Tra le mille sfide che l’unione europea deve affrontare, l’integrazione sembra necessaria per la sicurezza della stessa. Dopo il tentativo della CED nei primi anni 50, le condizioni sembrano essere tornate a richiedere l’istituzione di un esercito federale, ma come superare le sfide politiche e non di tale scelta? in questo nuovo articolo di “Parole Forti” Riccardo De Ambroggi analizza partendo dal saggio di Federico Fabbrini le possibilità di rendere comune la difesa europea
Tre buoi stavano sempre insieme tra loro. Un leone, che voleva mangiarli, non ci riusciva a causa della loro unione e pensava: “è necessario che io li separi e posso riuscirvi con le calunnie”. Questo è l’inizio di una famosa favola attribuita allo scrittore Esopo. Come facilmente intuibile, la morale di questa favola è “l’unione fa la forza”. Una banalità, insegnata da quando siamo bambini e ci troviamo a dover collaborare coi coetanei in oratorio o a scuola. Eppure, oggi, le calunnie del leone, che tramite i suoi emissari sussurra all’orecchio dei buoi “meglio soli che mal accompagnati”, stanno riuscendo nel loro intento di dividere i tre, o meglio i 27, per poterli indebolire e attaccare appena la loro unione sarà crollata.
Per chi come me è nato nell’era post-Maastricht, l’idea di nazione intesa come polo a sé stante non è mai esistita poiché mai vissuta. L’Unione Europea per come è oggi, frutto di numerosi trattati, trattative, bilanciamenti di potere al fine di creare un mercato unico all’interno del continente europeo, ha portato una serie di vantaggi nella vita quotidiana dei cittadini degli Stati membri. La teoria della bicicletta di Hallstein, secondo cui la continua integrazione di funzioni statali a livello europeo sia necessario per la sopravvivenza stessa dell’Unione, ci porta a questionare se sia il caso di espandere lo scopo anche al di fuori della gestione del libero mercato. Spesso, in questo senso, si parla di creare un regime fiscale unificato dell’UE, ma data la varietà in questo al suo interno, rischierebbe forse di essere il passo più lungo della gamba, rischiando di portare forti ripercussioni sull’opinione pubblica prima che si vedano i miglioramenti a lungo termine.
Secondo Federico Fabbrini, professore di Diritto Europeo all’università di Dublino, la situazione geopolitica in cui ci troviamo oggi porta a dover trarre conclusioni realiste per integrare ulteriormente l’Unione, e tramite il libro dall’esplicativo titolo “L’esercito europeo” analizza dal punto di vista giuridico la fattibilità di un apparato militare federale dell’UE, presentando i tentativi passati e le politiche palliative adottate dall’inizio delle tensioni con il leone nel 2015, oltre ad esaminare l’alleanza difensiva che già comprende buona parte degli Stati membri, ma che data la scomoda presenza americana di fatto delega la questione difensiva dell’UE al cane da guardia d’oltreoceano.
