L’essere umano è sempre stato oggetto di studio degli artisti: prendendo in considerazione come il rapporto di uomini e donne con la società cambi continuamente, l’artista si avvicina ad esaminare i fenomeni all’interno di questo rapporto, creando un legame unico tra arte, artefice e soggetto. Soprattutto tramite la fotografia, è possibile cogliere l’evidenza della quotidianità, che molto spesso è sfuggevole. L’essere umano, esaminato dai fotografi Menno Aden e Christopher Herwig, rispettivamente come soggetto singolo e come animale sociale, diventa modello colto da lontano in cui ritrovarsi, rendendo le fotografie messaggio universale in cui si fonde il particolare.
Nella nostra interiorità, tutti facciamo prevalere l’individualità, che nella società si perde e si dilegua a contatto con gli altri. Invece, nei nostri ambienti privati siamo noi ad emergere, a sprigionare l’energia della nostra personalità, che troppo spesso può essere sovrastata o limitata nella convivenza sociale. Attraverso il progetto Room Portraits (o Private Rooms) del fotografo tedesco Menno Aden, si può cogliere come le sfumature del nostro carattere esplodano nelle camere da letto, che ci rappresentano nella nostra semplicità o esuberanza. Questo progetto, iniziato nel 2005 e completato nel 2023, è composto da una serie di fotografie di stanze da letto, scattate con la prospettiva a volo d’uccello. Attraverso questo punto di vista, l’artista mette in evidenza i singoli oggetti per indagare come la tecnologia abbia avuto un forte impatto nella vita degli individui. Infatti, questi ultimi sono al centro della riflessione, pur apparendo raramente negli scatti.
Il progetto fa capire come sono le persone quando nessun altro è presente e come emozioni, passioni e personalità si condensino in oggetti, decorazioni, colori, disposizione. È come se potessimo vedere l’anima dei soggetti senza però esservi all’interno e percepire la diversità tra gli spazi, che dimostrano come ognuno di noi è segretamente un’esplosione di qualcosa di unico. Nell’ambiente in cui non c’è il bisogno di fingere, di mostrare, di performare, noi siamo solo noi, quasi fossimo messi a nudo: proprio ciò che cerca il voyeurism. Il termine inglese usato dall’artista, descrive il piacere che l’essere umano prova nel guardare qualcosa di intimo o “proibito”. Si prova attrazione verso ciò che la camera contiene, ma allo stesso tempo ci si ritrova a spiare qualcosa che non dovrebbe essere pubblico. L’interesse verso qualcosa di nascosto ci porta a cercare il particolare: grazie alla visuale ottenuta, l’osservatore può concentrarsi su ciò che lo affascina di più e non su ciò che l’artista ha scelto di fargli notare. La commistione di piacere e proibizione non fa che attirare ancora di più lo spettatore, soprattutto in un contesto in cui il particolare cattura lo sguardo.
Le fotografie rappresentano molteplici ambienti in cui, però, si può trovare un filo conduttore. Avere uno spazio in cui sentirsi a proprio agio, in cui esprimersi e che rifletta noi stessi è l’esigenza di tutti, soprattutto in un mondo che corre troppo veloce per permetterci di adattarci, in cui tutto cambia velocemente e nulla ci accompagna per la vita: dalle persone agli oggetti. Molti vanno alla ricerca dell’autenticità e del desiderio di trovare se stessi, attraversando la gamma di opzioni che abbiamo a disposizione ogni giorno. Questo li porta ad avvicinarsi a ciò che ha più valore sentimentale che materiale.

