30 August 2026 – Sunday
30 August 2026 – Sunday

John Brown: In Poche Parole

Ridurre un altro uomo in catene e disporre della sua vita e della sua morte come di un oggetto era, per il puritano John Brown, non un’istituzione umana ma l’operato del demonio, una diretta violazione della legge divina. Poteva dunque, in quanto diabolica, essere combattuta al di fuori di qualsiasi cornice della legge terrena.

“Emerson lo definiva “il più ideale degli uomini, perché era disposto a tradurre tutte le sue idee in azione” 
W.E.B. Du Bois, John Brown, 1909

Poco prima dell’alba del 18 novembre 1861 Julia Ward Howe (Jake Lundberg, “The Battle Hymn Can’t Be Ignored”, The Atlantic, 8 Giugno 2026), scrittrice e poetessa americana, si svegliò nella sua camera del Willard Hotel a Washington DC e, appena levatasi, scrisse un testo di sei strofe per una marcia militare. La Guerra Civile Americana era iniziata appena sette mesi prima e Howe, nordista e abolizionista, si trovava nella capitale assieme a suo marito, Samuel Gridley Howard, che aveva da pochi mesi assunto la direzione del United States Sanitary Commission, un’istituzione che si occupava dell’assistenza ai soldati unionisti feriti. Il testo che Howe scrisse quella mattina iniziava così (The Atlantic, numero di Febbraio 1862):  

“Mine eyes have seen the glory of the coming of the lord / He is trampling out the vintage where the grapes of wrath are stored / He has loosed the faithful lighting of His terrible swift sword / His truth is marching on”  
“I miei occhi hanno visto la gloria della venuta del Signore: Lui sta scoprendo la vendemmia delle uve del Furore, ha sguainato il lampo fatale della sua terribile spada inesorabile. La Sua Parola marcia in avanti.” 

Un testo – un inno, appunto – di chiara ispirazione biblica, apocalittica, che è conosciuto soprattutto per il celebre ritornello:  

“Glory, glory hallelujah / Glory, glory hallelujah / Glory, glory hallelujah / His truth is marching on”.  

Il testo, musicato su marcia militare, nei decenni a venire sarebbe diventato uno dei canti ufficiali dell’esercito statunitense. In esso, Howe evoca masse di soldati animati dal Dio dell’Antico Testamento, che tramite loro abbatte la sua furia sui suoi nemici. La rivelazione profetica della giustizia divina emerge agli occhi del narratore dalle file di moschetti lampeggianti (“I have read a fiery gospel writ in burnished rows of steel”) così come essa si rivela nelle spade degli eroi biblici o nelle fiamme dell’Apocalisse. Ma non è il giorno del Giudizio degli antichi testi sacri che Howe sta descrivendo, bensì la nuova alba della modernità americana, luminosa e gravida di speranza quanto la venuta del Cristo. L’accostamento al Messia non è una similitudine: la guerra sanguinosa che ormai dilaga attraverso gli Stati Uniti è diretta esecuzione della volontà divina e, mentre la “terribile spada” del padre si incarna nelle armi dei soldati, la dolcezza della Passione si schiude nelle catene infrante degli schiavi.  

“In the Beauty of the lilies Christ was born across the sea / With a Glory in his Bosom that transfigures you and me / as He died to make men Holy let us die to make men free”.  
“Nella Bellezza dei gigli Cristo nacque al di là del mare / con una gloria nel suo cuore che trasforma voi e me / come Egli è morto per fare gli uomini santi, moriamo noi per farli liberi” 

