La guerra non è un’anomalia della storia, ma la sua tragica costante. Dall’ascesa della Cina alle tensioni tra superpotenze, il realismo offensivo di Mearsheimer offre una lente spietata per leggere il presente. È davvero inevitabile la corsa verso l’egemonia? In questo primo articolo della nuova colonna “Parole Forti”, Riccardo de Ambroggi offre una riflessione urgente sul destino del nostro tempo.
Iusque datum sceleri canimus. Così scriveva Lucano nel proemio della Pharsalia, dove cantava della guerra civile tra Pompeo e Cesare per il controllo di Roma, avvenuta poco più di un secolo prima. E cantiamo il diritto dato al delitto. L’eco di questa frase è giunto fino ad oggi, dove “cantare” non è più compito del poeta cento anni dopo: il gravoso incarico se lo arrogano gli accademici, i giornalisti, i passanti. Persino i tempi si sono ristretti fino a diventare impercettibili: non vi è alcun bisogno di aspettare, la guerra diventa “cantabile” dal secondo in cui viene dichiarata. La guerra, sì. Certo, è cambiata nelle forme, nei metodi, nei mezzi, ma la sua sostanza è immutata. Ancora oggi, il diritto viene dato al delitto, per quanto non siano più né lo stesso diritto, né lo stesso delitto. Sembra quasi essere insita nell’uomo questa forma di sopraffazione dell’altro, ma qui si sfocia nella speculazione filosofica, impelagandosi nella diatriba che in quarta superiore divideva nelle due tifoserie contrapposte gli studenti di filosofia, chiamati a decidere tra la visione di Hobbes e quella di Locke.
Ma proprio da quella diatriba, nasce la contrapposizione delle due visioni delle relazioni internazionali, protratta nel tempo e raffinata da tutti gli studiosi contemporanei, tra i quali figura un nome: John Mearsheimer.
Inizialmente, questo primo articolo di “Parole Forti” avrebbe dovuto essere incentrato su una revisione critica del 2018 sul libro di Mearsheimer “The Tragedy of Great Power Politics” pubblicata da Amir Abbasi Khoshkar, dottorando in Relazioni Internazionali presso l’Università di Teheran. La critica era incentrata su alcuni punti carenti, a detta del ricercatore, del realismo offensivo, la teoria presentata da Mearsheimer nell’opera. Purtroppo, la mattina del 28 febbraio il presidente americano Donald Trump annuncia l’inizio dell’operazione “Epic Fury” contro l’Iran, Internet viene bloccato in Iran e il sito in cui era presente la revisione risulta bloccato, quasi a voler affermare la supremazia della visione pessimista del libro riguardo lo scenario internazionale.
Così, la validità del realismo offensivo viene rimarcata dai fatti ancora una volta, rivelando l’importanza di affrontare la “Tragedia” che l’autore preannuncia nel titolo, smontandola in pezzi per carpirla appieno. Non perché essa sia la verità assoluta, inequivocabile e inopinabile, ma poiché offre la possibilità di ottenere una chiave di lettura nuova, che possa permettere di osservare con sguardo critico il presente e l’avvenire del nostro mondo, riflettendo sulla complessità che domina i rapporti fra gli attori del grande “gioco” e le conseguenze tangibili che quest’ultimo ha sulle vite di tutti.
Già nell’introduzione, di una versione riedita dell’originale, Mearsheimer presenta ai suoi lettori quella che vede come una grande intuizione della sua visione che ne dimostra la veridicità: l’ascesa della Cina e la conseguente preoccupazione degli Stati Uniti. Secondo l’autore, la vorticosa crescita del Paese del Dragone nella seconda metà del secolo scorso non poteva essere neutrale. Ma per comprendere il motivo è necessario leggere il resto del libro e analizzare la teoria del realismo offensivo fino in fondo.
Il primo presupposto fondamentale da fare per affrontare questa teoria è accettare l’idea che il regno delle relazioni internazionali si svolga in uno stato di profonda anarchia, dove nessuna autorità centrale è in grado di permettere che il diritto internazionale venga rispettato, portando di conseguenza a un generalizzato stato di vicendevole paura tra gli stati. Questo concetto era stato espresso in primis dal sopracitato filosofo Thomas Hobbes, considerato il padre del realismo, che aveva applicato agli stati le stesse caratteristiche proprie dell’uomo nello stato di natura. A causa dell’anarchia che governa i rapporti fra stati, la celebre massima hobbesiana “Homo homini lupus” diventa il fulcro della spiegazione riguardo il realismo offensivo. Gli stati, infatti, non possono in nessun modo essere certi che la loro sopravvivenza sia garantita, proprio per l’assenza di un garante assoluto che li protegga dai loro pari. Ed è proprio questa incertezza a causare la paura costante di essere attaccati: ogni nazione viene posta di fronte al famoso dilemma della sicurezza, altro elemento centrale della teoria: la paura di un imminente attacco spinge il singolo stato ad armarsi per aumentare le sue capacità difensive nel caso le peggiori previsioni si realizzino. Ma nessuna arma può essere atta solo alla difesa, di conseguenza gli altri stati interpreteranno l’aumento della portata militare come una minaccia alla loro sicurezza, armandosi a loro volta per essere pronti al possibile conflitto, portando a un ciclo infinito di paura e aumento di capacità militari. Il motivo di questa corsa all’essere inattaccabile è dato dal secondo presupposto fondamentale, secondo cui gli stati hanno come principale obiettivo quello di garantire la propria sopravvivenza all’interno dell’arena internazionale e, per farlo, si comportano in modo razionale, ovvero calcolando le strategie migliori per massimizzare la probabilità di sopravvivere.
