6 May 2026 – Wednesday
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Anestesia pura: alla ricerca del dolore 

Felici e appagati, abbiamo tutto ciò che ci serve e, se qualcosa sembra mancarci, basta un click per trovarci il corriere sotto casa in attesa della consegna del pacco. In una società che ha fatto della gratificazione immediata la sua regola, non c’è spazio per la tristezza—e se affiora, un nuovo acquisto basterà a colmarne il vuoto, regalandoci l’illusione di una felicità perpetua. Ma in questa corsa incessante verso il soddisfacimento istantaneo, abbiamo smarrito la capacità di confrontarci con la sofferenza, fino a renderla un’esperienza sempre più distante, quasi estranea.

Tuttavia, nel tentativo di allontanare il dolore dalle nostre vite, ci stiamo sempre più privando di uno strumento essenziale per sentirci vivi. Sono proprio le esperienze più difficili, le persone che ci segnano e i fallimenti che ci feriscono a rivelarci la nostra profondità, rendendoci consapevoli di noi stessi e delle nostre emozioni.

A offrire un’interessante chiave di lettura su questa necessità è il filosofo tedesco Hegel che, nella Fenomenologia dello spirito (1807), presenta il dolore non come un ostacolo, bensì come motore della formazione e della crescita autentica. Attraverso il processo dialettico, lo Spirito si confronta con la contraddizione e, grazie al conflitto interiore che ne deriva, trova la spinta per evolversi, formarsi e diventare “assoluto”, ossia pienamente consapevole di sé. La negatività non è quindi un limite, ma uno strumento essenziale per il divenire e lo sviluppo. 

Eppure, nella nostra società imperversa una sempre più pronunciata algofobia, la paura del dolore che ci porta a evitarlo a ogni costo, anestetizzando la nostra stessa esistenza.

In nome della positività e dell’efficienza, tendiamo a evitare qualsiasi circostanza dolorosa, riducendo sempre più lo spazio per il confronto e il conflitto. Il filosofo sudcoreano Byung-chul Han in “La società senza dolore” descrive questa condizione come l’avvento di una società palliativa, in cui il crescente bisogno di prestazione, efficienza e ottimizzazione ha trasformato il dolore in un sintomo di debolezza da nascondere ed eliminare. In un mondo dominato dalla logica del tutto e subito, la passività della sofferenza non ha più posto: chi soffre viene percepito come inadeguato, incapace di adattarsi alla corsa verso il successo.

Ma questo stesso dispositivo della felicità innesca un pericoloso meccanismo di frammentazione sociale. Se la realizzazione personale diventa una responsabilità individuale, anche la sofferenza viene ridotta a una questione privata, isolata da qualsiasi contesto collettivo. In questa logica individualista, l’insoddisfazione non è più ricondotta alle contraddizioni di un sistema competitivo e diseguale, ma viene percepita come una colpa personale, un proprio fallimento. Così, chi è tormentato da paura o insicurezze non mette in discussione la società, bensì sé stesso. Il pensiero positivo è diventato la retorica perfetta per mantenere l’ordine: mentre il mercato del lavoro è in continuo tumulto e molte persone si trovano sull’orlo del baratro, a loro viene detto che tutto dipende dalla forza di volontà, che “dandosi da fare tutto è possibile”. In questo modo, come suggerisce Byung-chul Han, la disperazione individuale sostituisce la contestazione collettiva. 

Le manifestazioni patologiche di questa società della stanchezza—ansia, burnout, depressione—non vengono più lette come segnali di un sistema opprimente, bensì come colpe individuali, sintomi di un soggetto che non è stato abbastanza performante. In questo modo, il dolore viene isolato e privatizzato, impedendo qualsiasi consapevolezza collettiva della sua origine strutturale. 

Mentre nel passato il dolore ha avuto una dimensione narrativa, dalla tragedia greca fino alla letteratura moderna, l’anestesia generale della società ha fatto sparire ogni tipo di poetica e narrazione. A questo continuo processo di internalizzazione dei sentimenti che rallentano la nostra produttività, si è affiancata una crescente vergogna e difficoltà a parlare di sé stessi e dei propri malesseri interiori. L’anestesia scaccia l’estetica del dolore e la società palliativa ci impedisce di renderlo raccontabile. La sofferenza contemporanea, isolata dalla fantasia estetica e privata del linguaggio, è ora una pura questione di tecnica medica. A prendere il racconto sono loro: gli analgesici

“Sulla soglia dell’eternità” (1890) – Vincent van Gogh 

Mentre farmaci, antidolorifici e antibiotici alleviano anche i disagi più effimeri, i videogiochi e il sovraccarico di immagini in rete banalizzano la violenza, assuefacendoci a una realtà sempre più anestetizzata. Esposizione dopo esposizione, la nostra soglia di sensibilità si abbassa, costringendoci a una passività crescente, tipica dello spettatore che tace e osserva senza più reagire. 