Il testo di Howe, popolare al punto da aver dato il titolo a “Furore” di Steinbeck (in inglese, “The Grapes of Wrath”, 1939) e il finale a uno dei più famosi discorsi di Martin Luther King (“I’ve been to the mountaintop”, 1968), adotta però una melodia preesistente, che Howe aveva udito per la prima volta forse proprio il giorno prima da alcuni soldati unionisti che passavano in rassegna. Era la melodia di “John Brown’s body”, una marcetta popolare che ricordava le azioni di John Brown, abolizionista radicale morto nel 1859 in seguito a un tentativo di insurrezione contro gli schiavisti. Figura leggendaria nella storia americana, Brown si contraddistinse per la tenacia delle sue convinzioni, che riteneva ispirate direttamente da Dio, e per la violenza dei suoi metodi. La sua lotta armata contro lo schiavismo e gli schiavisti, per quanto inefficace nel breve termine, è considerata uno degli elementi che innescarono la Guerra di Secessione, accelerando lo scontro tra le due posizioni ormai inconciliabili di Nord e Sud e aprendo conflitti latenti nell’anima stessa della nazione. A pochi mesi dalla sua esecuzione, a riprova dell’enorme popolarità dell’attivista, si diffuse rapidamente tra le truppe nordiste una canzonetta che aveva questo ritornello: “John Brown’s body lies a-moulderning in the grave, but his name is marching on” (“Il corpo di John Brown giace marcio nella tomba, ma la sua anima continua a marciare”).  

Se questo racconto inizia con il resoconto della genesi di The Battle Hymn of the Republic non è per vezzo letterario o per puntiglio filologico. Il testo di Howe, pur non menzionando Brown nemmeno di sfuggita, è forse la testimonianza più fedele dell’ideologia dell’abolizionista e la sintesi più completa ed efficace del suo credo. Non è un caso se in sogno, racconta l’autrice, le furono suggerite le parole di The Battle Hymn of the Republic sopra la melodia intitolata a Brown. Il suo componimento è un inno: un Inno nel senso religioso della parola, intriso di simbologia escatologica; un inno di battaglia, che rivendica una violenza sacra e implacabile; un inno patriottico, infine, che celebra la giovane Repubblica come architettura politica di ispirazione morale divina. Un inno, insomma, a tutto ciò per cui Brown si era battuto.  

La rubrica “Parole forti” solitamente descrive e analizza testi, opere, discorsi o idee di particolare importanza ed efficacia, forti non solo in quanto descrivono la realtà, ma anche perché capaci di plasmarla nella sua costante evoluzione. Ma John Brown, concordano tutti i testimoni, era un uomo di poche parole. Scrisse per tutta la vita, ma per necessità, come scrivevano gli uomini del suo tempo, quasi mai per propagare la propria dottrina e, anche in questi ultimi casi, quasi esclusivamente per spiegarne – giustificarne, come fece alla fine del processo, o incoraggiarne, come fece nei salotti del New England e nei raduni abolizionisti durante la sua militanza – l’applicazione pratica. “Azione, azione, azione!” era solito ripetere, feroce critico delle parti moderate del movimento antischiavista. L’attivista ha, tuttavia, ispirato una profusione di parole, da biografie a discorsi, da articoli di giornale a poesie. Mentre molte di queste presentano indubbio valore storico e letterario, nell’interesse di questa rubrica sono le azioni, più delle parole, a tramandare al pubblico l’intenso credo di Brown. La sua figura, infatti, si distingue per un’impressionante, ferrea e a tratti inquietante continuità tra il pensiero e la prassi. Tale continuità, se forse fu incrinata o imperfetta nel John Brown reale, un essere umano come tutti gli altri, un uomo del suo tempo e una personalità indubbiamente complessa, non è tale nella sua rappresentazione ideale, nella sua leggenda. Se della fermezza delle convinzioni di John Brown in quanto personaggio storico non è data la certezza storica, investigativa, insomma, essa è il carattere che di lui è sopravvissuto in ogni successiva narrazione, tanto dei suoi detrattori quanto dei suoi apologhi. John Brown fu un uomo dalle parole forti, dunque. Non per le parole proprie, ma per quelle secondo cui lui stesso testimoniava di agire: la Parola, il Verbo. E a un uomo che mette in atto o pensa di mettere in atto la parola del Signore non sono concessi tentennamenti o elucubrazioni: i profeti fanno sempre ciò che dicono o, meglio, ciò che viene loro detto. 