La razionalità degli stati nel valutare le azioni più consone ad assicurare la loro esistenza può sembrare un concetto scontato, una considerazione necessaria nella formulazione di una teoria, ma scontata nella realtà dei fatti. Eppure, capita sovente che, leggendo o ascoltando le notizie, i rappresentanti degli stati vengono demonizzati, bollati come pazzi megalomani, incapaci di intendere e volere o di ragionare razionalmente. Senza dubbio non è un’ipotesi da escludere, d’altronde le teorie non sono altro che delle mere semplificazioni che hanno bisogno di criteri validi e misurabili per poter presentare il ragionamento sotteso. Ma è altrettanto vero che viviamo in un’epoca dove è stata globalmente accettata la convinzione secondo cui gli strumenti per raggiungere e mantenere la pace siano stati creati, o possano essere creati, dalle istituzioni liberali, spetta agli stati e a queste stesse istituzioni il compito di adoperarli al meglio. Così, l’etichetta di pazzo sembra nascondere un tentativo di privare della propria razionalità intrinseca qualsiasi azione violenta nello scenario politico globale, confondendo la razionalità con la moralità.
Si potrebbe obiettare, infatti, che l’idea di uno scenario internazionale anarchico sia stata superata il 26 giugno del 1945, con la firma della Carta delle Nazioni Unite e la nascita dell’ONU, seguita da tutte le istituzioni internazionali fondate negli anni a venire che fanno riferimento ad essa. Si potrebbe obiettare che l’ONU rappresenta quell’idea di autorità centrale che si pone come garante del diritto internazionale e della parità tra gli stati, offrendo la sicurezza tanto agognata tramite la collaborazione tra i membri per permettere il perseguimento di una pace duratura e proficua per tutti. Conformemente alla sua teoria però, la prospettiva di Mearsheimer sulle istituzioni internazionali è diametralmente opposta. Ma è necessario un passo indietro.
La ricerca di sicurezza degli stati porta inevitabilmente alla ricerca di potere, un potere che non viene inteso in senso assoluto, bensì come l’essere il più potente tra i concorrenti. In altre parole, la ricerca dell’egemonia militare. La chiave, il vero fulcro attorno a cui ruota il libro, la causa della “tragedia” citata nel titolo. La ricerca dell’egemonia è il motore della geopolitica internazionale. Ogni spesa militare, ogni trattato, ogni conflitto è funzionale al perseguimento di essa, siccome l’unico modo possibile per essere al sicuro è essere il più forte, dominare. Ma la supremazia assoluta, secondo Mearsheimer, è impossibile, non può esserci un unico egemone capace di estendere il suo controllo militare su tutto il pianeta. L’unica via perseguibile è quella che viene chiamata “egemonia regionale” ovvero avere sotto controllo un’area, tendenzialmente un continente, ed essere sicuro di essere intoccabile dai paesi al suo interno.
Questa è la tragedia attorno a cui ruota l’opera: la ricerca di un’egemonia globale inarrivabile, eppure bramata da ogni stato per garantire la propria sicurezza, cosicché la guerra non solo diventi uno strumento, ma lo strumento principale, il più consono al sistema.
Nel libro vengono citati parecchi esempi storici di stati con la volontà di diventare egemoni regionali, come la Francia Napoleonica, la Germania nazista o il Giappone Imperiale, che non sono però mai riusciti a consolidare la loro posizione. L’unica vera potenza regionale dell’era moderna, secondo il libro scritto negli anni della perestrojka e della fine della guerra fredda, sono gli Stati Uniti. Dopo la Seconda Guerra mondiale il governo di Washington ha preso in mano le sorti dell’ordine globale insieme all’altra potenza regionale emersa dopo la guerra: l’Unione Sovietica. Secondo Mearsheimer, il conseguente periodo di relativa pace durante la Guerra Fredda non era dovuto alla nascita degli organi di cooperazione internazionale, bensì alla stabilità intrinseca che garantiva il bipolarismo. Anche perché la pace era solamente riguardo al conflitto diretto tra le due superpotenze, in quanto nelle regioni considerate periferiche si sviluppavano vere e proprie guerre per il controllo di aree strategiche per contenere l’avversario, in quelle che potremmo definire nella visione del realismo offensivo, come una sorta di corsa agli armamenti per guadagnare vantaggio militare sul nemico e sovrastarlo in potenza. Inoltre, le stesse istituzioni internazionali come l’ONU all’interno della teoria non sarebbero altro che un modo per consolidare il proprio ruolo di potenza egemone, soprattutto osservando il loro operato negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino e la rottura del fragile equilibrio portato dalla struttura bipolare.
