30 April 2026 – Thursday
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Storie in musica 1: il tradimento di Bob Dylan 

Le camminate al freddo con i vestiti leggeri e bagnati dalla pioggia, le melodie poetiche con la chitarra elettrica e la straordinaria capacità di parlare ai giovani ed entrare nei loro cuori da tante e diverse generazioni. Bob Dylan è stato tutto questo e molto altro ancora. Dal 23 gennaio, il poeta del North Country rivive grazie all’interpretazione magistrale di Timothée Chalamet e alla regia di James Mangold nel biopic candidato agli Oscar A Complete Unknown

Il film è già un successo, merito sicuramente della capacità di Chalamet di calarsi totalmente nel personaggio di Dylan, frutto di un intenso percorso di studio della musica durato cinque anni. Un altro motivo è da ricercare nel fatto che i giovani della mia generazione si ritrovano ancora oggi nei testi, nelle parole e nella musica del cantautore americano. La poetica di Dylan affronta temi universali come lo smarrimento, l’incertezza del futuro, la guerra, l’amore, tutti argomenti ancora attuali. 

A Complete Unknown è un film importante perché, oltre ad avvicinare un vasto pubblico a una voce generazionale, racconta un pezzo di storia che ha cambiato per sempre la musica: il giorno in cui Bob Dylan ha preso la chitarra elettrica.  

Nato Robert Allen Zimmerman nel 1941 a Duluth, Minnesota, Bob Dylan è un giovane appassionato di musica folk popolare e con poca voglia di studiare. Dopo un anno di college, abbandona l’Università del Minnesota per trasferirsi nel 1961 a New York, più precisamente nel quartiere del Greenwich Village, che diventerà in quegli anni la casa della Beat Generation e della musica americana.  

Dopo un anno, Dylan cambia nome in Robert Dylan e, dopo numerose esibizioni nei locali del Village, firma il suo primo contratto con la Columbia Records, con la quale registra il suo primo disco, Bob Dylan, nel 1962, un album composto prevalentemente da cover della tradizione folk americana, con l’aggiunta di due inediti. L’album viene aspramente criticato, ma fortunatamente a prendere le sue difese ci sono il celebre musicista country Johnny Cash e Albert Grossman, nuovo agente di ‘Bobby’ con cui lavorerà fino agli anni Settanta.  

Nel 1963 Bob Dylan pubblica The Freewheelin’ Bob Dylan, uno dei più importanti dischi della storia della musica, e il primo a renderlo celebre. Il disco fotografa il clima sociale, culturale e politico degli anni ‘60, in particolare il terrore della Guerra Fredda che sconvolgeva gli Stati Uniti d’America. Dylan dà vita a un capolavoro che unisce musiche folk e blues popolari a testi di protesta come Blowin’ In The Wind e Masters of War, canzoni d’amore come Don’t Think Twice, It’s All Right e Girl from the North Country, o ancora brani ironici e taglienti come Talkin’ World War III Blues e I Shall be free. The Freewheelin’ consacra Bob Dylan come la nuova figura dominante nel folk americano, anche grazie al suo debutto sempre nel 1963 al Newport Folk Festival. Degna di nota è anche la copertina del disco, dove Dylan cammina per le strade del Village con la fidanzata dell’epoca, Suze Rotolo, pittrice newyorkese che sarà poi rimpiazzata dalla cantautrice Joan Baez.  

Negli anni successivi, Bob Dylan e Joan Baez diventano personaggi di rilievo nel movimento per i diritti civili, esibendosi durante la storica Marcia su Washington. Entrambi tornano sul palco di Newport nel 1964 e cantano insieme It Ain’t Me, Babe oltre che diverse canzoni tratte dai nuovi dischi di Dylan: con The Times They Are A-Changin’ Dylan crea il primo disco interamente composto da tracce originali, e con Another Side of Bob Dylan ripropone le atmosfere popolari che lo hanno reso noto al grande pubblico.  

Nel 1965, di ritorno da un tour in Inghilterra, Dylan è stremato. In appena 3 anni ha già pubblicato 4 dischi, è passato da cantare per una manciata di persone a girare per tutta Europa in tour, con un pubblico pagante e un repertorio di brani già degno dei grandi maestri. Dylan ha solo 24 anni e sembra aver già finito le cose da dire, ma non è così. La sua grandezza è stata sempre quella di riuscire a reinventarsi, reinventando di conseguenza il panorama musicale. 