Ma chi era dunque John Brown? È impossibile restituire la profondità della vocazione di Brown, reale o immaginaria che la si voglia considerare, senza esaminarne la realtà storica.  

John Brown veniva da una famiglia puritana sbarcata nel nuovo continente, secondo la ricostruzione che lui stesso forniva, nient’altro che dal Mayflower. Stirpe umile di artigiani, la famiglia Brown era ancora, alla sua nascita nel 1800, pervasa da una severa etica protestante e, al tempo stesso, da una forte opposizione alla schiavitù. In ciò la famiglia di John Brown non era unica: una forte componente del primo abolizionismo statunitense fu direttamente ispirata dall’azione di diversi predicatori del New England che denunciavano la schiavitù come maggiore depravazione umana. Questa dottrina, fondata, ovviamente, nel Nuovo e, in modo più controverso, nell’Antico Testamento («amerai il tuo prossimo come te stesso» Levitico 19, 18) era tutt’altro che dominante nella nazione cristiana, nel cui meridione molti rivendicavano il diritto a possedere schiavi proprio appellandosi ai testi biblici. Le giustificazioni e le dispute su base etica e religiosa erano, del resto, solo un piccolo tassello del complesso equilibrio politico, sociale ed economico che sosteneva la già dibattuta, ma sempre più solida, istituzione della schiavitù all’inizio del XIX secolo. Il risultato di queste congiunture, che non si possono qui indagare ulteriormente, era tale che, alla nascita di Brown, i cosiddetti Free States, gli stati in cui la schiavitù era vietata per legge, erano 7 su 16; 18 su 33 alla sua morte, nel 1859. 4 milioni di schiavi su 30 milioni di abitanti risiedevano negli Stati Uniti allo scoppio della Guerra Civile.  

Sebbene John Brown avesse fatto proprio sin dall’infanzia il credo abolizionista della famiglia (nonché quello calvinista, che praticava con ancor più fervore dei genitori), i primi 40 anni della sua vita lo videro impegnato quasi esclusivamente nel lavoro. La sua fede nella Provvidenza divina, che negli anni successivi avrebbe rivendicato come motore delle sue battaglie politiche, lo guidò per due terzi della sua esistenza solo negli affari e nella famiglia. Patriarca devoto e severo, lavorò come conciatore, mercante di pelli e imprenditore con onestà e dedizione, ma senza successo. Fu solo a metà degli anni ’40 che la convinzione maturata gradualmente fu messa in pratica: a Springfield, Massachusetts, dove si era trasferito per affari, Brown entrò in contatto con diversi leader afroamericani dell’abolizionismo, tra cui Frederick Douglass, Sojourner Truth e Harriet Tubman. Il suo impegno politico, in questa fase, si tradusse in attività concrete ma pacifiche: finanziatore di pubblicazioni e movimenti antischiavisti, Brown prese anche parte alle attività della Underground Railroad, organizzazione clandestina e decentralizzatatramite la quale gli schiavi fuggiti dalle piantagioni del Sud potevano trovare rifugio negli stati liberi. Di particolare importanza per la militanza di Brown, così come, in generale, per il movimento Abolizionista e per la progressione del paese verso la Guerra Civile fu la promulgazione nel 1850 del Fugitive Slave act, una controversa legge federale con cui gli schiavi liberati erano esclusi dal corpo della cittadinanza e, pertanto, privati di qualsiasi protezione legale anche negli stati liberi. In risposta alla legge, Brown e un gruppo di altri 43 attivisti fondarono la Lega dei Gileaditi, un gruppo clandestino dedito a proteggere gli schiavi liberati e a favorirne, se necessario, l’espatrio in Canada, dove avrebbero trovato più tutele.  

