3 May 2026 – Sunday
3 May 2026 – Sunday

Into the Mystic

FINALMENTE SIAMO RIUSCITI A FARE LA GITA IN MONTAGNA CHE TANTO DESIDERAVAMO. UN SALUTO ALLE ALTRE PERSONE CHE PASSANDO DI QUI APPREZZARONO LA BELLEZZA DELL’AMICIZIA. 

Così ha scritto Tommy sul libro della casera. Nessuno avrebbe saputo dirlo meglio. Forse è proprio da lì che bisogna partire: da quel desiderio infantile e testardo di stare insieme, di ritrovarci, di salire fino a dove non prende più il telefono e il tempo comincia ad avere il ritmo del respiro. 

Poco meno di due ore di macchina da casa, poi Malga Pramosio, poi la salita. Faticosa, più di quanto mi aspettassi. Non ero più abituato a fare così tanta fatica. Ma piano piano saliamo: i nostri passi si fanno eco tra i sassi e dentro di me ronza Van Morrison: “We were born before the wind / also younger than the sun”. Sì, eravamo nel cuore di un paesaggio magico avvolto dalla nebbia, Into the Mystic

Arriviamo al Lago Avostanis, 1936 metri di silenzio. Ormai il cielo è buio, ma ci facciamo luce con le torce. Iniziamo a montare le tende, dopo aver cercato un terreno abbastanza piano, abbastanza asciutto, abbastanza nostro per la notte. Pezzo dopo pezzo, tenda dopo tenda, il nostro piccolo accampamento prende forma. Tre rifugi temporanei incastrati tra le pieghe della montagna: nella prima ci sono Anna, Coca e Alice; nella seconda Tommy e Nicol; e infine io con Silvano. 

Era la prima vera esperienza di campeggio per quasi tutti noi. Nessuna doccia, nessun letto, nessuna luce, nessun comfort. Eppure, proprio in quell’assenza di tutto, qualcosa inizia a riempirci: la sensazione di esserci davvero, nel tempo e nello spazio, insieme. 

Vicino al nostro bivacco, una casera solitaria ci offre rifugio per cenare al riparo dal vento. Una cena improvvisata, del vino che pizzica la gola, i marshmallow arrostiti sul fuoco. Tante risate, e quella strana sensazione di essere completamente fuori dal mondo, ma così fortemente connessi tra noi. Una vibrazione che unisce, che scaccia la paura, anzi le paure, che ferma il tempo.  

Poi, lentamente, le risate si affievoliscono. Dopo qualche bicchiere di troppo, dopo qualche storia già sentita, il sonno ci chiama. Rientriamo nelle tende, stretti come bambini che fingono di essere pirati in un fortino di tela, ascoltando il vento giocare tra le cime. La notte passa lenta. Ogni fruscio diventa pensiero, ogni colpo d’aria un sogno interrotto. Ma la stanchezza ha braccia grandi, e una ad una ci accoglie, cullandoci in un sonno leggero. 

La mattina dopo sono io il primo a svegliarmi e decidere di uscire dalla tenda. Sono le 5.26, l’aria è ferma, sospesa, e il lago appare finalmente, circondato dalle montagne e dalla foschia che danza lieve sull’acqua.  

Davanti a me, le tre tende: piccole, immobili, perfette nel loro essere state casa e riparo per una notte intera. C’è una bellezza inaspettata nella loro presenza in mezzo alla natura, in mezzo a tanta grandezza. Non serviva altro: eravamo lì, insieme, sospesi tra terra e cielo, nella forma più pura del sentirsi a casa. Una bellezza che non ha bisogno di spiegazioni. Ne ho viste tante di cose belle, ma quell’immagine, così semplice, così vera, rimarrà per sempre tra le cose che custodisco, senza doverle raccontare. 

Piano piano ci svegliamo tutti, facciamo colazione e decidiamo di ripartire, salire ancora. Italia e Austria si sfiorano tra le rocce e la nebbia, ma noi non vediamo nulla. Nessun panorama mozzafiato, nessuna cartolina da immortalare. Solo il respiro dei miei amici davanti a me, le loro sagome sfocate, il rumore dei passi che si rincorrono. Ma che importa la vista, quando hai tutto quello che conta proprio lì, accanto a te? 

Eravamo i sette nani, in una fiaba senza principessa, senza castello: io, Dotto, a cercare sempre un senso nelle cose; Carlotta, Brontolo, ma con il cuore grande; Niki, Gongolo, con la sua allegria contagiosa; Anna, Pisolo, col suo fare lento e poetico; Alice, Mammolo, fragile e forte allo stesso tempo; Silvano, Eolo, travolgente come una tempesta gentile; e Tommy, Cucciolo, che ci ha ricordato cosa conta davvero. 

In mezzo alla nebbia, qualcosa si è rischiarato. Non nei panorami, ma nei volti. Non nei silenzi, ma nelle voci e nei fiatoni che si rincorrevano tra una salita e l’altra. Perché la vera vista è quella dell’anima, e la bellezza più grande non la trovi nella cima più alta, ma si nasconde dentro il passo stanco dell’amico che non ti lascia indietro, che rallenta senza dire nulla, che si fa spazio per te nella fatica, che si mette in spalla il tuo zaino come se fosse il suo. Lì, in quei gesti muti, il cuore batte forte, il mondo si ricompone. 

Abbiamo fatto la gita che tanto desideravamo. E in quella nebbia, è stato tutto chiarissimo. 

Deputy Director | jemmy.suwannaluck@studbocconi.it |  + posts

Law student. Easily fascinated by faces & places and their own unique stories. A very passionate person who still believes in love, emotions & destiny. Keen on Contemporary Arts and cultural phenomena that shape our everyday life.

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