda – o in alternativa la fortuna di qualcuno che le racconti. Sarebbe tendenzioso fingere che ogni pellegrino sulla strada ne fosse a piena conoscenza, e che non fosse altro, di uguale forza e maggiore immediatezza, a convincere tanti a partire. 

È l’elemento naturalistico ad assolvere a tal compito: l’istantanea meraviglia dei suoi paesaggi è ricompensa sufficiente per l’impresa. Volessi esaurire il variopinto compendio dei panorami del Cammino, ci sarebbero da descrivere intere pinete, saliscendi montuosi, grotte marine, spiagge sterminate, il candido faraglione Pan di Zucchero, lo spettacolare anfratto di Porto Flavia. 

Com’è ovvio, tuttavia, si tratterebbe di tentativi prolissi e approssimati. Meglio, dunque, preferire questa mediocre preterizione e concentrarsi sulle suggestioni di maggior presa che il Cammino sa dischiudere. Ve ne offro tre. 

Tappa 5: Portixeddu – Piscinas. Soli 16 km, quasi in piano. Ciononostante, indicata come “impegnativa” da tutte le guide.  

Ciò si deve alla conformazione del terreno, sabbioso per oltre metà del percorso, in cui gli scarponcini affondano e le ginocchia incespicano. Difatti, questo lembo di terra si presenta in modo unico rispetto a tutti gli altri del Cammino: il sistema dunale costiero delle Dune di Piscinas, nei suoi 28 km2 d’estensione, vanta il ragguardevole primato di dune costiere più alte d’Europa – 100 metri in elevazione, alla pari con quelle francesi di Pilat. 

Il pellegrino che percorra questa tappa si scopre così inaspettatamente asserragliato da due deserti: a sinistra, un’increspata ed inquieta massa di bianchi e blu si fa sferzare dal maestrale; a destra, l’eterna immobilità della sabbia, intervallata da chiazze sparute d’arbusti il cui unico prodotto è la sensazione d’una completa uniformità del paesaggio.  

Come se, camminando per ore, non ci si spostasse mai. 

Tappa 19: Santadi – Is Zuddas.  

Nel pieno del Cammino si scopre un’altra carta tra i primati del Sulcis-Iglesiente, ancora mai menzionata. Stiamo parlando del passato geologico della Sardegna, le cui formazioni rocciose sopravvivono da oltre 530 milioni di anni e si confermano tra le più antiche d’Europa

Ad Is Zuddas pone le proprie fondamenta il Monte Meana, al cui interno si sviluppa uno dei più preziosi sistemi di grotte del nostro Paese. Scoperto negli anni Sessanta ed esplorato per intero nel 1971, apre oggi al grande pubblico un percorso di oltre 500 metri. In questo brevissimo tratto si concentrano tutte le rarità delle profondità sarde: stalattiti, stalagmiti, colate, cannule e aragoniti si accalcano e avvicendano le une alle altre. Sono in particolare queste ultime, concentrate in un’unica sala, il vanto del complesso speleologico: accostate, formano le coreografie filiformi ed i ciuffi di cristallo bianco che sono valsi loro il nome di “fiori di grotta”. 

Nascosti sottoterra dal paleozoico, quando questi pilastri dolomitici hanno visto il sole per l’ultima volta lo sviluppo dei dinosauri era più lontano di quanto non sia da noi la loro scomparsa. Una manciata di anni fa, qualche ometto comicamente imbracato ha restituito loro la luce. In cambio, gli avevano portato dei fiori. 

Tappa 23: Tratalias – Sant’Antioco. Tappa curiosa, che termina con il ponte attraverso cui Sant’Antioco – quarta isola più grande d’Italia – si tiene in contatto con l’Isola Madre come con un salmastro cordone ombelicale. 

Negli ultimi chilometri, il pellegrino attraversa specchi d’acqua che la Dunaliella salina tinge di rosa in riflessi surreali, scandagliati dai fenicotteri ad ogni ora del giorno. Soprattutto, però, si attraversano la Saline del golfo di Palmas, lunghe venti chilometri e larghe tre. Qui si raccolgono mediamente tra le 150 e le 200mila tonnellate annue di sale, sfruttando sole e vento come fonti primarie d’energia. 

Un tempo, ad ogni agosto la salina si riempiva di genti fino a scoppiare, in una tardiva stagione del raccolto. A ciascuno erano accordati quattro metri cubi di sale, trattato come una messe ruvida e cristallina, frutto della terra tanto quanto i prodotti agricoli. I dodici centimetri di spessore di quel manto bianco erano quindi spartiti con lenze, spaccati con zappe e raccolti con pale. Si accumulava il ricavato in covoni e lo si trasportava con ceste o carriole. E se mancava la manodopera, anche le saline erano subissate di galeotti. 

Ad oggi, tutto questo è stato sostituito da elettropompe, autocarri e nastri trasportatori, e la raccolta del cloruro aspetta quattro o cinque anni ad ogni turno, affinché la crosta di sale sia spessa abbastanza per sostenere le macchine. Ciononostante, fissando lo sguardo a mezzogiorno su queste distese rossastre che costeggiano il Cammino, è facile figurarsi le fiumane di gente che anni fa le invadevano, cogliendo a piene mani il sale della terra. 

L’ho già detto, è faticoso tenere il passo con l’estro di quest’Isola. Pullula di memorie e metamorfosi, di rabbia e di maternità. Soprattutto, è gelosa di sé. Questo è ben chiaro al Cammino Minerario di Santa Barbara: l’unico modo per il pellegrino di toccarne la coscienza, senza scampo, è di passarle attraverso. Di ascoltarla, di aver tempo di domandarsi cosa ci sia dentro, cosa dietro la collina che copre l’orizzonte – forse la meta? –, e dietro quella dopo, e quella dopo ancora. 

È l’unico modo, per il pellegrino. 

Al ritorno, avrà una storia da raccontare. 

pietro.cattaneo@studbocconi.it |  + posts
Hi everyone! I am Pietro and I am currently pursuing my bachelor's in international politics and government (BIG) here at Bocconi University. I am currently in search of a synopsis for "Pietro".
I have loved writing since my earliest years. In all its forms: poetry, novels, journalism. Here at Tra i Leoni I am fulfilling a dream, bringing my passions together, doing what I like the most and what I do best.
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