Il capitalismo non è solo un sistema economico, ma l’orizzonte stesso del pensabile. Dalla fine della Guerra Fredda alla cultura pop contemporanea, il “realismo capitalista” descritto da Mark Fisher rivela un mondo in cui l’alternativa sembra scomparsa. È davvero possibile immaginare qualcosa di diverso? In questo nuovo articolo della colonna “Parole Forti”, Nicola Francia esplora le radici culturali e psicologiche di un’epoca che fatica a credere nella Storia.
Come si vive alla fine della Storia? Nel 1992, quando Francis Fukuyama affermava che la Storia era finita con l’avvento della democrazia liberale, era ormai evidente che niente sarebbe stato più come prima. Il crollo del Muro di Berlino fu non solo la fine di un blocco geopolitico, ma anche la confutazione di un sistema ideologico che era stato per cinquant’anni la prova tangibile, per quanto imperfetta, dell’esistenza di un’alternativa al capitalismo occidentale. I fatti stessi sembrarono confermare il famoso slogan di Margaret Thatcher: “There is no alternative”. O, se per scrupolo si volesse citare l’espressione originale del 1980, “There is no real alternative”.
Di questa parola, real, Mark Fisher ha fatto il suo nemico più grande.
Questa rubrica ha iniziato la sua produzione parlando della teoria delle relazioni internazionali che prende il nome di “realismo”. Per il suo secondo articolo, ci siamo proposti di raccontare un’altra accezione del termine, applicato, stavolta, al sistema socio-economico della globalizzazione. Proprio la pretesa di oggettività che distingue, in generale, chi si chiama “realista” è il fulcro dell’opera di cui parleremo.
Capitalist Realism è un pamphlet di un centinaio di pagine in cui l’autore, filosofo britannico del Goldsmiths College, attacca la nozione che il capitalismo sia l’unico sistema possibile e l’unico realisticamente immaginabile. Talvolta descritta come un “manifesto politico”, l’opera è più che altro un esercizio ben calibrato di teoria critica i cui obiettivi principali sono la cultura e l’immaginario, ancor prima che il sistema stesso. Per Fisher i tre sono di fatto co-cause e co-prodotti di un medesimo sistema circolare che propaga e rinforza lo status quo e, dunque, sostanzialmente inscindibili l’uno dall’altro. Attraverso queste meccaniche, il capitalismo è riuscito nel fine ultimo di ogni ideologia: smettere di essere considerato tale. Accettata come unico principio oggettivo del funzionamento del mondo, dagli slogan di Margaret Thatcher alle pagine dei quotidiani economici, dalle direttive dell’Unione Europea e del WTO al gergo dell’hip hop, la dottrina del libero mercato non ha solo vinto, ma ha messo al bando la competizione. E se nel campo delle relazioni internazionali la predizione di stabilità di Fukuyama vacilla vistosamente, sul terreno dell’ideologia la gara sembra essere ferma da trent’anni. Se la Storia è dialettica, insomma, la Storia è davvero finita.
Mark Fisher, nato nel 1968 e morto suicida nel 2017, è stato testimone della fase cruciale di questa trasformazione, e ne ha analizzato finemente gli effetti sulla cultura del tempo. Blogger (col nome di K-Punk), musicista e critico musicale, oltre che insegnante e filosofo, Fisher combina nella sua esposizione riferimenti alla più complessa della filosofia contemporanea e alla più pop della cultura di massa. Qualcuno potrebbe definire questo stile discorsivo in cui si alternano Zizek, Deleuze, Foucault, Wall-E, Cuarón e Supernanny “post-moderno”, ma a Fisher, come sarà presto chiaro, probabilmente non farebbe piacere. Innegabilmente, però, esso è tanto frutto dell’atmosfera culturale degli anni 2000 quanto l’argomentazione principale e la realizzazione su cui si basa derivano dal trauma dell’era Thatcher.
Proprio da Margaret Thatcher, il cui motto fa da sottotitolo al libro, è iniziata la parte più vistosa del cambiamento epocale del realismo capitalista. Ancora prima del crollo dell’Unione Sovietica, la lady di ferro e la sua controparte americana, Ronald Reagan, sono stati promotori di un neoliberismo fondato proprio sulla pretesa di non essere ideologia, ma, piuttosto, unica via realisticamente percorribile. A partire dagli anni ’90, poi, l’impulso neoliberista, privo di opposizione reale e ideale, si è diffuso tanto in ampiezza geografica quanto in profondità, sostituendosi alle logiche che precedentemente regolavano ogni aspetto della vita comunitaria.
