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Referendum per l’autonomia. Sì o no?

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547235334Di Gaia Vittoria Romeri

In molti avrete sentito parlare del referendum che si terrà il prossimo 22 ottobre, se così non dovesse essere, non temete, questo è l’articolo giusto per voi.
Ci riferiamo a una categoria particolare di tale istituto, che è quella di tipo consultivo, attraverso la quale si chiede un parere popolare, non vincolante, con riferimento a specifiche questioni.
Il prossimo 22 ottobre saranno due le regioni che scenderanno in campo: Lombardia e Veneto.
I rispettivi presidenti, Roberto Maroni e Luca Zaia, hanno infatti indetto un referendum consultivo per ottenere una maggiore autonomia a livello regionale, facendo riferimento all’art.116 della Costituzione, per chiedere l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.
Le modalità di voto per le due regioni sono però diverse, così come i quesiti referendari.
I cittadini lombardi aventi diritto di voto utilizzeranno il metodo della votazione elettronica e dovranno esprimersi in relazione alla concessione di maggiore autonomia alla Regione basandosi sull’importanza dell’articolo 116 della Costituzione.
Tale articolo prevede la possibilità di concedere una maggiore autonomia in relazione a determinati ambiti con legge dello stato su iniziativa della Regione. Perché si producano degli effetti tuttavia, la legge deve poi essere approvata a maggioranza assoluta dei componenti delle Camere sulla base di un’intesa tra lo stato e la Regione interessata.
In Lombardia non è inoltre previsto quorum, ciò significa che il referendum sarà valido indipendentemente dal numero di persone che si recheranno a votare.
In relazione al voto elettronico previsto, la Regione Lombardia ha acquistato 24.000 tablet (che verranno poi utilizzati dalle scuole) sostenendo una spesa pari a 24 milioni di euro.
Il presidente Maroni ha specificato che tale tipologia di voto sarà utilizzata dal 100% dei seggi della Regione e che sarà previsto un sistema di anonimato che consente di non registrare il momento in cui un determinato soggetto si troverà a votare, evitando così il rischio che la scelta effettuata possa essere tracciata.
Sul sito della Regione Lombardia è disponibile un dossier che ha come scopo la diffusione di dati sulle eccellenze regionali, che permette ai cittadini di riflettere sulla richiesta del referendum in questione.
I cittadini veneti, anch’essi alla ricerca di una maggiore autonomia, utilizzeranno invece il metodo tradizionale per la votazione. La proposta sarà approvata se al referendum parteciperà la maggioranza degli aventi diritto di voto e se sarà raggiunta la maggioranza dei voti espressi.
Per il Veneto questa data è di particolare importanza perché, come sottolineato da Luca Zaia, il giorno del Referendum ricade esattamente 151 anni dopo il plebiscito con il quale la Regione è stata annessa al regno d’Italia.
Questo articolo non ha la funzione di spingere a votare sì piuttosto che no, è fondamentale invece soffermarsi sul significato del referendum in questione e sulle ragioni che hanno spinto a richiederlo.
Facciamo un passo indietro negli anni.
La Regione Lombardia è stata tra le prime a richiedere maggiori spazi di autonomia al Governo.
La prima iniziativa risale a circa 10 anni fa e si riferiva a vari ambiti del federalismo fiscale. In seguito a numerosi anni di stallo si è tornati a parlare di tale progetto nel 2013.

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Ora riflettiamo, cosa succederebbe se vincesse il sì? E se invece vincesse il no?

Nel primo caso, data la natura puramente consultiva del referendum una vittoria del sì non porterebbe a cambiamenti immediati, ma la Regione sarebbe autorizzata a intraprendere le iniziative fondamentali per richiedere allo stato l’attribuzione delle determinate forme di autonomia richieste con le risorse necessarie per poter realizzare i fini previsti.

Nel secondo caso invece, nulla cambierebbe. L’effetto diretto riguarderebbe lo sviluppo di una forte tensione a livello politico, con partiti che criticherebbero la consultazione referendaria facendo leva sullo spreco di risorse effettuato. È importante sottolineare come la sola campagna di pubblicizzazione relativa alla diffusione della data del referendum è costata 1 milione e 300mila euro alla Regione Lombardia. È utile analizzare la posizione assunta dalle varie forze politiche, perché sono molti coloro che pur non appartenendo ai partiti che hanno spinto per la concessione della consultazione, hanno dichiarato di essere favorevoli a tale proposta.

I leghisti si sono schierati in blocco a favore del sì. Stefano Candiani considera il referendum un’occasione per attribuire alla Lombardia un’autonoma capacità di spesa e organizzazione delle proprie risorse economiche per i servizi del territorio.
È importante anche il parere di Emanuele Monti, che sottoline come votare “sì” significhi fare il proprio dovere per una Lombardia migliore, capace di offrire più servizi e maggiore attenzione al cittadino. Monti afferma inoltre: “Da soli generiamo oltre il 20% della ricchezza di questo paese e il nostro residuo fiscale è di 54 miliardi.”
Luca Zaia, commentando i dati di Bankitalia sulle tasse territoriali ha poi puntualizzato come il Veneto sia tra le Regioni italiane con il minor peso fiscale locale, addirittura in diminuzione del 13,7% nel 2016 rispetto al 2015.
La situazione all’interno del PD risulta invece più frammentata visto che diversi esponenti, come Alessandro Alfieri, non si recheranno a votare. Altri, tra cui il sindaco di Bergamo Giorgio Gori e il sindaco di Milano Giuseppe Sala, si sono invece schierati per il “sì”.
Che la scelta finale si riveli a favore o contro il quesito referendario, l’importanza della consultazione rimane: andare a votare è un diritto e un dovere di ogni cittadino ma farlo in maniera informata e consapevole è fondamentale.

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