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Quando la parola istituzione perde di significato

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Di Federica Bandera.

Istituzione. Apriamo un dizionario qualsiasi e fra le definizioni presenti capiterà di trovare certamente questa: “Ente, organismo fondato per perseguire finalità di rilevanza sociale”.
Non è un’opinione che le istituzioni, in quanto tali, stiano cessando di possedere, agli occhi dei cittadini, l’importanza che veniva loro data per tradizione, cultura e legge fino al secolo scorso. È un dato di fatto: lo rileviamo dalla scarsa affluenza alle urne degli ultimi anni, dall’aumento dell’importanza della voice degli utenti dei social network sulle pagine politiche e dal malcontento generale dell’opinione pubblica.

Domenica 3 aprile 2016, presso la Camera dei Deputati, durante l’iniziativa “Montecitorio a porte aperte”, la Presidente Boldrini ha tenuto un discorso proprio sul ruolo che le istituzioni dovrebbero avere all’interno della società, sottolineando l’attuale difficoltà che esse hanno nel rappresentare l’interesse dei cittadini.

“Ogni prima domenica del mese cambio mestiere e divento una guida turistica, mentre gli altri fine settimana vado in giro per il Paese. Lo faccio perché credo che sia giusto uscire dal Palazzo, andare dove c’è bisogno. Il Paese ha bisogno di fiducia.”. Così Laura Boldrini si rivolge all’aula, colma di studenti, turisti e persone comuni. Così la stessa Presidente riconosce, senza alcun velo, la necessità che le istituzioni hanno di riavvicinarsi alle persone e ai loro bisogni.

Non era indispensabile, in realtà, una così netta presa di posizione da parte del capo di un’istituzione per apprendere che la crisi di fiducia in queste ultime, la perdita intrinseca del loro significato e del loro senso d’essere, fosse un problema esistente e ben percepito dalla società. Lo dimostrano infatti numerose ricerche degli ultimi anni, che rilevano come persista un clima sociale negativo nei confronti delle istituzioni. Il Paese è attraversato da una diffusa insoddisfazione: è ciò che viene rilevato dai lavori del Comitato di indirizzo di Istat, incaricato di trovare e misurare 12 dimensioni del progresso e del benessere della società italiana, fra cui la sesta dimensione è proprio “Istituzioni e politica”. Dai dati del 2014 emerge come la fiducia dei cittadini verso le istituzioni si attesti su livelli decisamente bassi: misurata su una scala da 0 a 10, la fiducia nel Parlamento è pari mediamente a 3,5, quella nel governo delle Regioni, delle Provincie e dei Comuni è anch’essa estremamente insufficiente e pari a 3,7, e ancor più insufficiente è la fiducia nei partiti politici, pari a 2,4 su 10.

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Considerando che ci riferiamo qui alle istituzioni che hanno il maggior potere di influire sul perseguimento delle finalità di rilevanza sociale, possiamo ribadire ancora una volta la criticità dello scenario attuale, così come la necessità di comprenderne i motivi e da essi ricavarne possibili soluzioni.

Per essere quanto più efficaci in questa operazione, il modus operandi dev’essere quello di scomporre l’intero processo di rappresentanza che lega cittadini e istituzioni in segmenti più piccoli e più facilmente analizzabili, perché omogenei dal punto di vista del contesto e delle attività.
Non è pretesa di chi scrive quella di raggiungere tale ambizioso obiettivo con un singolo articolo: ciò che si vuol fare è però portare all’attenzione del lettore il funzionamento di uno dei segmenti del complesso processo sopra citato, quello dell’organizzazione interna di un ente pubblico.

Non capita spesso, infatti, di poter dare uno sguardo all’interno di un’istituzione, di avere un punto di vista privilegiato come quello che possiedo attualmente, grazie ad uno stage presso la Presidenza del Consiglio. Quando si ha questa fortuna, che si può definire in questo modo perché scoprire, imparare e conoscere a fondo qualcosa prima di poterla giudicare con senno è una fortuna di pochi, bisogna certamente sfruttarla. Sfruttarla per capire perché, quindi, un’istituzione pubblica, che sia politica o amministrativa, dall’esterno venga considerata come pressoché inutile, se non dannosa.

Quello che dall’interno si può percepire è meravigliosamente complesso. Esistono numerosi microprocessi secolari, attribuiti alle istituzioni da leggi, tradizioni, volontà politiche e volontà civili, che hanno permesso un radicamento di potere e di prassi difficile, come dice la parola stessa, da sradicare. Questa inerte tipologia di organizzazione, infossata sulle propria fondamenta antiche, è quasi gelosa della propria esistenza e della propria storia. Come quando qualcuno ci dice che stiamo sbagliando in qualcosa in cui riteniamo di essere molto bravi e non lo accettiamo per orgoglio, così l’istituzione pubblica, che per decenni ha avuto un ruolo primario ed importante nel decidere dell’esistenza dei propri cittadini in modo autoritario, continua a mantenere inalterato il proprio operato, protetta dalla norma e dalla complessità dei processi in uso, sui quali ha un potere inoppugnabile. Tutto ciò a prescindere dal risultato che consegue: quasi mai, infatti, l’azione di un ente pubblico viene programmata, monitorata e valutata.

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Torniamo allora al significato della parola istituzione che abbiamo sottolineato all’inizio: essa deve, per sua natura, perseguire finalità di rilevanza sociale. Ma se, dati alla mano, ciò non sta più avvenendo o non è così percepito dai destinatari diretti di tali finalità, quale ruolo si può ancora attribuire ad un’istituzione?

La risposta è semplice: lo stesso senso di sempre, ovvero essa dovrebbe necessariamente essere un ente che persegue, e continua a perseguire, finalità sociali.
Fintanto che un’istituzione però non è in grado di farlo, non è utile alla società. Fintanto che un’istituzione vive di vita propria, perché fondata su processi autoreferenziali che non hanno più alcun senso e alcuna utilità per il cittadino, non ha senso d’esistere.

Quando invece un’istituzione è capace di apportare un cambiamento positivo nella vita delle persone, ecco lì si che ha senso d’esistere. Proprio in quel momento, infatti, ritorna il senso dell’affidamento di potere che un cittadino compie nei confronti di un ente sovraordinato. Proprio lì il cittadino sarà contento di avere un ruolo attivo, di regalare parte della propria libertà a qualcuno, o qualcosa, la cui azione unitaria è migliore della semplice somma delle azioni dei singoli cittadini.

Per tutti questi motivi, l’obiettivo di chi lavora nelle istituzioni, di chi le vive ogni giorno, di chi decide della società, e della stessa società tutta, deve essere quello di continuare senza sosta il lavoro di analisi del complesso processo che lega cittadini ed istituzioni: solo comprendendone a fondo le dinamiche, ogni attore può trovare una soluzione per la propria parte di competenza. Infine, il cambiamento di scenario è imprescindibile da un coordinamento a livello nazionale delle singole soluzioni: senza un forte impegno politico dall’alto e senza un forte impegno della società dal basso, le istituzioni non possono cambiare.

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