3 May 2026 – Sunday
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Nostos verso quella Grecia che non c’è più 

Immagina di non essere dove sei ora, ma in un’altra terra, in un altro tempo. Ermes, che protegge i vagabondi, i ladri, e tutti coloro che hanno il coraggio di fare fagotto e partire, ti osserva dall’alto e ti indica la strada verso la patria dei nostri comuni antenati, quel terreno fecondo dove sono state piantate le radici del nostro pensiero. Non lo senti? C’è qualcosa nell’aria che si respira, lì, che sa di sale, che ti prende e ti fa viaggiare, con il corpo, con la mente, con il cuore. C’è qualcosa in quelle acque che ti rende tremendamente malinconico, profondamente nostalgico, immensamente felice. L’Egeo è sempre stato un mare che unisce, e un mare che divide, non solo la superficie terrestre, ma anche i popoli, le persone, la nostra stessa identità. 

Guardando la tua immagine impressa in quello specchio profondissimo, ne hai terribilmente paura, ma allo stesso tempo la trovi meravigliosa: quello che vedi non è il riflesso del tuo corpo, ma della tua anima, totalmente separata dalla carne. C’è qualcosa di affascinante in quei lidi selvaggi, in quelle valli rigogliose in cui, custodite tra gli speroni di roccia e protette dalle montagne, sorgevano indisturbate le pòleis.  

La Natura si squaderna davanti ai tuoi occhi come un’enciclopedia che contiene tutto il reale, si dispiega come un’enorme tela ricamata con cura da mani tanto sapienti quanto delicate; nel suo disegno, ogni isola è incastonata nel mare come la tessera di un mosaico, ogni nuovo germoglio sembra aver trovato il suo posto sulla chioma degli alberi, ogni suono corrisponde al verso mancante di una melodia ancestrale, l’eco di un canto che si estende da un capo all’altro di quella terra ricca di leggende, fino a raggiungere l’Onfalo, l’ombelico del mondo.  

Ascolta, presta attenzione a quello che senti: se il maestro che dirige quell’orchestra fa un cenno con la sua mano divina, allora tutto tace e il silenzio regna sovrano; a un nuovo gesto, le capre riprendono a belare, si leva al cielo il canto mattutino dei pastori che conducono il gregge al pascolo, Eolo soffia sui rami dell’ulivo, le cui foglie danzano libere nell’aria, in perfetta sincronia con ciascun elemento di quel paesaggio bucolico. Ogni cosa trova il proprio posto, nel rigoroso equilibrio di quell’ordine cosmico dettato dalla volontà del Fato: tutte le cose hanno ragione di esistere, di essere vive, di essere presenti qui e ora.  

Non è una fantasia, frutto dell’immaginazione di qualche inguaribile sognatore, anche se ricorda lo scenario di un idillio leopardiano: quella è l’Ellade, la patria per cui Lord Byron ha dato la vita, la meta del nostos di Odisseo, la casa degli dèi dell’Olimpo, la culla della civiltà occidentale. Una terra in grado di sedurti con la sua straordinaria polarità: qui tutto è duplice, l’irrazionale è razionale, l’umano è divino, l’essere e il non essere si sovrappongono in un’unica entità, racchiusi in uno schema artificiale imposto dall’uomo per fare ordine in un mondo dove la felicità dipende innanzitutto dalla Sorte, e la Sorte non ascolta neanche il volere di Zeus. 

Io non ci sono mai stata, in Grecia, e non so se sia davvero così come me la immagino. Me la sono sempre fatta raccontare dagli altri, ho domandato a tutti coloro che ci sono andati e che ne hanno visto almeno un pezzetto, e ho conservato con cura nella mia testa le loro storie, mantenendo viva nel corso degli anni la stessa innocente curiosità di quando ero bambina e la sera leggevo l’Iliade prima di addormentarmi.  

La verità, però, è che io non mi sono mai fidata completamente degli altri, di quelli che, alla domanda “Sei mai stato in Grecia?”, hanno risposto “Sì, a Santorini” o, ancora peggio, “Certo, a Corfù”: loro saranno anche stati in Grecia, ma non per questo ne hanno necessariamente fatto esperienza.  

Basta considerare che “andare”, verbo di moto a luogo, e “stare”, verbo di stato in luogo, sono espressioni il cui significato si esaurisce nella semplice geolocalizzazione della persona che “va in Grecia”, senza fornire alcuna informazione aggiuntiva riguardo al suo stato d’animo, ai suoi pensieri, al cambiamento psicologico avvenuto nel suo animo a causa della sua breve permanenza in quei luoghi.  