La svolta decisiva nella vita dell’abolizionista avvenne tuttavia qualche anno dopo, quando per la prima volta si impegnò in combattimento contro gli schiavisti durante la crisi del Kansas. Il Kansas, all’epoca un Territorio, istituzione dotata di autogoverno ma ancora priva di rappresentanza politica a livello federale, si trovò conteso tra la parte Sudista, che vi voleva istituire la schiavitù, e quella Nordista, che puntava a trasformarlo in un Free State. L’istituzionedella schiavitù in Kansas o la sua proibizione era tutt’altro che una questione morale, tanto per la grande maggioranza della popolazione quanto per i suoi rappresentanti. Da un lato, il Kansas, come buona parte del Midwest, costituito interamente da stati liberi, era infatti ferocemente razzista e ostile ai neri tanto (e probabilmente di più) che alla schiavitù; dall’altro, le prospettive economiche offerte dai terreni agricoli del Territorio e la potenzialità dirappresentanza in Congresso pesavano molto più che qualsiasi considerazione etica nello scontro politico.  

Ma non era così per John Brown. Con la sua ormai numerosa famiglia, l’attivista si trasferì in Kansas nel 1855 proprio per dirimere la questione della schiavitù: lo status legale di quest’ultima nel territorio si sarebbe deciso tramite una votazione popolare, per influenzare la quale migliaia di coloni accorsero sia da Nord che da Sud. Le tensioni sul voto e, in generale, sulla questione della schiavitù si acuirono rapidamente fino a sfociare, a pochi mesi dall’arrivo dei Brown, nella violenza armata. Le incursioni dei militanti pro-schiavitù ai danni dei “free-staters” diedero il via, nei primi mesi del 1856, alla crisi del Bleeding Kansas e culminarono con il saccheggio della capitale degli abolizionisti, la cittadina di Lawrence.  

Quattro giorni dopo, nella contea di Pottawatomie, cinque militanti pro-schiavitù furono trascinati fuori dalle loro abitazioni e uccisi a colpi di spada. Nessuno di loro era personalmente proprietario di schiavi, ma tutti erano stati coinvolti, in diversi gradi, nelle violenze precedenti ai danni dei nordisti. Secondo John Brown, il loro carnefice, ciò era sufficiente a condannarli.  

L’episodio, passato alla storia come massacro di Pottawatomie, fu l’inizio della carriera militante di Brown, che nei cinque mesi successivi fu impegnato in azioni di guerriglia contro le milizie e i coloni pro-schiavitù nel territorio del Kansas fino alla cessazione (temporanea) delle ostilità nell’autunno 1856. Famoso in tutto il paese, come eroe al Nord e come terrore demoniaco al Sud, Brown impiegò i due anni successivi organizzando incursioni per liberare schiavi in Missouri, contattando e incontrando importanti abolizionisti, tra cui i trascendentalisti Thoureau ed Emerson, e, soprattutto, progettando il suo piano più ambizioso. Dopo anni di preparazione, passati a raccogliere fondi, uomini e rifornimenti, Brown e altri 21 abolizionisti, 16 bianchi e 5 neri, nell’ottobre del 1859 presero il controllo dell’armeria federale di Harper’s Ferry, negli Appalachi della Virginia (oggi West Virginia), intenzionati a impadronirsi di armi e munizioni, liberare gli schiavi della contea e reclutarli come guerriglieri per espandere la lotta in tutto il Sud.  

Meno di un mese dopo, il 2 novembre 1859, Brown, ferito e catturato da un distaccamento dei Marines insieme a sei suoi compagni, si trovava sul banco degli imputati nel tribunale di Charles Town, Virginia. Gli venne letta la condanna a morte per “cospirazione con neri per fomentare un’insurrezione, tradimento nei confronti dello stato della Virginia e omicidio” (State of Virginia v Brown, sentenza). In un breve discorso, Brown rivendicò le proprieazioni, negando di aver commesso tradimento e di aver costretto gli schiavi liberati a unirsi a lui, per poi invocare il Vangelo: 