Lo stato e la politica sono stati solo le vittime più evidenti di tale trasformazione. Ancor più dell’esperienza di Margaret Thatcher, a dimostrare la tesi di realismo capitalista fu, secondo Fisher, quella di Tony Blair. Portando il partito laburista su posizioni più moderate, in particolare sul welfare e la politica economica, Blair avrebbe esplicitamente abbracciato la nozione che, anche per la sinistra, l’orizzonte politico si era ristretto ai paradigmi del capitalismo, e il suo storico successo elettorale sarebbe stato una testimonianza della rapidità di questo cambiamento. L’idea stessa di Stato, nel nuovo millennio, fu modellata e riadattata per supportare esplicitamente non solo la manifestazione concreta del capitalismo globale, l’economia di mercato deregolata, ma anche le sue logiche, i suoi miti e la sua ideologia. Dall’idea di controllo centralizzata, l’amministrazione pubblica della sanità, della scuola e dell’informazione vennero ristrutturate realisticamente, vale a dire, rinnovate per assomigliare a un’azienda.
Mentre il welfare state, elemento di anti-capitalismo incastonato da decenni nel sistema del mercato, veniva smantellato, la cultura – anzi – ontologia aziendale contagiava la vita economica e l’organizzazione sociale. Poscritto sulle società del controllo di Giles Deleuze è citato spesso da Fisher come sintesi della trasformazione dello stato e, in generale, degli apparati sociali che regolano la vita degli individui da strumenti di disciplina a strumenti di controllo. Mentre nello status quo borghese “tradizionale” la scuola, l’esercito, il lavoro, l’amministrazione pubblica e la famiglia si adoperavano a sorvegliare, controllare e sanzionare i singoli, in una società del controllo l’autorità punitiva viene soppiantata da un’autorità che suggerisce, ma non impone, i codici di condotta. Il passaggio dalla direzione perentoria dall’esterno a quella più suadente della responsabilità è per Fisher la chiave di lettura (psicanalitica) delle trasformazioni più consistenti della società e strettamente connessa con il realismo capitalista: ristretto il campo d’azione dell’individuo con degli assiomi incontestabili, non c’è più bisogno di dirigerne il comportamento in modo autoritario, ma basta affidarsi alla sua ormai ristretta autonomia. Così, sostiene Fisher, nascono illusioni come quella del “consumo responsabile”, del combattere la crisi climatica una lavatrice alla volta.
La sfera culturale, infine, è quella in cui l’avvento del dogma capitalista ha lasciato i segni più profondi, seppur indirettamente. Fisher, rifacendosi a “Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism” del critico Frederic Jameson, definisce il realismo capitalista come riflesso e allargamento universale dei paradigmi che già appartenevano alla corrente post-modernista – a sua volta, secondo Jameson, espressione letteraria delle angosce del “tardo capitalismo”. Il post-modernismo assume un distacco ironico e scettico verso il concetto della narrazione e della meta-narrazione, un atteggiamento di generalizzata incredulità che risulta nel “pastiche” e nel “revival”, forme narrative basate sulla distanza dalla propria stessa materia e dalla sua ripetizione.
Al di là della definizione di Jameson, Fisher osserva come, anche a livello conscio, la cultura “alternativa” sia passata ad accettare, in concomitanza con la svolta neoliberista, la struttura che prima contestava, seppur con distacco. Il Live Aid è, per Fisher, la perfetta dimostrazione di tale trasformazione: un concerto di rock, tradizionalmente genere sovversivo, esplicitamente mirato a sfruttare il funzionamento del mercato e, dunque, del sistema, piuttosto che a sovvertirlo. Mentre il rock di Woodstock, per quanto ingenuo, ambiva a dimostrare e mettere in pratica un modello di vita alternativo, il Live Aid, lanciato nel 1985, reclamava l’uso del mercato e della pubblicità “a fin di bene”, quasi a riconoscere che, sì, in effetti,non c’era alternativa possibile.
Sempre nell’ambito della musica popolare, Fisher si concentra sull’influenza nella cultura neoliberista sull’immaginario dell’hip hop. Oggetto della sua analisi è, in particolare, l’espressione idiomatica “being real” e le connotazioni che assume se considerata all’interno del paradigma realista capitalista. Real, nel gergo dell’hip hop, indica un mondo spogliato delle illusioni e delle favole della chiesa, delle istituzioni e del senso comune della “brava gente”, in cui l’unica certezza è quella che “cane mangia cane” e che per farsi strada bisogna essere pronti a ricorrere a qualsiasi mezzo. In pratica, scrive Fisher, è il “mito dell’anti-mito”, la morale di Tony Montana (non a caso il personaggio più citato dall’hip hop in tutte le lingue) fatta principio ordinatore del mondo: una sorta di ombra oscura ma perfettamente simmetrica al mito ottimista del self-made man. Ciò che manca in questa weltanschauung cinica e autocelebrativa – o, meglio, nell’interpretazione che ne dà chi ingenuamente la estrapola dal suo contesto sociale originario – è un riconoscimento delle condizioni sistemiche che rendono possibili, se non necessari, i presupposti dell’etica del reale. E se certo aspettarsi un tale livello di analisi critica dalla musica popolare è tanto immaturo quanto arrossire per le sue scurrilità, si può quantomeno osservare che forse non è per semplice opportunismo che tanti esponenti di questa contemporanea controcultura, da Lil Wayne a Nicki Minaj, siano diventati sostenitori di Donald Trump. O, meglio, che proprio l’opportunismo fatto virtù abbia allineato questi campioni di realismo.
