25 July 2026 – Saturday
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Evoluzione testuale e cognitiva nell’era dell’IA

Sempre più spesso, sui social media, nelle email istituzionali o durante discorsi formali, ci imbattiamo in contenuti standardizzati. Saranno frutto di ChatGPT o Bard? Quello che è certo è che l’IA ha sostituito la persona nella scrittura di questi contenuti. Tuttavia, il cervello umano non è naturalmente predisposto a leggere e scrivere; se smettessimo di allenarlo, potremmo finire per perdere queste straordinarie capacità. Ma sarà mai l’IA in grado di avere l’inventiva testuale di un essere umano? Mentre alcuni esperti ritengono che ci siano grosse limitazioni nell’imitare la complessità delle emozioni umane provenienti da un’esperienza col mondo esterno e capaci di generare creatività, altri, come l’ingegnere del MIT, Picard, vedono nel machine learning e nell’affective computing il potenziale per raggiungere questo obiettivo.

Avete mai pensato a che impatto la scrittura abbia avuto nelle nostre vite? Sembra qualcosa di scontato, ma se ci pensiamo bene, scrivere ha dato vita a una storia intellettuale straordinaria, permettendoci di documentare, codificare e organizzare il nostro sapere. Grazie alla scrittura, siamo in grado di interiorizzare il linguaggio, comprendere noi stessi e gli altri, e persino riflettere sulla nostra stessa consapevolezza. Questa prospettiva non è filosofia astratta, ma è quello che ha empiricamente osservato, una delle più note neuroscienziate cognitiviste, Maryanne Wolf. Attualmente, però, stiamo assistendo a un nuovo fenomeno che sta cambiando radicalmente il progresso della scrittura e della mente umana.

Sempre più frequentemente, su piattaforme come Instagram, Twitter o LinkedIn, e persino in e-
mail istituzionali o durante discorsi formali, ci ritroviamo a leggere o ad ascoltare contenuti che
iniziano e finiscono con frasi standardizzate. Riconosciamo immediatamente l’assenza di
autenticità e, di conseguenza, percepiamo a primo impatto, un senso di finzione ed
omologazione. Associamo senza tanti dubbi, l’autore a ChatGPT, l’IA di OpenAI, o Bard, ora
rinominato Gemini e sviluppata da Google AI.

Si tratta di intelligenze artificiali addestrate di default su un corpus di testo, e la loro recente
distribuzione di massa sta plasmando il nostro modo di sentire e comunicare attraverso le parole,
quasi abituandoci a testi meccanicamente logici, senza sbavature e troppe emozioni. Così,
stiamo assorbendo e ripetendo senza pensare in maniera critica formule provenienti da nuovi
modelli linguistici. Con lo scopo di puntare a uno stato oggettivo e perfetto della comunicazione,
si cerca di minimizzare il margine d’errore.

In effetti, non è una novità che, pur di non risultare “sbagliati”, “strani”, “diversi” , come affermato
dalla teoria dell’identità sociale, la tentazione umana sia quella di adattarsi a ciò che è
comunemente accettato. Infatti, la tendenza sociale del momento sembra essere quella di
prediligere un testo artificialmente prodotto. Non abbiamo più nemmeno bisogno di copiare
quello che scrivono gli altri, aggiungendo un po’ di ingegno per rielaborare i dati ed evitare il
plagio. Passivamente, chiediamo direttamente al modello d’intelligenza artificiale che più
preferiamo di riorganizzare o addirittura, di creare le nostre idee. Questo è certamente un aspetto
sorprendente, ma fino a che punto una tale perfezione proveniente dall’IA non lederà anche
quella proveniente dal nostro cervello, sempre meno chiamato a formulare parole e concetti?

Il nostro cervello non è stato progettato per leggere e scrivere naturalmente, ma ha bisogno di
allenarsi per riuscire a farlo. Secondo lo scienziato cognitivo Steven Pinker: “Rispetto ai suoni
linguistici i bambini sono cablati, ma i caratteri a stampa sono un accessorio opzionale che deve
essere acquisito diligentemente”. Ciò implicherebbe che se smettessimo di acquisire
diligentemente l’arte della scrittura, non saremmo naturalmente capaci di scrivere. Potremmo
immaginarci quindi, un futuro in cui delegheremo completamente la scrittura all’intelligenza
artificiale e in cui non saremo più in grado di scrivere. Ma sarà l’IA davvero in grado di avere
un’inventiva testuale alla pari di un corpo senziente come quello umano?