“[…] Questa corte riconosco, suppongo, la validità della legge di Dio. Vedo un libro che qui è baciato che suppongo sia la Bibbia, o almeno il Nuovo Testamento. Questo mi insegna che «tutto ciò che vorrei gli uomini facessero a me, io dovrò farlo ugualmente a loro» [Matteo, 7, 12]. Mi insegna, ancora, di «ricordare quelli che sono in catene, come fossi in catene con loro» [Ebrei, 13, 3]. Mi sono ripromesso di agire secondo queste istruzioni. […]” (“John Brown’sFinal Speech” da Gilder Lehrman Institute of American History) 

Fu impiccato un mese dopo, dopo aver rifiutato di confessarsi con un prete sudista, affratellato secondo lui ai proprietari di schiavi e ai loro sostenitori, e dopo aver lasciato una nota scritta dal sentore apocalittico: 

«Io, John Brown, sono abbastanza sicuro che i crimini di questa terra colpevole non saranno mai eliminati se non con il sangue. Mi ero, come ora penso, fino ad oggi vanamente lusingato che si sarebbe potuto verificare senza troppo spargimento di sangue». 

Per spiegare la conversione di John Brown da uomo di famiglia di sani principi a sanguinario combattente della causa abolizionista, apparentemente avvenuta all’improvviso nel 1856 del Bleeding Kansas, già all’epoca si moltiplicarono diverse teorie.  

Anche nel XIX secolo americano, in cui pure la violenza politica era tutt’altro che infrequente, il ricorso all’uso della forza da parte degli abolizionisti era al tempo del tutto inedito. Dai trascendentalisti, vegetariani e non violenti, ai politici riformisti del Nord, che puntavano sul compromesso e sul pragmatismo, alla stessa ala puritana di cui Brown faceva parte, i fatti di Pottawatomie crearono reazioni forti, dalla critica alla condanna vera e propria. L’ispirazione Cristiana dell’abolizionismo di Brown e la sua condotta di vita pacifica, per quanto severa, contrastavano evidentemente con le pratiche violente che aveva adottato; piuttosto, queste ultime evocavano le modalità sanguinose della rivoluzione degli schiavi di Haiti o quelle della rivolta di Nat Turner di due decenni prima. Il risultato di tanto clamore fu, innanzitutto, la celebrità. 

Sulla fama di cui godette John Brown in vita e sulle forme e cause della sua celebrità si potrebbe aprire una discussione ricchissima. Basti segnalare che, oltre allo sdegno di alcune parti del movimento abolizionista, il suo nome raccolse al contempo grande ammirazione nel Nord del paese, autentico terrore tra i proprietari del Sud e, più o meno ovunque, grande fascinazione. Di qui, appunto, le prime interpretazioni di questo “profeta dagli occhi spiritati”.  

La più immediata di queste spiegazioni fu il puro e semplice estremismo. Fomentato dalla furia rivoluzionaria e moralista dei puritani, Brown si era abbandonato alla violenza per eccesso di convinzione. Per qualunque causa, nella storia, si sono visti uomini disposti a uccidere e a morire e, per quanto perversa potesse essere per alcuni la causa abolizionista, la sua applicazione sanguinaria in Kansas non era poi eccezionale. Un giovane John Wilkes Booth, l’attore sudista che avrebbe ucciso Lincoln nel 1865, guardò Brown salire al patibolo con odio verso la causa, ma ammirazione verso l’uomo, di cui riconosceva la determinazione ad andare fino in fondo (David S. Reynolds, “John Brown, Abolitionist: the man who killed slavery, sparked the Civil War and seeded civil rights”, 2005).  

Fu poi avanzata la teoria della follia. Chi, se non un folle, si sarebbe non solo impegnato con ossimorica violenza nella causa dell’amore per il prossimo e del rispetto reciproco, ma avrebbe fatto ciò pretendendo di sconfiggere 17 stati con 22 uomini? Questa linea interpretativa, avanzata nonostante lo sdegno di Brown dai suoi primi avvocati difensori, fu oggetto di serio dibattito scientifico tra il XIX secolo e la prima metà del XX, prima di essere generalmente abbandonata.  