Il 25 luglio 1965, Bob Dylan ritorna sul palco del Newport Folk Festival indossando jeans, stivali e una giacca in pelle nera. Collega la sua Fender Stratocaster all’amplificatore e, sulle note del capolavoro Maggie’s farm, fa rumoreggiare la costa di Newport come mai prima d’ora. Il momento più iconico del concerto viene raggiunto con il classico Like a Rolling Stone, capolavoro assoluto che racconta, con un lungo monologo, la condizione della sua generazione, smarrita e senza un futuro.  

La stessa condizione di Dylan che si trova intrappolato a scrivere l’ennesimo disco folk, senza potersi rinnovare. Dylan si sente come una pietra che rotola, non sa dove andare né se si fermerà. Forse in quel momento non lo poteva ancora immaginare, ma stava cambiando per sempre la musica, trasformando il rock nel genere di punta di una generazione intera, conservando comunque le tonalità blues, l’armonica e i testi che continuano a essere delle pietre miliari della letteratura. Bob Dylan “alla fattoria di Maggie” non ci lavora più, adesso è diventato una rockstar.  

In realtà, il pubblico del festival non accolse con favore la svolta radicale di Dylan: il rock era sempre stato visto come il genere radiofonico della musica, non certo come quello della lotta per i diritti civili. Il New York Times scrisse che Dylan aveva compiuto “la peggiore delle eresie”. Secondo alcuni racconti, Pete Seeger, da sempre idolo di Dylan e tra i più grandi folkman di sempre, provò a tagliare i cavi con un’ascia. Lo sgomento fu tale da ricordare l’evento come “il Tradimento” della voce più iconica e ribelle della controcultura.  

Eppure, Dylan in quel famoso 25 luglio dimostrò a tutti di essere un genio assoluto della musica. Pubblicò quello stesso anno due dischi: Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited. Il primo segna la svolta al folk-rock, contiene ancora una buona parte di brani acustici. Il secondo, invece, è probabilmente il più grande capolavoro di Dylan, un disco rivoluzionario composto da nove tracce, otto delle quali di puro rock elettrico e rumoroso, come rumorose sono le parole utilizzate dall’artista per trattare temi come la ribellione e il disprezzo del successo. Una citazione degna di nota è la seguente: “I need a dump truck, mama, to unload my head” (“Ho bisogno di un camion dell’immondizia per svuotare la mia testa”).  

A chiudere il disco una poesia acustica, Desolation Row, nella quale Dylan immagina un mondo dominato dal male e dal caos, forse non troppo lontano dai nostri giorni. Anche il titolo è emblematico: la Highway 61 è l’autostrada che collega il Minnesota, casa natale di Dylan, alla foce del Mississippi, dove la musica americana tradizionale affonda le sue radici. Dylan percorre ancora questa strada, ma la rivisita: la tradizione non è morta, ma rinnovata. Dylan unisce il vecchio al nuovo, i capolavori del passato con il sound del futuro.  

Dylan chiuderà la svolta elettrica con l’ultimo della trilogia: Blonde on Blonde consacra Dylan come rockstar indiscussa. Ma, il periodo elettrico di Dylan dura solo un anno, probabilmente il successo lo aveva già annoiato. Ma Dylan sarà ancora in grado di reinventarsi, ritornando all’acustico in maniera diversa, e dando vita nel 1975 all’ennesimo capolavoro: Blood On the Tracks.  

Il rock di Dylan segna la musica rock degli anni a venire. I Beatles in Rubber Soul prendono come riferimento Highway 61, i Rolling Stones si chiameranno in suo onore, e Bruce Springsteen lo definirà “la voce più forte che abbia mai sentito.” 

Bob Dylan è diventato il genio che tutti conosciamo seguendo solo la sua strada, facendo la musica a modo suo, a ruota libera, come ci ha sempre detto, già dal 1962, The Freewheelin’ Bob Dylan.  

giulio.bichiri@studbocconi.it |  + posts

Ciao tutti, sono Giulio, vengo da Torino e sono uno studente del Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza (CLMG) dell'Università commerciale Luigi Bocconi. Ho scelto di intraprendere quest'avventura nel mondo della scrittura perché credo di essere un ragazzo curioso, e ed è ciò che mi contraddistingue. Questa curiosità è il motore che mi spinge ogni giorno a vivere sempre di cose diverse che spero di raccontarvi nella maniera più appassionata possibile. Scriverò con il cuore dei miei argomenti: musica, sport, politica, cinema e qualsiasi altra cosa che mi smuova dentro.

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