In particolare, tra i cenni storici ai tentativi falliti di creare uno strumento di difesa europeo, che secondo l’autore sono la base da cui partire per riuscire a costruire qualcosa di simile oggi, quello su cui il libro si concentra maggiormente è il trattato CED (Comunità Europea di Difesa), firmato da Germania, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Francia e Italia (i sei fondatori della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, la CECA) nel 1952 ma mai ratificata dai parlamenti degli ultimi due paesi e conseguentemente mai entrata in vigore. Il progetto di un esercito europeo venne ideato in primis dal politico francese Jean Monnet, che lo preparò per rispondere a delle necessità del governo francese, e poi fu pienamente sposato da altri grandi statisti dell’epoca oggi considerati padri dell’integrazione europea, come Alcide De Gasperi e il tedesco Konrad Adenauer. Stando al libro, proprio il suo recupero porterebbe a creare un sistema difensivo funzionante per rispondere alle minacce esterne. Il trattato è composto da 132 articoli e diversi protocolli volti a regolare nodi legislativi specifici, come ad esempio il sistema pensionistico e di retribuzione del personale o le relazioni tra NATO e CED. Prima di essi, il preambolo proclama la determinazione delle parti a “contribuire al mantenimento della pace, in particolare assicurando la difesa dell’Europa occidentale contro ogni aggressione” e identifica immediatamente l’obiettivo di integrare “le proprie Forze di Difesa all’interno di un’organizzazione europea sovranazionale”. Continuando nell’analisi del trattato, troviamo che gli articoli già identificavano due antenate delle odierne istituzioni europee entrate in vigore con la CECA, ovvero l’Assemblea e la Corte, come responsabili della rendicontazione democratica e giuridica degli organi militari. Inoltre, la CED prevedeva un sistema di finanziamento comune dell’esercito, con un bilancio proprio delle istituzioni civili e militari che sarebbero entrate in vigore per gestire tutto l’apparato, e in modo ancora più acuto attribuiva all’ente sovranazionale, che oggi sarebbe l’UE, la responsabilità di una pianificazione strategica centralizzata dell’industria di produzione bellica, per evitare inefficienze date dalla frammentazione del mercato e dalla mancanza di comunicazione nella ricerca, rendendo il settore quasi monopolistico per riuscire ad armare efficacemente le truppe federali. Questo punto è particolarmente rilevante, perché ad oggi la frammentazione del mercato bellico europeo è un problema importante. Come evidenziato dal professor Fabbrini stesso e confermato dal generale Vincenzo Camporini in una conferenza a cui ho avuto il piacere di assistere, ad oggi vengono impiegati 13 diversi modelli di carri armati in UE, negli USA solo 2. Questo non solo rende l’idea degli sforzi innecessari nel campo della ricerca, evitabili se fosse stata centralizzata, ma rende impossibile il passaggio a un’economia di scala per poter abbattere i costi di produzione.
Nella storia, nulla avviene per caso, è tutto un susseguirsi di cause e conseguenze che portano alla costruzione del presente. Il trattato CED non è escluso da questo dogma e infatti aveva una raison d’etre ben precisa inserita nel suo contesto storico. I motivi che portarono i governi europei a interrogarsi sulla necessità di una difesa comune furono principalmente 3: la minaccia sovietica, il disinteresse americano e la questione del riarmo tedesco.
La prima delle 3, logicamente, è la presenza di una minaccia esterna. È finita la Seconda Guerra Mondiale e l’ombra nazista che oscurava l’Europa è stata sconfitta, ma il continente ne esce profondamente indebolito, permettendo alle due superpotenze vincitrici di esercitare le proprie sfere di influenza e permeare la politica degli stati europei e non solo. Inizia così a delinearsi l’assetto geopolitico bipolare che caratterizza la nostra storia da allora fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989, la cosiddetta Guerra Fredda. E così, data la vicinanza geografica alla cortina di ferro, le nazioni democratiche dell’Europa occidentale riconoscono la loro precarietà e si affidano all’aiuto degli Stati Uniti, legandosi a loro militarmente tramite la NATO. Eppure, da questa delega della sicurezza nazionale sopraggiunge un problema, la dipendenza dagli Stati Uniti rende gli Stati vulnerabili a qualsiasi oscillazione della politica estera americana. E così, nel 1950 scoppia la guerra di Corea, portando gli americani a diminuire i contingenti dispiegati in Europa per dispiegarle dall’altra parte del mondo. Questo porta gli Stati europei a questionare sull’efficacia della neonata Alleanza Nord-Atlantica nel garantire la difesa europea. Il terzo motivo che ha spinto la nascita della CED è la questione del riarmo tedesco, che preoccupava il governo francese così come quello inglese e fu il motivo per cui il primo commissionò a Jean Monnet il progetto di una difesa comune dell’Europa occidentale.