Dopo la dissoluzione dell’URSS, gli Stati Uniti rimanevano l’unica potenza egemone, e hanno provato a istituzionalizzare questo ruolo, ma l’equilibrio è instabile e rischia di trasformarsi in un sistema multipolare pericolosamente entropico. La Cina, per prima, con la sua sorprendente ascesa, pone un rischio concreto allo strapotere degli USA. Nell’introduzione citata all’inizio, Mearsheimer si compiace di aver “predetto” con la sua teoria, che l’ascesa della Cina non avrebbe mai potuto essere neutrale, essendo lo scenario globale un gioco a somma zero. Neanche le istituzioni liberali sono riuscite a fare in modo che la crescita del paese non fosse minacciosa verso la sicurezza del suo principale concorrente.
Il punto dell’autore sulla Cina è considerato controverso dal mondo accademico, così come molti altri passaggi che invaliderebbero la teoria se dovesse essere presa come una verità assoluta. Ad esempio, nel secolo attuale, è impensabile considerare completamente nulli gli attori che non rappresentano entità statali all’interno dello scenario geopolitico, come le multinazionali, le ONG e l’opinione pubblica. Oppure l’idea secondo cui il ruolo delle differenze e affinità culturali sarebbe assolutamente marginale, in quanto le decisioni degli stati si basano su un mero calcolo di sopravvivenza, elemento la cui critica è centrale nella revisione di Khoshkar. Ma l’importanza di una teoria sta nella sua visione d’insieme. Ebbene, si potrebbero rileggere i recenti sviluppi tramite le lenti del realismo offensivo offerte dal libro. Seguendo quest’ottica l’operazione speciale del governo di Vladimir Putin condotta in Ucraina ha tutto l’aspetto di essere un modo per acquisire capacità militare in vista di un possibile conflitto, sempre più probabile a causa dell’emergere di nuove potenze regionali, e per allargare il proprio ruolo di egemone verso l’Europa continentale. Stesse mire della Cina nelle pretese su Taiwan o lo sviluppo della sua rete in Africa. A questo proposito, è interessante analizzare la situazione dello Zimbabwe. Il paese ha la più vasta riserva di litio in Africa, ma il governo ha recentemente bloccato l’esportazione delle risorse minerarie grezze, riservando la lavorazione e la trasformazione in polvere agli stabilimenti già presenti sul territorio. Sembrerebbe un semplice provvedimento volto a favorire lo sviluppo locale e centralizzare una risorsa strategica, se non fosse che avviene dopo gli investimenti negli impianti necessari, stimati attorno ai 900 milioni di dollari, di due grandi società cinesi, di fatto rendendo la Cina il partner commerciale quasi esclusivo in un settore sempre più fondamentale.
A loro modo, anche l’integrazione dell’Unione Europea, l’allargamento dei paesi membri e l’istituzione di un esercito comune europeo potrebbero essere considerate un tentativo di creare un egemone regionale tramite la confederazione di stati, piuttosto che tramite la sopraffazione degli uni con gli altri e l’emergere di un singolo vincitore.
Discorso inevitabilmente diverso per i recenti attacchi degli USA contro Venezuela e Iran, poiché gli Stati Uniti si trovano già nel ruolo di superpotenza, e l’obiettivo è quello di mantenere lo Status Quo agendo come forza conservatrice, ma l’emergere di tutti questi attori regionali pone una seria minaccia alla sicurezza americana sul lungo termine. Così, facendo riferimento alla teoria del realismo offensivo e dei riferimenti specifici fatti alla Cina nel libro, la deposizione di Maduro e la guerra in Iran sarebbero due facce della stessa medaglia. La prima sottende una mossa strategica statunitense per guadagnare capacità militare e ottenere una riserva petrolifera tra le più ricche al mondo. La seconda, qualora gli Stati Uniti dovessero guadagnarne il controllo sia esso diretto o indiretto, oltre a favorire il paese, danneggerebbe inevitabilmente la Cina. Infatti, non solo Beijing perderebbe un alleato cruciale in Medio Oriente, ma sarebbe costretta a trattare direttamente con gli USA per via della sua dipendenza dallo stretto di Hormuz nell’importazione di combustibili fossili.
“The central aim of American foreign policy… is to be the hegemon in the Western Hemisphere and have no rival hegemon in either Europe or Northeast Asia. The United States does not want a peer competitor”
E così, presto o tardi, sembra che il realizzarsi della “tragedia” sia inevitabile. Una vera tragedia. Una tragedia che, a causa del progresso tecnologico e militare, rischia di assumere proporzioni sempre più vaste e conseguenze sempre più gravi. E chissà se questo avanzamento tecnologico, con il potenziarsi delle connessioni che rende le distanze sempre meno significative, permetterà ad una potenza di emergere come quell’egemone globale di cui Mearsheimer aveva escluso l’esistenza.
- Riccardo Valerio Vincenzo De Ambroggi
- Riccardo Valerio Vincenzo De Ambroggi
- Riccardo Valerio Vincenzo De Ambroggi
