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Quando il Diritto si tinge di verde: Monsanto chiamata a processo

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IMG_0152Di Renato Marchetti – Bocconi Students Advocacy & Litigation.

Sembra quasi una Norimberga ambientalista il “tribunale morale” che ha visto chiamata in causa la Monsanto, il colosso dell’agrochimica statunitense, accusata, da oltre cinquecento tra ONG, ambientalisti, ricercatori e membri della società civile di tutto il pianeta, di reati quali la violazione ripetuta di diritti umani, ecocidi e crimini contro l’umanità. Il Monsanto International Tribunal, questo il nome utilizzato per identificare l’evento, si è riunito lo scorso 14 Ottobre a L’Aia per raccogliere prove e dati scientifici da utilizzare contro la multinazionale, recentemente unitasi alla Bayer. Considerando che l’esito dell’incontro, per la natura stessa dell’evento, non sortirà alcun effetto vincolante, la scelta di un luogo sicuramente non casuale quale la sede della Corte Internazionale di Giustizia, assume un carattere emblematico come se, per effetto di una significativa circostanza di natura spaziale, si rendesse quanto più concreto e realizzabile, nell’auspicio degli ecologisti, l’instaurazione di un processo vero e proprio.

Dunque lo scopo dell’iniziativa appare tutt’altro che morale o ideologico: i promotori del Monsanto International Tribunal, tra cui anche l’attivista indiana Vandana Shiva e l’ex rappresentante speciale ONU per il diritto al cibo Olivier De Schutter, in collaborazione con giudici di fama internazionale, hanno cercato di redigere un parere legale consultivo, in conformità con le procedure dell’ICJ. L’incontro ha previsto inoltre un’Assemblea Popolare, costituita da ONG e associazioni della società civile che hanno avuto modo di confrontarsi e tirare una linea per progetti futuri. Monsanto, rifiutatasi di presenziare, ha rimandato al mittente tutte le accuse, tra le quali figurano l’uso di prodotti tossici come il glifosfato (di cui l’utilizzo ed il commercio sono stati recentemente limitati da un decreto del Ministero della Salute in Italia), la produzione di armi chimiche durante la guerra nel Vietnam e le pressioni politiche per l’approvazione del TTIP.
L’ex Ministro dell’Ambiente francese Corinne Lepage nel suo discorso di apertura ha dichiarato l’importanza storica del processo. Parole solenni ma non di condanna quelle della Lepage, che ha sottolineato come il tribunale non miri ad una caccia alle streghe quanto piuttosto a rafforzare il Diritto internazionale. “Le decisioni della Corte, qualunque esse siano, dovranno permettere ai singoli Stati di capire che vi è la necessità di un cambiamento nel Diritto internazionale e soprattutto di far riconoscere alla Corte Penale Internazionale il reato di ecocidio” – spiega. Un radicale emendamento al Trattato di Roma (1957), insomma, che punterebbe ad una maggiore tutela delle vittime di ecoreati, fin troppo dimenticate dalla legislazione attuale. Significative a tal proposito si pongono le vicende nostrane, tra Terra dei fuochi, abusivismo nello smaltimento dei rifiuti ed inquinamento idrogeologico che potrebbero trovare risposte in seguito ad una simile modifica nel panorama giudiziale. E’ interessante piuttosto, a questo punto, condurre un’analisi, sia pure per sommi capi, della risposta italiana al fenomeno. Emerge subito come in questa materia il legislatore italiano si sia posto quale precursore nel panorama legislativo internazionale dal momento che già nel 2001 ha iniziato un lavoro di catalogazione e di istituzione, tra gli altri, dei reati di natura ambientale all’interno del D. Lgs 231/2001, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica. Un’operazione che è riuscita ad anticipare le politiche europee di ben sette anni, dunque, prima che l’Unione dettasse direttive, nello specifico la n. 99/2008, circa la tutela penale dell’ambiente. A conclusione di un percorso, iniziato agli albori del terzo millennio, intrecciatosi con le direttive dell’UE, in particolare la 98 del 2008, che fino ad ora ha evitato al Paese procedure d’infrazione, è arrivata, in Italia, l’anno scorso, la Legge n. 68/2015 che ha introdotto, nel Codice Penale, nuove fattispecie di reato come l’inquinamento ambientale, morte e lesioni come conseguenza di esso, disastro ambientale, traffico di materiali ad alta radioattività, impedimento del controllo ed omessa bonifica. La legge in esame introduce anche la disciplina del c.d. “ravvedimento operoso”, già prevista per gli Enti nel sopracitato d.lgs. 231/01, prevedendo che chiunque si adoperi concretamente per evitare ulteriori conseguenze derivanti dall’attività illecita, provvedendo alla messa in sicurezza e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi, potrà beneficiare di una riduzione della pena dalla metà a due terzi. Nel caso in cui poi si collabori concretamente con l’autorità giudiziaria per la ricostruzione dell’illecito, è prevista una diminuzione della pena da un terzo alla metà. La manovra sembrerebbe essere coerente e attuativa della Direttiva europea sopraccitata ma, ad uno sguardo più attento e approfondito appaiono evidenti tutte le fragilità ed i rivoli contenuti nel testo normativo laddove, alla prova dei fatti, con l’introduzione in calce del comma 9 dell’art. 1 della legge, al TUA (Testo Unico Ambientale), vengono eliminati gran parte dei reati contravvenzionali del Codice dell’Ambiente (D. Lgs n. 152/2006), riducendoli a semplici sanzioni amministrative, delegando il compito di controllo agli Organi di Vigilanza (ODV), alle Procure e alla Polizia Giudiziaria. Ecco quindi l’altra faccia della medaglia. In poche parole, va a sbilanciare una legge che altrimenti sarebbe stata perfettamente in linea con le indicazioni dell’UE che tentano di porre le basi per uno standard comunitario minimo a tutela dell’ambiente, ovvero, tornando al tema iniziale, anche ciò che il Monsanto International Tribunal si prefigge come obiettivo principale. Alla luce di quanto esposto, emerge quale punto essenziale la necessità di una legislazione più severa ed incisiva, anche a livello nazionale, per evitare gravi incoerenze, rese ancora più squalificanti se si pensa che un progetto di legge volto a introdurre il titolo VI-bis, lo stesso introdotto dalla n. 68/2015, contenente disposizioni sostanziali e processuali volte al contrasto del fenomeno dell’Ecomafia, era già stato trasmesso alle Presidenze delle Camere il 22 Aprile del 1998.

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L’Italia ha avuto, e potrebbe ancora avere, un ruolo trainante in Europa verso un modo nuovo di conciliare diritto e ambiente, a patto che faccia ammenda degli errori recenti e si proponga nella giusta direzione: una direzione che si tinge sempre più di verde.

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