Poiché, inoltre, sia la cultura post-moderna in sé sia le forme di comunicazione di internet si basano sull’iterazione esasperata, è naturale che dal passaparola e dalla reinterpretazione ironica emergano creature paradossali.
Dalle sottoculture di internet al mondo della finanza, si è diffusa nel linguaggio comune e nella cultura popolare della “Generazione Z” l’idea di “evadere dal sistema” accumulando quanta più ricchezza possibile con tutti i mezzi leciti (o, in alcuni casi, possibili), adoperandosi per questo scopo in qualunque momento se ne abbia la facoltà, senza sprecare un solo minuto. La cosiddetta “hustle culture” non è che una grottesca esasperazione della mentalità gangster-realista calata nel contesto imprenditoriale e piccolo-borghese. Il risultato è un vero e proprio culto dell’evasione mascherata da sovversione, un atto di perfetto conformismo – investire, speculare, accumulare capitale – rivendicato come un gesto radicale o, addirittura, rivoluzionario. Una forma di autoimposta disciplina individualista che, in realtà, sponsorizza il Sistema dominante tanto quanto le martellate del compagno Stakanov.
Ma al di là di contribuire a queste manifestazioni isteriche dei suoi adepti, anche a chi identifica più o meno correttamente la causa a cui ribellarsi il regime neoliberista lascia poco spazio all’opposizione. Non perché, come avveniva nello stato repressivo e disciplinare osservato da Marx e Lenin, gli apparati di sicurezza li contengano con la forza ma, al contrario, perché la natura volatile e al tempo stesso ubiqua del capitale moderno li lascia senza un luogo, simbolico e non, in cui contestare. A un anno dalle mobilitazioni di Occupy Wall Street del 2011, durante le quali migliaia di manifestanti organizzarono sit-in e dimostrazioni nel distretto delle banche di Manhattan per protestare contro le pratiche spregiudicate e scorrette che avevano portato al crollo del 2008 e, in generale, contro le iniquità del capitalismo finanziario, Fisher ne commentò il fallimento sulle pagine di Dazed rifacendosi alle sue considerazioni di Realismo Capitalista. Se Occupy non aveva avuto successo, secondo il blogger, non era stato come avevano detto in molti per la mancanza di proposte costruttive, ma perché semplicemente non c’era nessuna Bastiglia o Palazzo d’Inverno da espugnare; o, meglio, perché non c’era nessun Luigi XVI o Nicola II al vertice del sistema che potesse preoccuparsene. Quella contro cui protestavano i dimostranti era una creatura acefala, ma non stupida, che nei trent’anni precedenti li aveva abituati alla sua onnipresenza al punto che, persino da contestatori, non riuscivano a immaginare un mondo privo di essa.
La stessa confusione, del resto, si può riscontrare in numerosi movimenti che in tutto il mondo, nell’ultimo decennio, hanno agito da “ribelli senza una causa” contro una vaga nozione di sistema che non riuscivano a definire, più che per ignoranza, per mancanza di capacità immaginativa. L’emergere dei movimenti populisti del ventunesimo secolo è stato spesso attribuito a un senso di disillusione verso le istituzioni dovuto alla crisi finanziaria del 2008; il loro fallimento, nell’ottica di Fisher, potrebbe essere analogamente ricondotto al superamento di quella crisi, in cui le strutture del sistema finanziario globale non sono state che rafforzate e in cui, per questo, lo spazio per la costruzione di un’alternativa si è chiuso ancor prima di aprirsi.
