Il 30 aprile 1975 la città di Saigon cade nelle mani delle forze comuniste: così, dopo anni di brutali scontri, si conclude la Guerra del Vietnam. Una delle possibili spiegazioni circa la fine del conflitto identifica come causa principale il crescente sentimento antibellico della popolazione statunitense, alimentato dalle notizie e dalle immagini di morte che giungono continuamente dal fronte. Negli anni 70, un qualunque impiegato del Michigan si sveglia la mattina, sorseggia il suo caffè seduto in salotto su una comoda poltrona e, sfogliando il giornale, si ritrova davanti agli occhi, stampate nero su bianco, le fotografie dei corpi massacrati di quei soldati mandati a morire oltreoceano. Si potrebbe dunque concludere che siano proprio quelle foto a risvegliare lo spirito antimilitarista negli Stati Uniti, mostrando cosa sta succedendo davvero ai figli di quelle famiglie che hanno inizialmente supportato la campagna militare del proprio paese, dimenticandosi quanto l’uomo possa essere spietato sul campo di battaglia.
Mezzo di comunicazione libero e versatile, forma d’arte rivoluzionaria e ossessione perpetua dell’uomo moderno, la fotografia nasce esattamente con l’obiettivo di catturare la realtà e di restituirla all’essere umano nella sua più trasparente concretezza, come testimonianza diretta del suo presente e del suo passato. In un secolo sanguinario come il Novecento, caratterizzato da continui contrasti, lotte politiche e conflitti sociali, sono molti gli eventi che necessitano di essere conservati nella memoria collettiva e tramandati alle generazioni future come monito. In quell’atmosfera febbrile e tesa, mostrare i fatti in maniera oggettiva è forse l’unica soluzione a quell’ondata di violenza che sembra aver sommerso l’intera superficie terrestre. Ai fotografi viene chiesto di documentare ben due guerre mondiali, svariati conflitti in Asia e nel Medio Oriente, le guerre civili in Sudamerica e in Spagna, la dissoluzione della Jugoslavia: armati solamente di fotocamera, i fotoreporters accettano di indossare la divisa e di partire per il fronte insieme all’esercito, rischiando la vita per proteggere la verità.
Come Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, che nel 1945 si lancia con il paracadute da un aereo per fotografare l’attraversamento del Reno da parte delle truppe americane. Celebre fotografo di origini ungheresi, i suoi scatti fanno il giro del mondo, grazie anche alle continue pubblicazioni sulla rivista di fotogiornalismo Life, che dal 1936, sotto la direzione dell’editore statunitense Henry Luce, si occupa di “far vedere la vita, far vedere il mondo”. Nell’ottica di Capa, il primissimo e fondamentale compito del fotografo di guerra è quello di produrre contenuto, mentre la resa estetica dell’immagine passa decisamente in secondo piano; una foto deve essere prima di tutto buona, non bella, e per essere buona il soggetto deve necessariamente essere visto da vicino. Questo criterio si applica alla perfezione nell’immagine di un miliziano che cade a terra, colpito da un proiettile, durante la Guerra Civile spagnola, una foto scattata “per caso, senza guardare, con la fotocamera appoggiata sopra la testa”, ma che ha contribuito a consolidare la sua fama a livello globale.

I reportages di Capa si presentano al pubblico come perfette registrazioni del presente, senza alcun tipo di finalità artistica. Nonostante la sua ricerca mirasse a raggiungere una purezza radicale nella rappresentazione del reale, nel corso del Novecento si osserva una vasta gamma di approcci al fotogiornalismo di guerra, fondati su una visione precisa della realtà. Numerose sono le figure femminili che scelgono di scendere in campo, in prima linea, per far sentire la propria voce e per raccontare la Storia attraverso il proprio sguardo, carico di una sensibilità nuova, rompendo gli schemi socioculturali che pongono un limite alla loro libertà d’azione e d’espressione all’interno di una dimensione apparentemente democratica. Non è un caso che, in questi anni saturi di violenza, sia proprio la democrazia ad essere il punto focale dell’attività di fotogiornalisti del calibro di Margaret Bourke White, fotoreporter americana per Life e prima straniera a cui viene concesso di scattare nell’Unione Sovietica. Secondo White, è solamente mostrando alla gente la più cruda realtà che diventa possibile evocare nuovamente un senso di solidarietà collettiva, sensibilizzare le giovani menti, e sperare di riportare la pace. Il tutto in un periodo storico in cui l’amore per la guerra ha preso il sopravvento sul sogno di una società libera e giusta, progetto momentaneamente accantonato per investire risorse in eserciti, armi e munizioni. In tali circostanze, la fotografia costituisce lo strumento perfetto per salvare quell’idea di democrazia che si sta lentamente sgretolando sotto il peso dei carrarmati, essendo essa stessa una fonte d’informazione universalmente accessibile.

Le immagini vengono stampate in copertina, o esposte sulle pareti di una sala, così che tutti, almeno in teoria, possano fruirne in ogni momento e in ogni luogo, senza limitazioni. Il soggetto è lo stesso, le chiavi di lettura potenzialmente infinite: questa straordinaria polisemia corrisponde forse all’origine di ogni conflitto morale e politico che il fotografo di guerra si trova quotidianamente a dover affrontare. Un campo minato, città bombardate, bambini che piangono senza più una famiglia; ciascuna di queste immagini potrebbe essere utilizzata dalle istituzioni al potere come inno di battaglia per rinvigorire gli animi dei propri soldati e spronare l’esercito ad attaccare ancora, con più forza, trasformandosi in una fonte di propaganda gratuita per la guerra, non contro di essa. Se da un lato sono i leaders degli stati a snaturare completamente l’attività del fotoreporter, dall’altro c’è il rischio che sia la società stessa a stigmatizzare il frutto del suo impegno, sollevando critiche circa il suo valore etico: perché non aiutare le persone che stanno morendo di fronte ai suoi occhi, piuttosto che fotografarle?
Costretto a lavorare in queste condizioni avverse, il destino del fotografo sembra ridursi a due possibili scenari: cedere alla pressione politica di chi vorrebbe usare le sue foto per fomentare l’istinto bellico della propria nazione, o dare priorità a un comune codice morale e intervenire, senza ottenere alcun risultato. Se il fotoreporter decide di svolgere questa professione, mettendo consapevolmente a repentaglio la propria vita, però, non lo fa per essere accettato dai canoni di una società ipocrita, che si scandalizza di fronte ad un uno scatto giudicato immorale, ma allo stesso tempo continua a promuovere altra violenza. Robert Capa muore in Vietnam nel 1954, calpestando una mina antiuomo nel tentativo di fotografare una colonna di soldati; la sua compagna, Gerda Taro, ha 27 anni quando viene travolta da un carrarmato in Spagna, dove si reca con Capa per un reportage sulle atrocità della Guerra Civile. Uomini come Capa, donne come Taro, di fronte a questo bivio compiono una scelta diversa, ignorando le critiche e rifiutandosi di accettare passivamente l’esistenza della violenza, rivendicando la vera natura della propria missione: documentare l’orrore del mondo, per dimostrare alla gente che la guerra può essere avvincente, gloriosa e affascinante solamente se si rimane lontani.
“La verità è l’immagine migliore, la miglior propaganda” -Robert Capa
When I find something that particularly inspires me, I just write it down. The issue is that I find the whole world particularly inspiring.
BIG student
Writer, but also reader, traveler, philosopher, photographer...it depends on how much free time I have 😉