Alcuni esperti argomentano che l’intelligenza artificiale, nonostante i suoi recenti progressi,
abbia ancora delle mancanze nell’imitare la complessità delle emozioni umane e, soprattutto,
manchi d’esperienza diretta nel mondo. Di conseguenza, la sua capacità di comprendere e
replicare tali aspetti potrebbe essere intrinsecamente limitata. Ad esempio, un modello di
linguaggio potrebbe generare un testo apparentemente coerente e ben scritto, ma privo della
profondità emotiva, dell’introspezione e dell’intuizione umana che rendono un testo veramente
coinvolgente e autentico. Cogliere le sottili differenze nei modi in cui le persone si esprimono e
provano emozioni, influenzate dall’ambiente in cui viviamo e dal funzionamento del corpo
umano, potrebbe non essere un compito facile per l’IA. Questo implica solo una cosa: il cervello
umano dovrà continuare a imparare a scrivere.

D’altra parte, i più (forse) visionari, come l’ingegnera del MIT, Rosalind Picard, riescono a
captare nell’intelligenza artificiale, un potenziale per imitare tutte le emozioni umane. Questo
potrebbe avvenire grazie al machine learning, che istruisce l’IA a imparare dai dati senza
richiedere una programmazione esplicita, e all’affective computing, la creazione di sistemi che
capiscono e reagiscono agli stati emotivi di un individuo.
Di conseguenza, un modello di linguaggio basato su reti neurali trasformative, l’intelligenza
artificiale, potrebbe sempre di più esser capace di produrre testi che emulano al meglio i
sentimenti, l’introspezione ed il tono umani desiderati. In tal modo, potremmo accantonare
l’arte antica dei Sumeri e delegarla all’IA. Quest’ultima smetterebbe di risuonare ripetitiva e
riconoscibile, ponendo fine all’omologazione testuale e, forse, a un importante processo
cognitivo relegato alla scrittura. La mente potrebbe diventare un mero mezzo periferico di
trasmissione dati al sistema centrale dell’IA.

Ciò che è certo è che al momento, le versioni gratuite dei modelli d’IA, a disposizione sul web,
mostrano ancora tanti limiti nel raccogliere diverse fonti e riorganizzarle con parallelismi o
confronti, come farebbe una mente umana. Queste non sono ancora in grado di esprimere la
loro opinione e nemmeno i loro sentimenti, a meno che non venga loro descritto in modo
razionale cosa questi significhino. Il limite d’introspezione dell’IA è, al momento, innegabile, e
certe richieste non sono soddisfabili da un modello linguistico, che spesso, afferma di non
possedere “le informazioni o le capacità necessarie”.

Ciò che altrettanto sembra innegabile è che la crescente integrazione dell’intelligenza artificiale
nel processo di creazione testuale porta a una serie di considerazioni sul futuro della capacità
umana di comunicare e comprendere il mondo, così come sul ruolo del cervello che scrive.
Tuttavia, questo articolo non intende porsi con predizioni né catastrofiste né ottimiste. Il suo
obiettivo è scaturire una riflessione sulla capacità creativa testuale dell’IA e sul ruolo del cervello
umano nell’arte della scrittura. Il finale aperto invita a una possibile presa di coscienza attraverso
alcuni frammenti di testo che riflettono un uomo del passato, una donna del presente e un
modello d’intelligenza artificiale oggi.

“Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro
vai rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.”


– Camillo Sbarbaro, “Taci, anima stanca di godere” , 1913 –


“E sto implorando il mio corpo di reagire agli input
Perché a volte non ricorda come stare vivo
Non si riconosce se non lo faccio impazzire
Se non provo dolore
Sto implorando la gola mia di non arrendersi
ai miei occhi di socchiudersi quando mi sveglio
Al mio sesso di rispondere quando lo sfiorano.”

– Madame, “Se non provo dolore”, 2023 –


“Schermi illuminati, un mondo virtuale, reale?
Sfide e pressioni, un peso da sopportare,
Navigando tra selfie, likes da contare.
Identità in crisi, cercando l’autenticità,
Tra selfie stick e l’anima in tempesta. ”

-Chat GPT, “Millennials: Tra Sogni Digitali e Realtà Sfuggente”, 2024

Chief Editor & Social Media Manager | claudia.caffo@studbocconi.it |  + posts

I am a cosmopolitan human being, deeply passionate about journalism, political economics, equality and sustainability. I started reading and writing at the age of 4, which have been my lifelong saviors. As a child, I enjoyed playing and painting. Furthermore, my wanderlust has led me through scout, exchange and Interrail adventures. Now, as a former 'BIG' student, I immerse myself in politics and policy analysis, creating new kind of canvases and traveling by data.

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