Sono verbi piatti, parole che non hanno vissuto, quelle usate per descrivere la vacanza di chi ha comprato un volo con destinazione Atene ed è poi salito sul primo traghetto disponibile, alla ricerca di un tramonto abbastanza fotogenico da postare su Instagram.  

Io, personalmente, non provo alcun tipo di interesse nei confronti di questa Grecia, la Grecia ultramoderna con la spiaggia di sabbia bianca stracolma di donne che prendono il sole con il loro cappellino di paglia e di giovani che sguazzano nell’acqua, ubriachi dalle tre del pomeriggio.  

In questa Grecia, che ai miei occhi pare una pacchiana caricatura del Paradiso Terrestre, che cosa ne è stato dei miti, degli dèi e della loro progenie? Le divinità sono scese dall’Olimpo, mentre gli eroi hanno perso tutte le loro battaglie? La filosofia è forse morta, e con essa il culto del logos, la supremazia del sapere? La Democrazia di Pericle, i voli di Pindaro, l’arte della maieutica di Socrate: è proprio vero che tutto questo è stato relegato alla sottocategoria di “noioso materiale di studio del Liceo”, studiato esclusivamente in quanto oggetto di valutazione, e poi chiuso definitivamente a chiave in un cassetto?  

Ho chiesto alle persone che sono state in Grecia se sapessero qualcosa del suo passato, se, a Santorini, avessero sentito sulla pelle il respiro degli dèi: mi hanno risposto ridendo, spiegandomi, con una certa saccenza, che dell’Olimpo non è rimasto altro che qualche rude roccia sparsa qua e là sulla terra grigia e arida. 

Io non ci sono mai stata, in Grecia, e non so se “oltre al Partenone non c’è più nulla”, ma per scacciare dalla mia testa l’idea che della sua antica bellezza sia rimasto solamente un triste cumulo di macerie marmoree, ho deciso di farmela raccontare da chi ci ha vissuto. Sono infatti fermamente convinta che coloro che conoscono meglio una terra siano quelli che vi sono nati e cresciuti, e che si sono fatti carico dell’essenziale compito di conservarne in eterno la memoria, le tradizioni, lo spirito.  

Per questo motivo ho interrogato Pitagora, Socrate, Platone, Aristotele, e con loro tutti gli altri grandi saggi che hanno tramandato i segreti del logos attraverso la filosofia, aiutando gli uomini di ogni tempo a coltivare la propria virtù, a nutrire il proprio daimon, a raggiungere il proprio telos. Questi sono stati i miei fedeli compagni di viaggio, fin dal principio, e grazie a loro ho esplorato quella Grecia in sogno.  

Più avanti, lungo la strada, ho conosciuto anche Eschilo, Sofocle ed Euripide, che hanno saputo trasformare la dottrina in arte, fondendo azione e pensiero in un unico tragico canto, un dramma che crea un ponte intangibile tra ragione e irrazionalità. Ma nello stesso teatro dove in origine il coro narrava le incredibili gesta degli eroi e i sacrifici delle eroine, dove le Baccanti invocavano Dioniso nella loro spasmodica danza, dove Agamennone trovava la propria morte e Medea la propria libertà, oggi gli attori si dilettano in scialbe commedie, cantando una favola dal lieto fine assicurato, fatta di inesauribile serenità e divertimento sfrenato.  

Eppure, sullo sfondo, la scenografia sembra raccontare una storia diversa: il paesaggio tradisce il copione di questa precaria messa in scena, uno scherzo di Aristofane per prendere in giro il turista medio che si lascia convincere dalle “vantaggiose” offerte delle agenzie di viaggi.  

A coloro che non si accontentano delle scarse informazioni stampate su una brochure, ma sanno osservare con lo sguardo curioso di chi desidera davvero conoscere, la Grecia può rivelare anche il più piccolo segreto che si cela in quella terra di giganti. 