Altri finiscono sommersi dal turbinio di possibilità a cui veniamo sottoposti ogni giorno e che li sta portando a cambiare rapidamente, a non accontentarsi, a volere quella scarica di dopamina che solo la novità può regalare. Per questo ricorrono, tra le fotografie, camere ricche di oggetti, spesso in disordine, nonostante la prospettiva dall’alto faccia sembrare tutto straordinariamente composto e ordinato. Tuttavia, il disordine dice molto sul valore che diamo a ciò che possediamo, agli oggetti e ai vestiti che teniamo senza cura, che troppo spesso dobbiamo ricomprare proprio a causa della loro usura, oltre che per vanità. Spesso i trend e le novità ci portano a decorare e cambiare costantemente il nostro spazio preferito, come se dovessimo mostrarlo agli altri ed essere produttivi anche nei momenti di riposo.

Altri ancora adottano l’essenzialità come stile, ma più per imposizione che per scelta. Oggi più che in passato, la competizione nel mondo del lavoro chiede di spiccare all’interno della massa, di contraddistinguersi per meriti e capacità. Per inseguire le richieste del mercato si è disposti a sacrificare spazi e comodità, pur di studiare presso università prestigiose o lavorare in caotiche metropoli, in cui il prezzo degli affitti sale alle stelle.

Comparate, le fotografie sembrano quasi realtà differenti che compongono lo stesso puzzle. La bellezza di questo progetto sta proprio nel suo punto iniziale, quello di voler indagare la varietà e l’autenticità, attraverso una prospettiva che astrattizza le forme e fa risaltare la singola entità, seppur in una visione d’insieme. Menno Aden ci riesce brillantemente e proprio per questo ha fatto uscire il progetto dagli spazi privati mostrandoci, dalla prospettiva privilegiata, anche i luoghi pubblici che descrivono non più l’interiorità, ma l’apparenza.
L’incontro tra individui è proprio il momento in cui gli spazi si condividono. Gli ambienti, così come la loro struttura fisica, non sono più del singolo, ma della comunità. Essere animali sociali implica l’inevitabile esperienza del rapporto con l’altro. La coesistenza di personalità differenti, capaci di interfacciarsi senza necessariamente conoscersi a fondo, rende il mondo variegato e non universalmente definito. Al contrario, normare un comportamento nelle sue minime sfaccettature sfocerebbe nell’omologazione di una persona all’altra, rendendole immuni al procedere storico e insensibili al cambiamento sociale cui l’essere umano si sottopone e di cui si rende il primario artefice.
Il fatto stesso di vivere in convivenza con l’altro, onnipresente nella vita quotidiana, motiva il singolo a crearsi il proprio spazio, cercando una componente di privacy in un mondo che scorre tanto velocemente quanto in maniera pubblicamente visibile. Laddove la segretezza dello spazio individuale non sia presente, il particolarismo dell’espressione personale tenderà a manifestarsi attraverso la ricerca di un luogo familiare in una realtà di pubblica condivisione. L’esperienza del singolo in commistione con l’altro rende la vita più dinamica di quanto possa essere altrimenti. E, qualora l’essere umano sia meno incline all’accettazione di una vita in condivisione con l’esperienza altrui, l’umanità si appella al potere ristoratore della rappresentazione artistica, per sanare la ferita non detta, o esplicitare un pensiero senza dire una parola.
L’arte, tacitamente espressiva ed emozionalmente vera, assume forme diverse e si rende portavoce di un messaggio di speranza anche in un contesto socialmente difficile. Una simile opera di astrazione dalla tensione della realtà circostante si concretizza attraverso la ricerca architettonica ‘Soviet Bus Stops’, realizzata da Christopher Herwig. La dura realtà sovietica è qui smorzata dalla costituzione di spazi creativamente affascinanti, dal colore vivace, forma accattivante e unicità che dona conforto visivo. La parvenza di vivere in un mondo a parte è corroborata dalla capacità astrattiva della singola persona, per la quale l’attesa di un bus si tramuta nel ribaltamento della prospettiva sociale e modifica introspettiva della realtà pubblica a sé circostante.