Oggi, le spinte geopolitiche che promossero la formulazione del trattato si ripresentano sotto altre spoglie. Il leone dell’est ha iniziato ad attaccare i campi di grano adiacenti a dove pascolano i buoi, il cane da guardia ha a capo un presidente che non ha interesse a mantenere la sicurezza europea un punto nevralgico della politica estera, non a caso il sottotitolo del libro di Fabbrini è “Difesa e pace nell’era Trump”. Inoltre, in caso di un riarmo dei singoli stati europei sotto l’egida della Commissione UE, porterebbe a sviluppi estremamente sbilanciati, in cui a emergere come egemone, considerando le possibilità militari e la capacità industriale, sarebbe la Germania. Una politica di difesa europea con Berlino al comando potrebbe non essere di per sé un problema, ma i recenti sviluppi politici, soprattutto le elezioni dei Lander nell’ex Germania Est, rendono questo assetto preoccupante anche per la tenuta stessa dell’Unione. L’integrazione di un esercito federale europeo sarebbe per questo perfetta per poter mantenere la pace, in quanto il dispiegamento delle truppe europee richiederebbe l’approvazione della maggioranza dei paesi, evitando che oscillazioni autoritarie o populiste all’interno dei singoli stati possano impattare significativamente la stabilità dell’Unione.
Così, per i buoi, torna a rendersi necessario organizzare comunemente la difesa, e non tramite l’utilizzo di un modello confederale di eserciti nazionali che collaborano tra loro, come funziona per la NATO, che lascerebbe altresì spazio all’emersione di rapporti di potere iniqui tra Stati membri, allontanandosi dai principi democratici europei. La risposta alla necessità di difendersi si configurerebbe in un’unione degli eserciti nazionali in un unico rinforzato esercito federale europeo, per garantire all’UE di agire da potenza regionale e fare da sola i propri interessi strategici senza il bisogno dell’assenso americano.
Come spiegato nella già nominata conferenza dall’ex ministro della difesa Lorenzo Guerini, uno dei grandi problemi di attuare riforme in questo senso è il consenso pubblico. Ai cittadini non piace sentire parlare di guerra e di riarmo militare, perchè dopo 80 anni di pace, fortunatamente, l’Europa si è completamente dimenticata cosa sia la guerra e non ha intenzione di ricordarselo, creando un costo politico che limita le possibilità di una spinta politica in questa direzione; però, com’era noto già ai romani, “si vis pacem, para bellum”. Sarebbe indubbiamente bello vivere in un mondo senza guerre, sofferenza, morte, ma ahimè non è il mondo in cui viviamo e se si provano a mettere dei fiori nella bocca del carro armato, il carro fa fuoco, il villaggio viene distrutto e i civili uccisi o assoggettati. Parlare di ridestinare i fondi che verrebbero stanziati per le spese militari a istruzione, sanità e tanti altri settori sicuramente fondamentali per la vita dei cittadini, è una lettura semplicistica che vede la nazione come un sistema chiuso, senza nessun contatto con il mondo esterno, e non come un’unità costretta a muoversi vorticosamente nel sistema anarchico delle relazioni internazionali. Oppure rischia di essere un affidamento anacronistico alle istituzioni che hanno provato a regolare i rapporti fra stati nell’età contemporanea, ma che hanno dimostrato più volte, e sempre più sovente negli ultimi anni, le loro mancanze e le loro fallacie strutturali.
Dall’altra parte, è comunque anacronistico e indubbiamente pericoloso considerare i singoli stati europei come entità che possono bastare a sé stesse sul piano militare, come riportato dal generale Camporini, ormai le azioni militari a livello europeo non vengono più svolte dai singoli stati ma tramite la stretta collaborazione dei vari eserciti, che mantengono però la loro autonomia. Tuttalpiù sarebbe improbabile pensare che ora come ora uno stato europeo intraprenda un’azione militare senza il supporto degli altri stati. Allora la suddivisione in eserciti nazionali risulta in una perdita di efficienza a causa di un sistema decentralizzato, che in caso di bisogno rischierebbe di faticare a rispondere prontamente.
Così, proprio perché nessuno in Europa vuole la guerra, diventa necessario affrancarsi dal controllo che gli USA esercitano sulla NATO, e l’unico modo per farlo è con un fronte comune europeo in grado di essere minaccioso per dimensione e armamenti, dimostrando alle minacce che si presenteranno e si sono presentate prontezza e preparazione. Ma se l’UE viene risucchiata dal vortice dell’irrisolutezza decisionale, rischia di diventare troppo tardi per implementare una risposta efficace.
- Riccardo Valerio Vincenzo De Ambroggi
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