Era il 15 aprile 1874 quando una trentina di artisti, esclusi dal Salon ufficiale di Parigi, decise di riunirsi nello studio del “visionario” fotografo Felix Nadar e di esporre in quel luogo alternativo i propri quadri: una collezione di 165 opere caratterizzate da colori brillanti, contorni sfocati, pennellate rapide, soggetti evanescenti. La rappresentazione di un’impressione, l’impressione di un attimo.
“Impressione, ne ero sicuro. E poi mi dicevo, visto che sono impressionato, deve esserci dell’impressione… e che libertà, che facilità nella resa! La tappezzeria allo stato embrionale è ancor più finita di quella marina!”
Queste sono le parole che Louis Leroy, giornalista e critico d’arte francese, usò in un suo articolo per descrivere il dipinto “Impression, soleil levant” di Claude Monet, e allo stesso tempo per deridere tutti quei giovani intraprendenti che avevano tentato di dare una nuova definizione all’arte, cercando nuove forme per esprimere le proprie idee e discostandosi progressivamente da quelli che erano considerati essere gli “insormontabili canoni classici”. Ma il tempo è galantuomo, e infatti è proprio grazie a questa sua aspra critica che Leroy viene principalmente ricordato oggi; non per aver collaborato con i più importanti giornali parigini del tempo, né tantomeno per i suoi dipinti, ma per aver contribuito a dare una struttura a questo gruppo di artisti, assegnando loro un nome, un’identità: impressionisti.
Una pittura estemporanea che si crea intorno a ciò che l’occhio vede, a ciò che la mente dell’artista percepisce, la trasposizione sulla tela di una pura e fugace impressione visiva, fatta di luce, colore, di un certo grado di libertà che si esprime nell’assoluta assenza di schemi, di contorni nitidi, di una precisione forzata. Tutto questo viene definito sotto l’etichetta “arte impressionista”, che proprio quest’anno compie 150 anni. Per l’occasione, il 19 marzo è stata inaugurata la mostra “Cézanne/Renoir: capolavori dal Musée de l’Orangerie e dal Musée d’Orsay”, che raccoglie nei locali del Palazzo Reale di Milano ben 52 opere di questi due artisti, annoverati tra le più grandi personalità di spicco nella scena artistica della Parigi di fine Ottocento.

Ma da dove nasce la scelta di accostare le opere di Pierre-Auguste Renoir, il pittore della gioia e del divertimento, amato e ammirato negli ambienti tipicamente frequentati dalla borghesia parigina del tempo, agli spigolosi soggetti di Paul Cézanne, la cui ricerca artistica, fatta di rigore e geometria, costituisce un ponte fra post-impressionismo e cubismo? Che cos’hanno in comune queste due figure?
Probabilmente, su un piano prettamente stilistico, molto poco, a parte il fatto di aver partecipato entrambi alla mostra del 1874, contribuendo a dare vita alla corrente impressionista, e di aver profondamente influenzato le nuove generazioni di artisti. Basta mettere a confronto le loro opere con “Grande nature morte” e “Grand nu à la draperie”, i due quadri di Pablo Picasso che trovano posto all’interno della mostra accanto a quelli di Cézanne e Renoir, per avere un’idea di quanto il loro impatto sia stato fondamentale per lo sviluppo dell’arte moderna.
Da loro i giovani pittori esordienti, tra i quali, per l’appunto, spicca il nome di Picasso, hanno avuto modo di osservare e apprendere la capacità di giocare con il colore e con le forme, il desiderio di sperimentare, di sfidare le leggi che regolano i corpi, di disintegrare qualunque paradigma. Questo è ciò che rende simili Renoir e Cézanne: non la tecnica, ma il fine, l’ideale che si nasconde dietro alla tele, lo spirito che muove la mano che regge il pennello.
Una “comunione di intenti”, la loro, che li lega indissolubilmente prima come persone, e poi come artisti, attraverso quel rapporto di amicizia instauratosi agli albori delle loro carriere, grazie ai frequenti contatti e ai continui scambi di idee intrattenutisi negli atelier e nei cafè parigini. Un’amicizia che li portò a influenzarsi in maniera reciproca durante tutta la loro vita, anche quando Cézanne decise di allontanarsi da Parigi e di provare ad andare oltre le semplici impressioni, per cercare la profonda essenza della natura, trattandola “attraverso il cilindro, la sfera ed il cono”.
Ad unirli nel loro lavoro, invece, oltre alla scelta di temi come quelli del nudo, del paesaggio e della natura morta, affrontati da ciascun artista in maniera assolutamente personale, era la comune volontà di scardinare l’arte dalle regole e dagli schemi prefissati, di fare della propria attività artistica una ricerca continua, il cui unico obiettivo non era la rappresentazione di una realtà perfetta, ma la scoperta di una dimensione nuova, che fosse l’espressione più nitida e diretta di una realtà vera, quella nascosta nel cuore e nella mente dell’artista stesso.
Quest’esposizione, a mio parere una vera e propria celebrazione dell’Impressionismo, passa in rassegna i maggiori capolavori di Renoir e Cézanne, con lo scopo di cogliere i punti d’incontro nel percorso di due pittori che sembrano viaggiare in direzioni del tutto opposte. Camminando tra queste sale, infatti, ci si rende conto di come, in fondo, questi artisti, seppur così diversi l’uno dall’altro nel modo di concepire l’arte e di guardare il mondo, non fossero “nient’altro” che due uomini geniali, i quali, ciascuno secondo la propria sensibilità e seguendo la propria indole, stavano puntando allo stesso obiettivo: innovare completamente l’arte.
