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“L’unione di terra e sangue può solo far venire il tetano”

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di Alessandra Aceti.

È ben più remota oggi l’ipotesi che l’infezione del tetano venga innescata nei tessuti della nostra pelle che in quelli della nostra società. Questo perché la scienza e la tecnica vanno avanti, ma alcuni meccanismi umani e sociali probabilmente non si esauriranno mai. Non si parla quindi di medicina, ma di politica, che ci riguarda da vicino: il populismo è l’infezione a cui siamo ancora una volta esposti senza un vaccino, è il rischio che si prefigura nella nostra Europa.
Questo tema è stato affrontato martedì durante una conversazione tenutasi all’Università Bocconi, i cui relatori erano i professori Massimo Morelli e Nadia Urbinati e il giornalista Gad Lerner.

Quest’ultimo ha utilizzato il richiamo alla terra e al sangue per evidenziare la tendenza attuale di alcuni Paesi a rafforzare concettualmente e praticamente il legame tra di essi, come avveniva nei nazionalismi del primo Novecento, e a riportare (nascostamente) in auge il concetto di Volk. Il Volk, il popolo appunto, è l’elemento chiave e la leva di forza del populismo: un bravo populista deve conoscere il proprio popolo e le sue esigenze e deve saperle unire, creando così un’identità generale del Volk in cui ci si possa facilmente riconoscere. L’affermato giornalista ha riportato esempi pratici e recenti di ciò. A partire dalla sua esperienza nei talk-show televisivi, conclusasi tre anni fa, Gad Lerner afferma che il modello vincente del populismo consiste nell’interpretare i sentimenti del popolo contro l’élite, accentuando l’antinomia tra di essi, e semplificare i bisogni dei più in un’unica, efficace formula. Il segreto è quello di “prendere il popolo per la pancia”. E al di là della “metafora gastrica”, come dice il giornalista, c’è chi davvero fa del cibo un’arma di forza. Così parlava Tremonti qualche anno fa in campagna elettorale: “Siete il popolo degli agnolotti o volete diventare il popolo del kebab?”, un’affermazione di basso spessore culturale, che non ci si aspetterebbe da un uomo colto e istruito come lo è un politico, ma densa di significato, con l’obiettivo principale di formare un gruppo definito da contrapporre ad un altro estraneo, esterno. Unire e distinguere. Nient’altro che quello che ha fatto la Slovacchia qualche mese fa dichiarandosi disposta ad accogliere non più di 200 rifugiati purché cristiani: dopotutto, la cristianità di quel Paese non può correre il rischio di essere messa in dubbio.

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Ad appoggiare la visione di Gad Lerner di un “populismo di pancia” è intervenuto il prof. Massimo Morelli che ne ha fatto, invece, un’analisi più razionale, andando a sondare la causa scatenante dei fenomeni populisti. Alla base delle considerazioni del professore c’è, proprio come accade in economia, l’interazione tra la domanda, cioè la necessità di prospettive per un Paese, e l’offerta politica, dei partiti.  Quando sulla relazione tra le due incombe la combinazione di due crisi, economica e statale, allora il populismo si prospetta come l’unica soluzione possibile. Infatti, “in condizione di scarsità di risorse e di mancanza di risposte dello Stato, vi è una maggiore impazienza e una minore valutazione del rischio che comportano una forte esposizione alla tendenza populistica.”

Per concludere la professoressa Urbinati ha descritto alcuni tratti fondamentali del populismo quali l’interclassismo, il verticalismo (cioè la necessità di un leader) e la semplificazione funzionale di diversi claims in un unico claim popolare. Il populismo presuppone, inoltre, un sistema di rappresentanza in cui le numerose voci possano essere inglobate in una unica di maggioranza. Dunque, se il sistema democratico liberale si fonda sulla contrapposizione costruttiva tra minoranza e maggioranza, il populismo esaspera la distinzione tra le due fino a diventare negazione del liberalismo stesso, azzerando anche la distanza tra legge costituzionale e legge ordinaria e sovvertendo così il costituzionalismo tradizionale kelseniano.

Nelle considerazioni finali si è parlato di una nuova tendenza che si sta facendo strada, ed è quella di una visione non più negativa del populismo, poiché esso potrebbe fornire le risposte che i partiti tradizionali non sono più in grado di dare. Ma ora che sappiamo quanto il populismo ci stia aleggiando intorno e siamo in grado di riconoscerlo, c’è da chiedersi se davvero il nostro sistema politico non sia più all’altezza delle nostre esigenze e soprattutto se saremmo disposti, di nuovo dopo decenni, ad accettare un rischio così alto come quello di una scelta di questo tipo.

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