Lo studio di quattordici ex repubbliche sovietiche per dodici anni, dal 2002 al 2014, consente di catturare una realtà perennemente intrappolata nel tempo. Le forme geometriche originali, quasi esuberanti, conferiscono un’apparenza futuristica a una costruzione risalente a un periodo di autoritarismo agghiacciante, in completo contrasto con la libertà espressiva delle fermate del bus. Russia, Georgia, Ucraina e Kirghizistan sono solo alcune delle ex repubbliche sovietiche oggetto di studio artistico. Aspettare il bus si rivela un’esperienza privata nella caoticità del pubblico, in cui l’attesa diventa esperienza, e l’esperienza rifugio fisico che trascende nella spiritualità della rappresentazione artistica. Accostarsi sotto una pensilina assume il significato più ampio di fermarsi un attimo a contemplare l’esterno, dando il dovuto spazio alla propria interiorità, sentendo la vita scorrere senza doverle nulla in cambio.
La stazione del bus è qui un mosaico caleidoscopico, quasi come un rifugio eccentrico che sembra “un’astronave nel bel mezzo del nulla”, a spaceship in the middle of nowhere. La monotonicità dell’edificio sovietico avrebbe dunque reso l’uomo incline a esternare la propria creatività socialmente segregata nel cuore, facendolo strabordare di emozioni vive, talmente tanto da costituire delle strutture emblematiche che sopravvivono al freddo e ne colorano il candore. La durezza è qui resa soffice e quasi secondaria all’imponenza del manifesto artistico: dal mosaico, all’utilizzo del blu oceano, per poi passare al rifugio dentro una simil navicella spaziale e l’attesa sorvegliata da una eroica statua a cavallo, il grigiore del dispotismo socialmente caratterizzante gli anni di dittatura sovietica lascia spazio all’anarchica identificazione di spazi contrastanti rispetto al pubblico, unici nell’ideazione e capaci di rendere privata una vita inscritta nel turbinio del rapporto con l’altro.
Un simile studio architettonico rende l’arte immortale: la fotografia permane oltretempo, offrendo la testimonianza di una collettiva volontà di sentirsi singolarmente rappresentati in uno spazio pubblico che garantisce una privacy contrastante con la società esterna. L’arte si eleva a salvezza, e tale salvezza diventa il veicolo per trovare un rifugio all’omologazione sociale. Nel momento in cui l’individuo si interfaccia con una società che vive di costrizione, la ricerca di una propria identità si esplicita attraverso la configurazione di luoghi che accolgono, senza dover chiedere il permesso di essere capiti. Il tacito ascolto dell’arte vive nella storia e dà qui una prova di come l’uomo e la società siano interconnessi. Quest’ultimi si rivelano in grado di dare origine a un rapporto conflittuale in cui il colore artistico interviene come mediatore, introducendo il particolare nell’universale, e imprimendo il senso di individualità come cifra stilistica di un’umanità basata sul vivere insieme.
Il legame tra arte, artefice e soggetto si tramuta quindi in una esperienza socialmente utile a ristabilire il senso di individualità del singolo. Nel momento in cui la segretezza e genuinità non performativa concesse dalla propria camera vengono fuggite all’insegna della vita insieme alla comunità, l’individuo cerca di ritrovare se stesso al di fuori della sincera esuberanza della propria privacy casalinga. Nel momento in cui l’artista si rende portavoce di un ideale collettivo, trasformando il pensiero in rappresentazione fotografica, e rendendo nota al pubblico l’universale esperienza di rendere la camera da letto il riflesso della propria personalità, sorge spontanea la curiosità di indagare il rapporto tra individuo e società. Il racconto fotografico diviene il medium attraverso il quale completare una missione antropologica, capace di trasmettere come l’essere umano possa tramutare la semplicità del gesto quotidiano, esemplificato dall’attesa del bus, in una sfera socialmente attutita accolta dall’arte, in cui il singolo si cela al resto del mondo per sentirsi se stesso in mezzo al pubblico.
Article Written by: Alice Di Terlizzi (Tra I Leoni) & Elena Floris (L’Eclisse)