Di tutt’altro segno, invece, la lettura di chi, come il politico nordista John E. Andrew, non sapeva “se l’impresa di John Brown e dei suoi accoliti in Virginia fosse saggia o sciocca, né se fosse giusta o sbagliata” ma che riconosceva che “John Brown aveva ragione” (W.E.B. Du Bois, “John Brown”, 1909). Assumendo l’assoluta e incontestabile giustizia della battaglia contro la schiavitù, rimaneva da spiegare se l’insurrezione contro le forze dello Stato della Virginia, il furto di armamenti di proprietà federale e l’omicidio in tempo di pace fossero stati in qualche modo utili, oltre che giustificati.  

Di quest’ultimo avviso sembra essere W.E.B. Du Bois, uno dei più illustri intellettuali e attivisti afroamericani dei primi decenni del XX secolo, che pubblicò nel 1909 una biografia di Brown storicamente rigorosa ma – comprensibilmente – apertamente simpatetica. Du Bois, pur riconoscendo la brutalità delle azioni di Pottawatomie, le legge come funzionali al più grande progetto abolizionista e, citando il giudizio di Frederick Douglass, sostiene che se John Brown non aveva “finito la guerra che ha finito la schiavitù”, l’aveva quantomeno iniziata e aveva fatto ciò nel modo più efficace. Tramite la violenza esplosiva del Kansas e la missione, mal organizzata al punto da essere forse suicida, di Harper’s Ferry, Brown aveva consapevolmente accelerato lo spalancarsi dell’insanabile frattura fra Nord e Sud che, per quanto politica ed economica in essenza, di fatto avrebbe inciso in modo determinante sulla questione della schiavitù. Con una valutazione quasi utilitaristica, Du Bois difende Brown con una celebre sentenza: egli aveva compreso che “il prezzo della repressione è più grande del costo della libertà”. Uccidere, attaccare e, soprattutto, terrorizzare i sudisti per spingerli alla loro rovina fu, secondo lui, il costo della libertà.  

Proprio su questo punto, quello dell’uso del terrore, si concentrano alcuni commenti contemporanei. Nel suo scritto del 2011 “John Brown: America’s first terrorist?” lo storico del diritto Paul Finkelman si interroga sulla definizione, a suo parere impropria, delle tattiche di Brown come terroristiche (Paul Finkelman, “John Brown: America’s First Terrorist?”, Prologue, 2011). Né da un punto di vista giuridico, sotto cui il terrorismo è definito da attacchi indiscriminati di bersagli non-combattenti, né da uno più funzionale, le azioni dell’abolizionista si possono, per quanto cruente, definire tali, in quanto mirate a personalità specifiche (anche se marginali) e, in genere, funzionali a un obiettivo: liberare gli schiavi e fermare l’espansione della schiavitù. Altri, come lo storico culturale David S. Reynolds, invitano a tenere conto, in questo frangente, del contesto di illegalità e violenza diffusa che regnava in Kansas nel 1856, nel mezzo della crisi, che, se anche non fornisce una difesa legale a Brown, gli dà delle motivazioni credibili e tutto sommato razionali per l’attacco di Pottawatomie ((David S. Reynolds, “John Brown, Abolitionist: the man whokilled slavery, sparked the Civil War and seeded civil rights”, 2005)).  

Non che nella vicenda vera e propria o, quantomeno, nella rappresentazione stilizzata che se ne dà spesso non ci siano delle lacune. John Brown, strumento divino orgoglioso e mai pentito, dissimulò le proprie azioni in modo estremamente conveniente in alcuni momenti della sua vita. Alterò i fatti, ad esempio, nella sua campagna di raccolta fondi in preparazione ad Harper’s Ferry, ma anche, inspiegabilmente, nel suo ultimo celebre discorso, in cui pur rivendicando tutto il suo operato negò di aver mai voluto incitare una rivolta degli schiavi, suo obiettivo da sempre dichiarato. Ciò, va notato, quando ormai la condanna a morte era certa e lo stesso Brown – le fonti concordano -aveva accettato con sincera serenità il proprio destino. Nota poi Barbara Ehrenreich sul New York Times (Barbara Ehrenreich, “John Brown’s Legacy”, New York Times, 15 maggio 2005), commentando il libro di Reynolds, che per tutto il suo progressismo che, secondo lo storico, si estendeva anche all’emancipazione di classe e delle donne, l’abolizionista “inflisse alle sue due mogli, una delle quali malata di mente, in totale venti nascite”. 