Io non ci sono mai stata, in Grecia, e quel paesaggio non l’ho mai visto, però me l’ha raccontato il mio professore, che invece c’è stato spesso. Lui conosceva bene la Grecia, perché ci ha viaggiato, e l’ha esplorata a fondo. Infatti, esiste anche un secondo metodo per conoscere davvero un luogo: viaggiare, partire con la disposizione d’animo di chi vuole esplorare, scoprire, imparare. Il viaggiatore non prenota una vacanza, non cerca il piacere nel comfort di un hotel o nell’idromassaggio di una spa, ma scruta il mare con sguardo curioso, e silenziosamente se ne compiace, consapevole di essere in presenza dell’ignoto.  

Lui, il mio professore, era un viaggiatore, e diceva sempre che per trovare la vera essenza della cultura greca non basta affidarsi ai testi, ma bisogna cercare la risposta direttamente lì, tra quelle montagne, dove vi è una luce particolare, che rende nitidi i contorni del mondo e permette di “cogliere la segreta disciplina delle cose”.  

Per conoscere la Grecia, è necessario seguire le orme dei sandali di Ermes sul sentiero, e ripercorrere la stessa strada di quell’antico popolo che ha imparato a lavorare il terreno buono delle radure verdeggianti, a sfruttare le cime appuntite per difendersi dalle minacce esterne, e poi si è spinto oltre il limite, riuscendo a dominare il mare. 

“La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore, e portò le arti nel Lazio contadino” 

Orazio, prima lettera del secondo libro delle Epistole: il primo giorno di lezione il mio professore ci ha dettato questa frase, prima in latino, poi in italiano, perché, secondo lui, rappresentava il perfetto punto di partenza per comprendere appieno il valore di ciò che ci avrebbe insegnato su quei luoghi.  

I Romani, conquistatori del mondo, nel II secolo a.C. giungono con le loro navi sulle sponde dell’Ellade, riescono a superare le barriere naturali che proteggono i Greci, e si insediano in questi territori. Ma la grandezza della Grecia è tale che nemmeno la potenza militare romana è in grado di soggiogare quel popolo di pensatori: il fascino della cultura greca seduce il temibile straniero, e si mischia irrimediabilmente al sangue latino, segnando il destino del genere umano nei secoli a venire. 

Io non ci sono mai stata, in Grecia, ma me la sono fatta raccontare da coloro che recano sul viso le tracce indelebili dell’Ellade, e ho voluto credere alle loro parole. Penso sia per questo motivo che non ci sono mai stata: ho irrazionalmente, e razionalmente, paura di una possibile, insopportabile, delusione.  

Cosa accadrebbe se quella Grecia non esistesse più, come dicono in molti? Cosa succederebbe se la mia immaginazione si fosse veramente spinta troppo in là, perdendosi nell’idillio, ma non ci fosse nessuna avventura storica ad attendere il mio animo? Come mi sentirei, se scoprissi che nemmeno io riesco a percepire nell’aria la presenza del divino, a scorgere tra le rovine l’impronta del passato?  

Anni fa, mi è stato proposto di travestirmi da turista e andare a Corfù, vedere questa Grecia; mi è stato poi chiesto, recentemente, se volessi tornare a vestire i panni della viaggiatrice e visitare Atene per qualche giorno, conoscere finalmente quella Grecia: ho detto di no, entrambe le volte.  

Ho sempre sentito il richiamo di quei luoghi, l’ardente desiderio di sperimentare in prima persona quello che finora ho solamente ascoltato, studiato, raccolto sulla strada. Anche se di opportunità ne ho avute tante, però, non ho mai trovato il coraggio di coglierle, perché se avessero effettivamente ragione gli altri, quelli a cui non ho voluto credere, allora vorrebbe dire che esiste solo questa Grecia, quella turistica, economica, politica, quella modificata dal progresso, e che tutto il resto è stato irrimediabilmente cancellato dal tempo.  

Sarei costretta a dare ragione a loro, a decretare che l’Olimpo è crollato, che la mia amata letteratura è un insieme di menzogne, che il mio professore mentiva e che il paesaggio non parla, ma resta muto, che i Romani nel II secolo hanno vinto.  

Sarei costretta a crescere, a rinunciare per sempre alla bellezza del mito, ma io non mi sento ancora pronta a smascherare Omero; non sono pronta a camminare guidata da Ermes nel viaggio di ritorno verso una Grecia che non c’è più. 

eleonora.cecchini@studbocconi.it |  + posts
When I find something that particularly inspires me, I just write it down. The issue is that I find the whole world particularly inspiring.
BIG student
Writer, but also reader, traveller, philosopher, photographer...it depends on how much free time I have 😉
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