In un orizzonte culturale e politico in cui la retorica ufficiale ingloba e si confonde con quella alternativa, dunque, l’immaginario si impoverisce sempre più. Cinismo e ironia, quand’anche autoironia, rimangono gli unici strumenti di creazione in quella che Fisher definisce, con esplicito riferimento a T. S. Eliot, una “terra desolata”, in cui nulla di originale e significativo può essere più prodotto. Non solo: la sterilità culturale si riflette nell’”impotenza riflessiva” che caratterizza i disturbi mentali più diffusi nei paesi altamente industrializzati. Questa “epidemia” di malinconia, secondo Fisher, può essere ricondotta, in qualche misura, alle peculiari dinamiche di responsabilizzazione che il marketing e il mercato stesso cercano di imporre al consumatore; dalla consapevolezza unita a disillusione sublimata in ottimismo nei Live Aid o sfogata in distruttività nella depressione.
Ma se le cause di questa paralisi sono onnipresenti, non significa che siano ineluttabili. Se il “realismo capitalista”, in altre parole, è diventato lente interpretativa in ogni aspetto tanto della vita sociale quanto dell’esperienza individuale e psicologica, non significa che sia fondato sulla realtà. Scrive Fisher nel secondo capitolo dell’opera, Capitalismo e reale:
“L’unica maniera per mettere in discussione il realismo capitalista è mostrare in qualche modo quanto sia inconsistente e indifendibile: insomma, ribadire che di «realista» il capitalismo non ha nulla.”
Le crisi finanziarie, dalle quali non è emersa alcuna consapevolezza, non sono che uno dei numerosi e sempre più frequenti fallimenti del capitalismo. Tra tutti, sostiene Fisher, la crisi climatica sarà quello che metterà a nudo una volta per tutte le sue mistificazioni: sarà impossibile sostenere la crescita infinita con i pozzi secchi, l’efficienza economica con il razionamento.
Tuttavia, mentre i fatti smentiranno (e possono già smentire) il presunto “realismo” del capitalismo, rimane da rimediare alla sua innegabile pervasività.
Rimane da chiedersi, in altre parole: come si vive, se la Storia non è finita?
Nella visione di Fisher, come già detto, tanto il campo “conservatore” quanto quello “progressista” sono Terra desolata. Se neanche gli “anti-” contemporanei, dalla cultura alternativa alla politica dal basso, riescono a evadere l’aridità del realismo capitalista, dove attingere per immaginare un mondo diverso? E, dal momento che il realismo capitalista non agisce solo a livello ideologico, ma epistemologico, per contestarlo bisogna chiedersi prima: se le visioni del mondo alternative a quella dominantehanno fallito e sono (come ammette dello stesso Fisher) relitti del secolo scorso, quale architettura mentale può prepararci anche solo a comprendere il presente?
Come premesso, non ci si può aspettare di trovare le risposte a queste domande in Realismo Capitalista, un libretto di poco più di 80 pagine. Fisher, d’altro canto, risponde in modo implicito ma esaustivo a quest’ultima domanda facendo riferimento a un ricco pantheon di pensatori, la maggior parte del quale si inserisce nel panorama Marxista e post-strutturalista. Lo stesso concetto di “realismo capitalista”, del resto, si può vedere come una riedizione dell’”egemonia culturale” teorizzata da Gramsci. Anche prima, insomma, di invocare esplicitamente l’avvento di una “super-tata marxista” per accompagnare la coscienza individuale e collettiva al superamento della società del controllo, Fisher lascia intendere, se non quale sia precisamente la sua risposta, almeno dove vada cercata.
In questa sede, ci asteniamo dall’indicare una via precisa per farsi strada nell’orizzonte caotico che ci attende alla fine della fine della storia, men che meno dal proporre un’arché alternativa per navigarlo. La lettura di Realismo Capitalista, che consigliamo,lascia molti interrogativi aperti e questioni irrisolte e quella assillante, esistenziale, di cosa credere non può certo trovare le sue risposte qui.
Il caos proprio della cultura post-moderna è, secondo Fisher, simile a quello attributo da Nietzsche all’ultimo uomo, che ha visto tutto ed è di tutto consapevole poiché la sua epoca è “satura di storia”. Se, però, l’aridità ideale del nostro tempo nasce, come pensa Fisher, dal realismo capitalista, ossia proprio dal rifiuto di relativizzare e contestualizzare la nostra esperienza quotidiana, guardarvi come al risultato di contingenze e decisioni politiche piuttosto che di teleologie o meccanicismi è l’unico, fondamentale requisito alla base di qualsiasi rinnovamento.
Se si pensa che non si possa credere a nulla perché ormai è tutto scontato, insomma, credere alla Storia è un ottimo punto di partenza.
I am a second year BIG student with a keen interest in international affairs and US politics, especially in its recent polarization fueled by culture wars and identitarian claims. (Mis)quoting Goodfellas, I'd say that "as far back as I can remember, I always wanted to be a writer" and here at Tra i leoniI will take make the most of any opportunity to do what I love the most. If I didn't, I'd have to live the rest of my life like a schnook.
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