1 April 2026 – Wednesday
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Edvard Munch: psicanalisi su tela dell’angoscia esistenziale

In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro. Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore. Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore.

Corre l’anno 1893. Ci troviamo in Norvegia, a Oslo; un uomo cammina su una lunga strada, insieme a due compagni. Il sole, che fino a poco prima brillava alto nel cielo, ora scende lentamente sul fiordo, tingendone la superficie di un rosso incandescente che risalta sullo specchio d’acqua verdastro. In quel tramonto, la natura improvvisamente cambia forma: il fiordo diventa un fiume di sangue, il cielo prende fuoco, e un grido risuona nell’aria. Un urlo infinito che pervade l’anima e la squarcia, liberando all’esterno tutta l’angoscia, il disagio, la malinconia. Dei tre uomini, uno soltanto ha l’udito talmente raffinato da cogliere quel grido straziante, e si ferma a guardare, rimanendo indietro. Infinitamente solo, minuscolo e impotente, non può che assistere, inerme, al tragico spettacolo del mondo che si rivela ai suoi occhi per quello che è: un labirinto di dolore e follia. 

In quel paesaggio lacerato l’uomo, rappresentante solitario di un’umanità che vive nella sofferenza, riconosce sé stesso: nei flutti rossastri egli vede riflessi i moti della sua psiche, e la natura diventa l’immagine fedele del suo stato d’animo. Un animo inquieto, tormentato da mille quesiti: che cos’è la paura? Cosa la morte? Cosa l’amore? Come si distingue un’anima fatta a brandelli dalla vita da una perfettamente sana, se esse sembrano esattamente identiche viste da fuori? Si può essere davvero “perfettamente sani”, oppure la salute è solo una condizione apparente, sintomo della superficialità di quegli uomini che non si interrogano sulla ragione dell’esistenza delle cose? 

Secondo il pittore norvegese Edvard Munch, l’arte è l’enciclopedia in cui è possibile trovare la risposta a tutte queste domande. L’uomo attinge a quest’inesauribile fonte di conoscenza ogni qualvolta sente il bisogno di indagare la realtà, tanto quella esteriore, quanto la dimensione più segreta e nascosta della propria interiorità. In questo modo la pittura da semplice tecnica decorativa viene elevata ad uno status quasi metafisico: il pennello e il colore diventano strumenti di psicanalisi, utilizzati per trasferire i sentimenti più profondi sulla tela. 

Attivo principalmente negli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900, Munch è comunemente considerato uno dei padri fondatori dell’espressionismo, nonché uno dei maggiori esponenti di questo movimento d’avanguardia che “fruga nel sangue e nell’anima” (François Orsini). In occasione dell’ottantesimo anniversario della morte dell’artista, il Palazzo Reale di Milano ha scelto di ospitare all’interno delle sue sale la mostra “Munch: il grido interiore”, una raccolta di cento opere, selezionate tra quelle conservate nel museo a lui dedicato a Oslo. 

L’esposizione, inaugurata il 14 settembre 2024, ripercorre le varie tappe della vita dell’artista, dagli anni dell’infanzia trascorsi sotto la tutela della zia Karen, segnati da una serie di lutti e da incontri ravvicinati con la follia in persona, fino al soggiorno a Parigi e ai primi contatti con l’ambiente “anarchico” e “reazionario” dei circoli bohémien di Oslo. In “Circolo Bohémien di Kristiania” (1907), Munch raffigura i suoi amici di un tempo avvolti in un alone di alcol e fumo che pare quasi tangibile, restituendo al pubblico un’immagine fortemente evocativa di quei luoghi di ebrezza e lussuria che hanno segnato la sua formazione artistica, portandolo ad abbandonare naturalismo e impressionismo in nome di un’arte più “sincera”, che permettesse al pittore di scavare sotto le illusioni della superficie lucente e di far fuoriuscire l’anima. 

Passando da una sala all’altra, questa sensazione di eccitazione e stordimento continua a essere presente nelle tele di Munch anche quando il tema principale diventa l’amore. Nel 1898 l’artista incontra Tulla Larsen, giovane modella dai capelli rossicci, l’unica donna che egli abbia mai amato: la stessa persona che, quando decise di spezzargli il cuore, lo fece sparandogli un colpo di pistola. Da questo momento in poi, nelle opere di Munch le figure femminili cominciano ad assumere le sembianze in creature sinistre, che agiscono con l’unico intento di far perdere all’uomo il lume della ragione: è questo il caso di “Madonna” (1895-1902), nelle sue cinque versioni, e de “La Sfinge” (1894), dove la bellezza dei soggetti sembra essere legata indissolubilmente all’amarezza della delusione amorosa, mentre l’intera scena si carica di un sottile erotismo. La raffigurazione della donna come un vero e proprio “vampiro” esprime perfettamente la sua visione del rapporto fra i due sessi, un tipo di relazione necessariamente conflittuale, ma imprescindibile per continuare a vivere: l’uomo soffre nel suo amore, ma non può smettere di amare, ed è dunque destinato all’autodistruzione. 

Angoscia, amore, disperazione, morte: queste tematiche costruiscono il filo rosso che lega la sua intera produzione artistica, e assumono un ruolo di rilievo anche nei dipinti, nelle stampe e nei disegni esposti nella mostra, che appare nel complesso come un’intima e dettagliata analisi introspettiva della psicologia dell’artista. Munch non dipinge sulla tela solamente cos’è accaduto fuori, ma cerca di mostrare innanzitutto cosa si è mosso dentro. La sua stessa carriera, del resto, è uno specchio perfetto della sua interiorità, e la sua arte non è altro che un tentativo di rendere visivamente l’idea del dolore vissuto in prima persona, mettendolo a disposizione dell’intera umanità: la morte della madre, la depressione del padre, la pazzia della sorella, i suoi stessi problemi psichici, meritavano di essere “rivelati agli altri” come simboli dell’ansia e della paura di tutti gli uomini, e offerti come segno di fratellanza di fronte al male della vita. 

«In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro. Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore. Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore» 

Con le sue opere Munch voleva dunque mettere in scena il dramma universale della condizione umana, rendendo le emozioni e gli stati d’animo i veri protagonisti dei suoi quadri. Nonostante le aspre critiche ricevute in passato, che lo dipingono come pittore perennemente afflitto da una certa angoscia esistenziale, nel tempo la sua “tragica soggettività” è riuscita a mettere radici nell’arte, e continua ancora oggi a toccare il cuore di chi desidera esplorare gli abissi della propria psiche. 

eleonora.cecchini@studbocconi.it |  + posts
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