Ma di tutte queste spiegazioni John Brown, almeno secondo lui, non aveva bisogno.  

Tutto ciò che concerne il John Brown storico, fallibile e incoerente, terrorista e forse pazzo, non ci riguarda. Queste affascinanti e, senza alcuna ironia, cruciali considerazioni storiche non hanno importanza per la Leggenda di John Brown, così come non ha importanza sapere di che colore avesse i capelli il profeta Isaia.  

È scontato e naturale che la storiografia, nonché la psicologia, si sforzino di ricostruire le motivazioni materiali, scientifiche, culturali dell’operato di Brown e di comprenderne la persona, come uomo e come uomo del suo tempo. Ma è altrettanto vero che John Brown, come pochi nella storia, ha il privilegio di essere anche altro: narrazione. E tale racconto è, in realtà, di per sé sufficiente a spiegare tutto quello che ci si è finora chiesti su John Brown: esso è al tempo stesso di una linearità disarmante e di una estraneità spaventosa.  

“Io sono lo strumento del Signore”. Queste le spiegazioni di John Brown a un amico in seguito ai fatti del Kansas (W.E.B. Du Bois, “John Brown”, 1909). “Io sono stato lo strumento del Signore per uccidere degli uomini; e, se sopravvivrò, penso che sarò il Suo strumento per ucciderne molti altri”.   

Per tutta la vita, dai suoi inizi umili come artigiano del New England agli ultimi momenti sul patibolo, John Brown si dichiarò fermamente convinto di essere guidato dalla Provvidenza in ogni suo gesto e di compiere il volere di Dio dai più minuti atti della vita familiare alle imprese di guerriglia più ardite. L’incrollabile fede calvinista di Brown, fondata sul concetto di predestinazione, lo portò, come già detto, a scatenare una vera e propria guerra di religione contro la schiavitù. Ridurre un altro uomo in catene e disporre della sua vita e della sua morte come di un oggetto era, per il puritano, non un’istituzione umana, ma l’operato del demonio, una diretta violazione della legge divina. Poteva dunque, in quanto diabolica, essere combattuta al di fuori di qualsiasi cornice della legge terrena. 

Il Cristianesimo manca, forse, di una definizione pura di guerra santa; è, del resto, la religione del profeta che invitava a “porgere l’altra guancia”. Sebbene nei secoli, da Costantino in poi, si sia sviluppata una tradizione immaginaria, letteraria e dottrinale immensa per collegare la parola di Cristo all’atto della guerra, questa, dal bellum iustum di sant’Agostino alle invocazioni di Rolando moribondo, è chiaramente distante dalla concezione che Brown aveva del suo operato. La sua dottrina inflessibile, finanche spietata, si avvicina molto di più alla concezione dei guerrieri dell’Antico Testamento che a quella dei re crociati.  

Brown, puritano e americano, legge la parola di Dio sulla “regola aurea” come il logico precedente di quella di Jefferson sul diritto di insurrezione nella Dichiarazione d’Indipendenza.  

“Considero la Golden Rule (legge della reciprocità, letteralmente “regola aurea”) e la Dichiarazione d’Indipendenza una [cosa sola] e inseparabili” disse nel 1856 a un ritrovo abolizionista, secondo una testimone oculare. Aentrambe egli fa appello rivendicando le più violente delle sue azioni che, afferma, sono dettate da una legge superiore, che gli impone tanto di obbedire ai princìpi evangelici quanto di castigare i tiranni, gli oppressori, e tutti coloro che, perpetrando il crimine della schiavitù, hanno “rinunciato al proprio diritto alla vita”. L’espressione “rinunciare al diritto alla vita” (“forfeit their right to life”) e la successiva “mettersi in uno stato di guerra” (“put themselves in a state of war”), presenti nello stesso resoconto, richiamano, forse inconsciamente, la tradizione giusnaturalista inglese, il cui legame storico e ideale col puritanesimo è tutt’altro che celato.  Tale tradizione, completa di una fortissima vena antitirannica, era del resto ampiamente riconosciuta dai contemporanei di Brown, molti dei quali lo paragonavano al rivoluzionario puritano Oliver Cromwell.  

