L’Italia ha attraversato, tra il 25 luglio 1943 e il 25 aprile 1945, uno dei periodi più duri, forse il più difficile della sua storia secolare. Faccio fatica a ricordare un momento più drammatico di quando l’Italia, in seguito alla caduta del fascismo, venne abbandonata a sé stessa. La guerra era ormai persa: il capo del governo, Pietro Badoglio, firmò l’armistizio con gli Alleati, mentre il re Vittorio Emanuele III fuggì da Roma verso Brindisi, lasciando l’esercito italiano allo sbando. La penisola era divisa dalla Linea Gustav: a nord, il controllo era nelle mani dei nazisti e della Repubblica Sociale Italiana; a sud, gli Alleati avevano già liberato il territorio.
Non voglio soffermarmi troppo sulla cronica storica, ma lasciare che a parlare sia la musica. La guerra, la Resistenza, la memoria: sono tutti temi centrali nel repertorio dei cantautori del Novecento, che in molti casi hanno raccontato proprio questo periodo attraverso le loro canzoni.
Io ho scelto di ricordare la Liberazione attraverso tre brani di un autore che è stato, oltre che uno dei più grandi cantautori italiani, ma anche un abile e profondo narratore della Seconda Guerra Mondiale in Italia: Francesco De Gregori.
Generale
La prima canzone che ho scelto non poteva che essere la celebre Generale, una delle canzoni più famose e più belle della discografia di De Gregori, che apre il disco De Gregori del 1978. Generale non è una semplice canzone: Generale è un po’ un film neorealista, ma anche un romanzo di guerra o un quadro di Fattori. Al suo interno, come l’autore stesso ha dichiarato, si trovano echi di Addio alle armi di Hemingway, ma anche di La Grande Guerra di Monicelli o di Orizzonti di gloria di Kubrick. Il brano nasce in un momento particolare: Dopo un anno lontano dal mercato discografico, arricchito da nuove influenze letterarie e culturali, sente però il richiamo della musica e torna a scrivere. Il suo ritorno è come quello del soldato protagonista della canzone: Generale diventa così una metafora del ritorno, della fine del viaggio.
Pur non parlando esplicitamente del 25 aprile, né riferendosi a una guerra specifica—anche se è diffusa l’interpretazione che richiami la Prima Guerra Mondiale—il messaggio della canzone è universale. Quello che conta è che De Gregori lancia un messaggio d’amore, ma senza farlo direttamente: il cantautore non ci dice di non fare la guerra, né la descrive come qualcosa da ripudiare, non utilizza nemmeno melodie o arrangiamenti strappalacrime. L’intenzione dell’autore è quella di raccontarci una storia, attraverso immagini semplici e reali, che intendono farci riflettere su cosa è stata realmente la guerra: la realtà di molte contadine, che videro partire i loro figli dalle colline con in braccio un fucile (E in mezzo al prato c’è una contadina / Di cinquant’anni e di cinque figli / Venuti al mondo come conigli / Partiti al mondo come soldati / E non ancora tornati). La guerra fu la realtà di treni affollati di persone che non facevano fermate e di soldati innamorati di infermiere con cui condividevano il dolore e la speranza di tornare presto a casa (Lo vedi il treno che portava al sole? / Non fa più fermate, neanche per pisciare / Si va dritti a casa senza più pensare / E a farci fare l’amore / L’amore dalle infermiere).
Nel passo seguente De Gregori racconta la speranza delle persone, la bellezza della semplicità della vita: il nemico è sconfitto e ora si festeggerà di nuovo il Natale in famiglia e con questo i bambini torneranno a piangere perché non vogliono andare a dormire (Il nemico è scappato, è vinto, è battuto / Dietro la collina non c’è più nessuno / Solo aghi di pino e silenzio e funghi / Buoni da mangiare, buoni da seccare / Da farci il sugo quando viene Natale / Quando i bambini piangono / E a dormire non ci vogliono andare).