La quantità di stimoli visivi è tale da rendere difficile un’adeguata elaborazione cognitiva tanto da ridurre le tragedie della contemporaneità a statistiche di morti, come accaduto durante il coronavirus. Il distanziamento sociale non solo ha rafforzato la perdita di empatia, ma si è anche trasformato in un distanziamento mentale in cui l’altro – parente o estraneo – è diventato potenziale minaccia da cui prendere le distanze. 

Ma la carenza di una narrativa della sofferenza è evidente anche nell’arte, che ha ormai perso la sua natura contemplativa per trasformarsi in oggetto di consumo. Sottoposta a un processo di mercificazione sempre più pervasivo, l’arte è diventata un’industria in cui gli operatori culturali sono costretti a conformarsi alle logiche di mercato per poter vendere il proprio prodotto. Gli stessi artisti sono spinti a imporsi come marchi, diventando riconoscibili e vendibili, adattandosi alle richieste dei collezionisti piuttosto che esprimere una visione indipendente. 

In questo scenario, la cultura stessa si piega alle esigenze del consumo: i prodotti artistici non solo vengono assorbiti dal mercato, ma il confine tra opera d’arte e bene di consumo si dissolve sempre più. L’espressione artistica non è più un territorio autonomo con una propria logica interna, ma diventa funzionale all’estetica del consumo, servendo a intrattenere, compiacere e generare consenso. 

“I Shop Therefore I Am” (1987) – Barbara Kruger 

Nell’epoca moderna, in cui il dolore è relegato a una questione privata e la sua narrazione è assente, i nostri recettori diventano così sensibili da farci sentire più fragili. È proprio il rifiuto del dolore, a renderci vulnerabili alla sofferenza e sempre più ipersensibili. Le crescenti aspettative nei confronti della medicina fanno sembrare insopportabili persino i fastidi più insignificanti.  

Come suggerisce Byung-Chul Han, il dolore intensifica la percezione di sé tanto da spiegare l’aumento dei comportamenti autolesionistici. La sofferenza, diventata un’ancora di realtà, è riprodotta artificialmente anche attraverso sport estremi e comportamenti a rischio. La società palliativa, nel suo paradosso più estremo, finisce così per generare nuove forme di estremismo. In un mondo dove tutto è reso innocuo e tollerabile, droghe, violenza, orrore diventano gli ultimi strumenti capaci di risvegliare un’esperienza dell’io, sempre più assopito nella sicurezza e nel comfort. 

In una società che ha fatto dell’efficienza e della velocità i suoi valori supremi, il dolore è diventato ostacolo all’auto-realizzazione. Tuttavia, nel tentativo di allontanarlo dalle nostre vite, ci stiamo privando non solo di uno strumento di contatto con il prossimo, ma anche di un’importante componente della nostra sensibilità. Stiamo dimenticando che è proprio attraverso la sofferenza che possiamo entrare in contatto con le nostre corde più profonde, comprendere noi stessi e crescere.  

Oggi, più che mai, in un mondo anestetizzato dalla retorica della positività, siamo chiamati a riscoprire il valore della sofferenza, a non respingerla ma ad accoglierla e ascoltarla quando si manifesta. Se il dolore è parte integrante della nostra umanità, siamo davvero sicuri che eliminarlo sia la strada giusta? E soprattutto, siamo davvero disposti a rinunciare alla profondità della vita solo per il timore di soffrire? 

luigi.marsero@studbocconi.it |  + posts
I'm a student in Bocconi-HEC Paris BIG program with a deep passion for contemporary art. Over the past two years, my writing experience at a local newspaper enabled me to earn registration in the Order of journalists (list of "pubblicisti" of the Piedmont) and I’m eager to continue writing and expanding my knowledge. I enjoy sharing my passions, learning from mistakes and continuously improving.
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