L’esplicita e incontrovertibile sovrapposizione tra il messaggio biblico e la dichiarazione d’Indipendenza era, tuttavia, unica anche al suo tempo ed è, forse, la chiave di lettura più utile per comprendere la figura di Brown.  

L’uomo che nella sua difesa sostiene l’esistenza di una legge divina superiore a quella degli uomini non è un’Antigone. La sua eversione violenta, il “tradimento” per cui fu messo a morte viola sì, secondo lui, l’ordinamento umano dello stato, dell’unità politica contingente, ma non quello dello Stato. Se la regola aurea e la dichiarazione d’indipendenza sono inseparabili, il principio religioso non scalza quello costituzionale: esso è il principio costituzionale. Brown, il conciatore burbero del New England, non si calò mai nei risvolti teorici della dottrina che professava ma, senza argomentazioni né, forse, consapevolezza, ne difese la coerenza fino all’ultimo. Se, come scrisse W.E.B.Dubois, Brown “non adoperò un’argomentazione” perché “era lui stesso l’argomentazione” (W.E.B. Du Bois, “John Brown”, 1909), essa è inappuntabile, per quanto, sotto alcuni aspetti, spaventosa. E se sorvolando sulla differenza, tutt’altro che secondaria, tra personaggio storico e figura storica, la figura di Brown il profeta, che in una notte bastonò a morte col piatto delle spade cinque uomini disarmati e che non se ne pentì mai, si può accusare di essere implacabile, ma non incoerente e niente affatto folle.  

Brown l’americano, che uccise per liberare schiavi, non tradì i padri fondatori piantatori.  

Sospendendo dunque il giudizio storico e morale sulle azioni di Brown, sulle sue motivazioni quanto sull’esecuzione del suo piano, cosa rimane della sua guerra santa? 

Nient’altro che la dottrina: cristallina, inflessibile, pura. Radicale è l’aggettivo più spesso utilizzato per descrivere l’abolizionismo di Brown. Trascurando la domanda se possa esistere, per definizione, un abolizionismo non radicale (riformista?), si può dire di più: John Brown fu un americano radicale. Non un nazionalista, forse nemmeno un patriota, ma devoto all’America come l’America si racconta, più che come è stata: una Repubblica cristiana, una città di Dio – il Dio di Jefferson e Adams, s’intende. Una terra leggendaria in cui gli uomini, come scriveva Julia Howe, sono pronti a morire sul Calvario per liberare gli altri uomini dal peccato.  

“Quando un profeta come John Brown appare, come dobbiamo noi, gente del mondo, riceverlo?”  
W.E.B. Du Bois, John Brown, 1909

nicola.francia@studbocconi.it |  + posts

I am a second year BIG student with a keen interest in international affairs and US politics, especially in its recent polarization fueled by culture wars and identitarian claims. (Mis)quoting Goodfellas, I'd say that "as far back as I can remember, I always wanted to be a writer" and here at Tra i leoniI will take make the most of any opportunity to do what I love the most. If I didn't, I'd have to live the rest of my life like a schnook.

share

Suggested articles

Ridurre un altro uomo in catene e disporre della sua vita e della sua morte come di un oggetto era, per il puritano John Brown, non un’istituzione umana ma l’operato del demonio, una diretta…

Trending

Ridurre un altro uomo in catene e disporre della sua vita e della sua morte come di un oggetto era, per il puritano John Brown, non un’istituzione umana ma l’operato del demonio, una diretta…