Sembra tutto bello vero? La guerra è bella anche se fa male, canta lo stesso De Gregori. Eppure, la realtà è un’altra: il treno ora è mezzo vuoto, tanti sono morti, non torneranno a casa. La guerra è questo: perdita, assenza, silenzi. Sembra quasi che l’autore sfidi gli ascoltatori a romanticizzare la guerra che è anche la perdita dei figli, il treno affollato, la collina ormai vuota. Francesco De Gregori chiude il pezzo celebre con un tricolon di speranza che addolcisce una canzone tanto amara: Tra due minuti è quasi giorno / È quasi casa, è quasi amore.
San Lorenzo
Cadevano le bombe come neve / il 19 luglio, a San Lorenzo. Le prime due strofe del brano San Lorenzo, outro dell’album capolavoro Titanic del 1982, sicuramente tra i suoi dischi più riusciti, ci offrono immediatamente il contesto della canzone: È il 19 luglio 1943, giorno del primo bombardamento su Roma, che colpì duramente il quartiere proletario di San Lorenzo, causando oltre 1.500 morti, in gran parte civili. Sei giorni dopo, Mussolini verrà arrestato e il regime fascista cadrà.
Anche qui, De Gregori non vuole essere sdolcinato, al contrario, ha la capacità di raccontare un momento così drammatico sempre con una scintilla di ottimismo, già presente anche in Generale. Tra le immagini più struggenti, quella dell’uomo che raccoglie la sua stessa mano dalle macerie. Il ritornello di San Lorenzo lancia un egual messaggio di speranza: Ritornerà la pace ed il burro abbonderà / Andremo a pranzo la domenica fuori porta, a Cinecittà / Oggi pietà l’è morta, ma un bel giorno rinascerà / E poi qualcuno farà qualcosa, magari si sposerà. Le immagini usate da De Gregori sono potentissime e raccontano nuovamente una realtà semplice, umana, che la guerra ha portato via, ci ha sottratto e di cui sentiamo la mancanza. In guerra non si va più a cena fuori a Cinecittà, non ci si sposa, e il burro, simbolo dell’abbondanza, manca. E, in quel Pietà l’è morta, celebre canto partigiano, utilizzato nel brano come narrazione della speranza, l’autore ci ricorda che la pietà è scomparsa durante la guerra, ma un giorno—presto o tardi—rinascerà: la pietà è persa in guerra, ma presto tornerà.
Nel testo non mancano riferimenti storici a fatti realmente accaduti. De Gregori cita il Verano, cimitero adiacente alla basilica di San Lorenzo, anch’esso gravemente danneggiato durante il bombardamento. Ancora più interessante è la seconda strofa, dedicata a Papa Pio XII, che fu l’unica figura istituzionale che andò a visitare il quartiere in macerie e a dare conforto alle persone (E il Papa la mattina, da San Pietro / Uscì tutto da solo tra la gente). De Gregori conosce bene la storia e sa che il Papa fu una figura controversa poiché prese, sia prima sia durante la guerra, scelte discutibili. Nonostante ciò, sceglie di descriverlo come un angelo con gli occhiali. L’autore ha motivato questa scelta riferendosi al fatto che ha voluto raffigurare il Papa come veniva visto dai romani, ossia come un ultimo punto fermo a cui aggrapparsi in mezzo al disastro
Dal punto di vista musicale, San Lorenzo è una canzone bellissima. De Gregori scrive una coda di pianoforte semplice ma profondamente emozionante; la definirei coinvolgente, per la sua capacità di trasportare l’ascoltatore nel luglio del ‘43. È interessante notare che San Lorenzo esce in un momento in cui sta cominciando a esplodere la tecnologia nella musica, la musica elettronica, ma, nonostante ciò, il cantautore romano rimane fedele a sé stesso e riesce ancora a darla vinta al mondo acustico.
Le storie di ieri
L’ultimo brano che ho scelto è semplicemente un capolavoro assoluto del cantautorato italiano: Le storie di ieri da Rimmel, 1975. Le storie di ieri è un pezzo meraviglioso in finger style, introdotto da un assolo di contrabbasso di Roberto Della Grotta e dal sax di Mario Schiano. Le storie di ieri è poesia pura, un testo ricco di metafore e momenti di intensità altissima, grazie anche alla musica, altrettanto poetica. È una canzone che, ogni volta che la ascolto, mi dà i brividi: tra le mie preferite in assoluto di De Gregori.
Da dove cominciare? Il testo non è semplice da interpretare, ma provo a offrirvi la mia interpretazione, ispirata da quella di Enrico Deregibus, biografo dell’autore. Le storie di ieri racconta di un padre, cresciuto durante il ventennio e che ha vissuto il fascismo come una speranza di rivincita per l’Italia dopo la Grande Guerra. Il brano è raccontato dal punto di vista del figlio, che, invece, coltiva un certo scetticismo verso i sogni del padre e guarda con crescente distanza e disillusione quel sogno. Le storie di ieri è un racconto autobiografico.
Mio padre ha una storia comune / Condivisa dalla sua generazione / La mascella al cortile parlava, la storia del padre è la storia di un’intera generazione, che ripose le sue speranze né la mascella, ossia il Duce, che parlava al cortile, ossia all’Italia. E il bambino nel cortile sta giocando, il bambino è il narratore che rimane, ingenuo, a giocare nel cortile convinto del sogno del padre. Il bambino, però, inizia a prendere consapevolezza, vede che i cavalli a Salò sono morti di noia, e che forse il sogno del padre è una grande bugia (Mussolini ha scritto anche poesie / I poeti che brutte creature / Ogni volta che parlano è una truffa). Il figlio si sta emancipando, sta diventando una nave pirata per il padre, che invece De Gregori definisce un ragazzo tranquillo / convinto di avere delle idee. Idee che, in fondo, non sono sue: sono il frutto di una propaganda martellante, più che di un vero pensiero critico.
Il brano prosegue, il fascismo è caduto, ma è rimasta una scritta nera sopra il muro davanti casa mia: con questa metafora l’autore si riferisce alla nascita del Movimento Sociale, partito della Prima Repubblica nato dalle macerie del fascismo. Non a caso, prosegue, la scritta dice che il movimento vincerà / i nuovi capi hanno facce serene / e cravatte intonate alla camicia. Queste ultime due strofe sono provocatorie verso il leader del partito, Giorgio Almirante, che ha la faccia serena, e non fa più i conti con il passato, come se la dittatura in Italia non ci fosse mai stata.
Il finale è poetico ed evocativo: Ma il bambino nel cortile si è fermato / Si è stancato di seguire aquiloni / Si è seduto tra i ricordi vicini, rumori lontani / Guarda il muro e si guarda le mani. Basta giocare, il bambino è cresciuto, ha lasciato il cortile e gli aquiloni, è arrivata la consapevolezza tra i ricordi vicini. Il bambino non sogna più con suo padre, ora si guarda le mani e probabilmente pensa che con quelle potrà cancellare la scritta nera e scrivere una nuova pagina di storia, scrivere Le storie di domani.
Ciao tutti, sono Giulio, vengo da Torino e sono uno studente del Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza (CLMG) dell'Università commerciale Luigi Bocconi. Ho scelto di intraprendere quest'avventura nel mondo della scrittura perché credo di essere un ragazzo curioso, e ed è ciò che mi contraddistingue. Questa curiosità è il motore che mi spinge ogni giorno a vivere sempre di cose diverse che spero di raccontarvi nella maniera più appassionata possibile. Scriverò con il cuore dei miei argomenti: musica, sport, politica, cinema e qualsiasi altra cosa che mi smuova dentro.
